Archivi del mese: marzo 2011

Non è un altro stupido fashion blog, pt. 2

L’anoressia è un perfido male che attanaglia le adolescenti e le sempre più giovani ragazze che vengono colpite da questa piaga sono in costante aumento, mentre al contrario l’età media delle malate continua a scendere sino agli 11 o 12 anni.

Sfogliando le riviste di moda si assiste continuamente a spettacoli di donne che sembrano uscite dai lager, truccate e vestite per farle apparire come opere d’arte, quando non sono altro che esibizioni di uno stato di salute decisamente precario.

Ciononostante secondo Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia, la colpa dell’esplosione dell’anoressia risiede nei fashion blog e su facebook che sponsorizzano le tecniche più radicali di dimagrimento e fanno proseliti verso le giovani desiderose di vedere il loro corpo dimagrire a loro piacimento. Per questo ha promosso la campagna anti-ana sul suo sito, dove è possibile firmare per rimuovere questi siti e combattere l’anoressia pubblicizzata nel web.

Al di là delle debolezze delle argomentazioni proposte dalla Sozzani, basta sfogliare la sua rivista per trovarsi di fronte a vomitevoli dimostrazioni di palese anoressia, dove le modelle sono esposte continuamente come in una sconcertante galleria degli orrori. E lei appare sorridente con la sua folta e demodè capigliatura bionda nonostante i suoi abbondanti sessant’anni, come la più terribile della kapò del campo di concentramento che comanda.

Io mi rifiuto in maniera categorica di pubblicare altre di queste immagini, tanto le trovo rivoltanti, ma se fate un giro sul web e sul sito di Vogue Italia,  ne troverete molte altre e avrete la più lampante dimostrazione di quello a cui faccio riferimento.

Vero che i fashion blog  più biechi e alcuni gruppi o pagine di social network cavalcano l’onda dell’ossessivo dimagrimento, ma tutto nasce dalla moda e dalle riviste che promuovono questo squallido esercizio.

L’ipocrisia della Sozzani non fa altro che aumentare a dismisura il mio disgusto, perchè è evidente di quanto lei e il suo mondo siano totalmente fuori dalla realtà, accusando il web che non è altro che la cassa di risonanza più immediata di quanto vanno a predicare.

Quindi mi dispiace deluderla signora Sozzani, questo non è un altro stupido (e indifeso) fashion blog, e se vuole continuare la predica sia scevra da ogni ipocrisa e cominci a ripulire la sua rivista da questi orrori e se la prenda con i veri responsabili non con poche adolescenti che sono il prodotto della vostra politica.


Sbatti il mostro in prima pagina

Difendere la persona e le gesta di Mario Balotelli diventano imprese sempre più improbe.

Dal suo folgorante debutto in maglia interista infatti, il giovane attaccante di colore, sembra che faccia di tutto per godere di cattiva fama e disperdere il suo immenso talento.

Destinato a essere per anni la bandiera del nuovo corso nerazzurro e quella del Rinascimento della nazionale italiana, sempre più scevra di talenti, il ghanese di Brescia si avvia ogni volta di più a disperdere le tracce del suo enorme potenziale con i suoi comportamenti inspiegabili.

Dalle liti con Mourinho a quelle coi compagni, Materazzi in testa, alle sfide lanciate con disprezzo ai propri tifosi, con la maglia del Milan indossata in televisione e quella dell’Inter lanciata per terra per sfogare la sua frustrazione del suo scarso utilizzo e dei fischi ricevuti. Quella sera l’Inter battè il grande Barcellona di Guardiola e Messi, ma Balotelli, pur giocando poco e male, riuscì comunque a guadagnarsi la scena. Non in campo, però.

Il suo avvento al Manchester City del suo primo mentore Mancini è stato finora un sonoro fallimento. Debutto con gol e infortunio a Timisoara, ricadute, operazioni, rientro, espulsioni, liti, nuovo infortunio e nuova espulsione. Pare che il buon Mario non riesca a darsi pace e la dia vinta all’immaturità della sua pur giovanissima età, che si manifesta anche coi suoi comportamenti poco edificanti con le donne.

L’ultima bravata che l’ha portato alle cronache è davvero sconcertante: affacciato dal suo appartamento di Manchester, che dà sul campetto dove si allenano i ragazzi del City, avrebbe scagliato delle freccette contro i giovani calciatori. Scoperto, si giustifica dicendo che l’ha fatto per “noia”.

Il C.t. della nazionale Prandelli, gli sta quasi per concedergli il benservito, chiudendogli la porte dell’azzurro a soli vent’anni.

Eppure in tutto ciò mi pare che a Balotelli manca qualcosa (oltre a qualche buon chilo di materia grigia e maturità).

Nessuno mai prende le sue difese, pare che non ci siano giustificazioni, che va sempre peggio, che non migliora mai.

La mia sensazione è che sì, il giovane sia piuttosto in debito con la ragione, ma che qualunque cosa faccia goda di un’amplificazione esagerata rispetto alla realtà dei fatti e che, a volte, sembra quasi essere una vittima della stampa oltre che di se stesso.

L’episodio della partita col Barcellona in tal senso è emblematico: perché mai i tifosi interisti lo hanno sonoramente insultato e fischiato in quel modo al termine di una partita vinta trionfalmente? La sua reazione, agli occhi dei suoi sostenitori, è stata inconcepibile, ma allo stesso modo lo è stata quella contestazione personalizzata che l’ha indotto a compiere quel gesto dissacratorio.

Tornando poi a questa storia delle freccette, che gli ha fatto meritare la prima pagina della Gazzetta dello Sport, viene fuori un particolare inquietante.

Le prime tre pagine sono dedicate a questo misfatto, con le dichiarazioni di Prandelli che stigmatizzano i suoi comportamenti e gli lanciano un ultimatum, il riassunto di tutte le sue malefatte, le reazioni degli inglesi che non vedono l’ora di liberarsi di lui.

E in questo contesto, a pagina 3, un piccolo trafiletto, siglato da Giancarlo Galavotti, il corrispondente inglese.

Qui viene fuori che nella società del City ci sarebbe una talpa che avrebbe fatto trapelare l’accaduto, rivelato al giornale The People (uno dei soliti tabloid spazzatura) che poi ha pompato a proprio piacimento la notizia.

Il fatto risalirebbe poi ad almeno due settimane fa e la freccetta lanciata è stata una sola, e non ha colpito nessuno.

Una freccetta vecchia di quindici giorni e lanciata a vuoto che però è stata sufficiente a far sbattere il mostro Balotelli ancora una volta in prima pagina.

Tanto i trafiletti non li legge nessuno.


Ai confini della realtà

Ai confini della realtà, molti lo ricorderanno, è stato il titolo italiano della serie americana The Twilight Zone (l’ora del crepuscolo). Il telefilm è stato uno dei primi grandi successi della televisione ed è andato in onda dal 1959 al 1964, venendo poi omaggiato al cinema con un film che riprendeva tre vecchi episodi nel 1983.

Il suo successo non ebbe lo stesso seguito nelle edizioni di rifacimento successive, fra il 1985 e il 1989 e fra il 2002 e il 2003. Il suo canovaccio era quello – tipicamente hitchcockiano – di mettere al centro della scena, personaggi e situazioni di vita comuni, turbati però da improvvise scariche di ignoto e di mistero che spesso sfociavano nella fantascienza, mantenendo un alto livello di suspense.

Quello che è accaduto qualche giorno fa a Canale 5 ha rasentato questi livelli di fantascienza, ma la suspense è stata piuttosto modesta, la sceneggiatura piuttosto piatta e i protagonisti mediocri figuranti. Eppure è stato veramente un episodio degno di “Ai confini della realtà”. Se solo fosse frutto dell’immaginazione.

Accadde che a Forum, una delle trasmissioni più false e ignobili (e sono tante) che affollano l’etere, una sedicente robusta signora di mezza età, dice di essere de L’Aquila e loda in continuazione l’operato del governo e della protezione civile nella zona devastata dal terremoto, affermando più volte che in poco tempo tutto è tornato alla normalità e gli aquilani godono di tutti i comfort venuti tragicamente a mancare dal momento della tragedia.

Tutto molto bello se non fosse che questa signora, tale Marina Villa di 50 anni, a L’Aquila forse non ha mai messo piede. Gli aquilani infuriati hanno infatti subito denunciato che questa millantatrice è stata pagata 300 euro per recitare questa sconcertante parte. Oltre a denunciare ovviamente che niente di più falso è relativo al suo racconto, con i cittadini abruzzesi costretti ancora a vivere in condizioni disperate.

La difesa della signora?:

“Ma che vogliono questi aquilani? Ma lo sanno tutti che è una trasmissione finta.Ma che pretendono. Io non c’entro nulla. Ho chiesto di partecipare alla trasmissione e quando gli autori hanno saputo che ero abruzzese, mi hanno chiesto di interpretare quel ruolo. Mi hanno spiegato loro quello che avrei dovuto dire. Mi hanno dato 300 euro. Come agli altri attori. Anche Gualtiero, che nella puntata interpretava mio marito, recitava. Lui è un infermiere di Ortona. Hanno scelto un altro abruzzese per via del dialetto”.

Vendere la propria dignità per trecento euro, mi rendo conto, non è da tutti. Eppure la Villa c’è riuscita.

In piena bufera la sedicente aquilana ha tentato un salvataggio in extremis dicendo che non immaginava di scatenare un putiferio simile e provando a scusarsi. Non lo immaginava eh? Complimenti per il suo spirito analitico, il suo acume e la sua sincerità.

Ancora più raccapricciante è la difesa della signora Rita Dalla Chiesa (orfana di un generale ucciso dalla mafia):

“Mi trovo ad affrontare un mare di cose ingiuste che il pubblico sta scrivendo sia su Forum che su di me. Non credo di meritare quanto sta accadendo. Voglio mostrarvi il curriculum della donna intervenuta in trasmissione in maniera tale da poter dimostrare la nostra buonafede. Lei stessa ha scritto di abitare in un paese vicino a Onna e la storia che ci ha fornito è la stessa che noi ci siamo limitati a raccontare. Invito l’Assessore Pezzopane a contattarci perché anche a noi sia concesso il diritto di replica”.

Mi complimento con il suo staff che non si prende minimanente la briga di controllare mezza volta la veridicità dei fatti e dei personaggi. E la sua scusa, signora Dalla Chiesa, è talmente penosa non ammettere nessun diritto di replica.

La verità più vera è che Forum è un’accozzaglia di menzogne e falsità che adesso si è dipinta pure di strumento di propaganda politica del falso, come ai bei tempi del mai troppo dimenticato MinCulPop di fascista memoria.

A tal proposito mi viene da ricordare la figura di Carlo Alberto Dalla Chiesa, partigiano anti-fascista, generale dei carabinieri, morto per mano della mafia.

E padre di Rita.

Spero non si rivolti troppo nella tomba.

 

 


Il giocattolo di Bowie

Il ritorno del Duca Bianco. Così recita il refrain di uno dei suoi pezzi più famosi, Station To Station (dall’album omonimo, 1976), tanto famoso da finire nella galleria dei suoi personaggi e soprannomi.

Stiamo parlando naturalmente di David Bowie che, scomparso praticamente dalla scena da sette anni, riappare magicamente per merito del web, non si sa ancora se con una mossa studiata o una trovata di qualche pirata informatico.

L’ex Ziggy Stardust infatti ha fatto ormai lasciare le tracce di sè, dopo lo sfortunato e affrettato epilogo del Reality Tour, quando fu costretto a sottoporsi a un intervento di angioplastica.

Da allora non è uscito più nessun album inedito, e dunque dal 2003 non si hanno più novità discografiche che portano il nome di Bowie, salvo qualche estemporanea uscita in edizione d’anniversario dei suoi vecchi album, o qualche disco live.

Le uscite pubbliche sono state altrettanto estemporanee, e nonostante si giuri sulla sua perfetta salute e lo stato di forma, nel corso di questi anni, sono usciti anche inquietanti rumours sulle sue reali condizioni.

Eppure la rete ci fa questi giorni omaggio di un’inaspettata sorpresa.

É infatti disponibile online, presso i soliti torrent e siti di download, il misterioso album Toy, del quale era stata programmata l’uscita nel 2001, ma causa incomprensioni e litigi con la casa discografica di allora, la Virgin, non ha mai visto la luce.

Toy presenta un collage di 14 pezzi, la versione di alcuni dei quali è assolutamente inedita. La maggior parte dei pezzi è una rivisitazione dei suoi vecchi brani giovanili degli anni 60, il cosidetto periodo Deram, dal nome della casa discografica per il quale lavorava Bowie all’epoca.

L’apertura è affidata a Uncle Floyd, che altri non è che la prima versione di Slip Away, ovvero di uno dei pezzi che fecero parte di Heathen, il penultimo album di Bowie, uscito nel 2002. Non si notano differenze particolare con il brano edito, se non una certa dilatazione che non conferisce alla canzone uno spessore maggiore. Lo stesso dicasi per Afraid, identico missaggio e titolo per un pezzo che di Heathen era uno dei meno entusiasmanti.

La prima vera chicca è rappresentata da Baby Loves That Way, rielaborazione di un brano del 1965 che è stato presente solo in un b-side del singolo giapponese di Slow Burn. Un bel brano arioso sul quale la voce di Bowie e l’arrangiamento più sofisticato rispetto all’originale tocca le corde emotive di molti vecchi fan.

Aggressiva e ridondante è invece la cover I Dig Everything, una canzone del 1965, che si sente oggi per la prima volta.

Il Duca Bianco le conferisce una insospettata modernità e il brano si erge a simbolo rispetto a quello che era probabilmente l’intento originale dell’operazione, ovvero quello di scoperchiare vecchie perle dimenticate in fondo al mare di una produzione vastissima.

Conversation Piece è delicata e quasi commovente, dalle atmosfere soffuse e sempre eleganti, che rallenta il ritmo rispetto alla canzone originale del 1970. Questa versione era già presente nell’edizione deluxe di Heathen.

Ma quello che considero il capolavoro di queste rivisitazioni è Let Me Sleep Beside You, un brano che già nella sua versione originale era fra i più validi, ma che in questa rielaborazione in chiave moderna, acquista nuovo vigore grazie alla forza espressiva del Bowie maturo e a una sezione ritmica più aggressiva.

Quasi del tutto inedita è invece Toy (Your Turn To Drive), che fu soltanto disponibile su I-Tunes nel 2001. La canzone riecheggia gli umori un po’ oscuri di Heathen e pur non essendo certo un brano fra i più memorabili, avrebbe sicuramente fatto la sua figura nel penultimo lavoro bowiano.

Hole In The Ground è la ripresa di un pezzo del 1970 e ricorda le atmosfere di Hours…(1999) senza lasciare grandi rimpianti, e Shadow Man (1971, b-side di Slow-Burn ed Everyone Says Hi) si trascina un po’ stancamente.

Più coinvolgente, ma sulle stesse linee un po’ monocorde  è In The Heat Of The Morning (1968) la cui cover è assolutamente inedita. You’ve Got a Habit of Leaving (1965, anch’essa b-side dei singoli Slow Burn e Everyone Says Hi) invece finalmente rialza i toni di un certo piattume che cominciava a farsi strada, e anche lui tocca certi vertici emotivi nei sostenitori di vecchia data che ricordano il pezzo originale rivisitato in maniera così sentita e vigorosa.

Chiude infine un terzetto di inedite cover: Silly Boy Blue (1968), eccellente e maturo a dispetto di una prima pubblicazione originale un po’ troppo ingenua, Liza Jane (1964, forse il primo pezzo mai pubblicato da Bowie) che si mette i panni di un blues (in maniera non del tutto convincente) e uno dei classici Deram, The London Boys (1965) che da antica ballata inno dei mods dell’epoca si trasforma splendidamente in malinconico e sentito ricordo di tempi andati. Anche questa è una delle rivisitazioni più riuscite e commoventi.

Insomma Toy,  dieci anni dopo quella che doveva essera la sua paventata uscita, mostra i pregi e i limiti che poteva aspettarsi da una simile operazione. Destinata principalmente a un pubblico di fan del mito del Duca Bianco, i quali, però, come il sottoscritto, non possono che chiudere con un’osservazione.

Quella di quanto ci manca  il vecchio Bowie, e la speranza che presto possa tornare e uscire dal suo guscio dorato.

Chissà se almeno ancora una volta potremmo insomma gridare al Return Of The Thin Duke.


Tokyo-Ga

Wim Wenders è sempre stato un regista che nel corso della filmografia ha rincorso i suoi miti.

Siano essi rimandi, citazioni, siano veri propri incontri, o ancora omaggi.

Così è stato con il regista americano Nicholas Ray, col quale realizzò il noto Nick’s Movie – Lampi sull’acqua (1980) un’importante opera, fra fiction e realtà, che documenta gli ultimi giorni di vita dell’autore di Gioventù bruciata. Un film commosso e commovente, sentito tributo a uno dei miti dell’adolescenza di Wenders.

Allo stesso modo il cineasta tedesco  ha voluto omaggiare i suoi idoli in campo musicale, così nacquero per esempio Buena Vista Social Club (1999) con Ry Cooder alla ricerca delle radici della musica cubana e L’anima di un uomo (2003) dove Wenders si addentrava nel profondo sud statunitense, scandagliando fra i padri del blues e gli autori meno noti, ma degni di considerazione e rivalutazione.

Ma il più sentito riconoscimento Wenders lo tributò a Yasujiro Ozu, al quale dedicò il documentario Tokyo-Ga (1985), realizzato nel 1983 e montato due anni dopo.

Ozu fu il più neo-realista dei registi giapponesi e realizzò circa 55 film, fra il 1927 e il 1962, passando in maniera sempre delicata dal muto al sonoro e dal bianco e nero al colore, testimoniando i cambiamenti che sono intercorsi lungo trent’anni di storia in Giappone, raccontando del mutamento dei costumi e dei sentimenti, ma mettendo sempre l’accento sugli alti valori dati alla famiglia dalla società nipponica di quel periodo. I suoi film, sempre sussurrati e delicati, hanno rappresentato per Wenders un inossidabile punto di riferimento, nonché un ricordo meraviglioso legato ai suoi anni di frequenza dei cine-forum provinciali prima e della scuola di cinema in seguito.

Andando a Tokyo, vent’anni dopo la morte di Ozu (avvenuta nel 1963), Wenders andava alla ricerca di quel Giappone raccontato dal suo mito, e,  sulle tracce del maestro giapponese,  arrivò a contattare pure i suoi più fidati collaboratori, allora ancora in vita.

Ma quello che vide e sottolineò furono soprattutto i grandi e inesorabili cambiamenti che investirono la nazione e la società del Sol Levante, inghiottita voracemente da tecnologia e velocità. Questi cambiamenti così radicali ebbero la meglio sul vecchio Giappone di Ozu, del quale ormai non restava quasi più nulla. E il maestro Yasujiro, quasi a presagire la fine di un’epoca, su suo desiderio si fece tumulare in una tomba senza foto nè iscrizione, salvo soltanto un ideogramma che simboleggiava il nulla. Testimonianza senza uguali di umiltà, ma anche della consapevolezza riguardo la scomparsa del mondo che Ozu aveva vissuto.

Il Giappone narrato da Wenders sulle tracce di Ozu aveva già vissuto sulle proprie spalle l’immane tragedia della follia atomica di Hiroshima e Nagasaki e da lì seppe risorgere, mutando pelle e facendo dell’industria, della tecnologia, dello sviluppo e del progresso la propria bandiera.

Da allora sono ormai passati 28 anni e tante cose ancora più velocemente saranno cambiate.

Ma l’interrogativo più drammatico è quello riguardante l’ineguagliata tragedia che ha colpito il popolo nipponico nell’ultimo mese. L’ultimo dato parla ormai di 27mila vittime, che purtroppo sono destinate ancora ad aumentare.

Un’intera generazione si trova a dover fare i conti con il lutto, la disperazione e col fardello insostenibile di una ricostruzione che impiegherà decenni di risorse e sforzi.

Il Giappone ne uscirà ancora una volta mutato, e ricordando cos’era al tempo di Ozu e com’era cambiato ai tempi di Wenders, sarà ormai un’altra nazione.

Una nazione di reduci (e che deve pure fare i conti col disastro ambientale di Fukushima), ma una nazione che, cambiando, sono sicuro che riuscirà a uscirne vincitrice.

Ricordando magari quanto era stata grande ai tempi di Ozu e come si è rialzata dopo la Seconda Guerra Mondiale.

力東京パワー

(Forza Tokyo, Forza Giappone).

 


L’ultima diva

Se n’è andata in silenzio, chiudendo per sempre su di sè il sipario di una vita avventurosa, piena di grandi successi, gioie, ma altrettanti dolori e dispiaceri.

É morta all’età di 79 anni, in un ospedale di Los Angeles e a causa dell’ennesima e stavolta fatale crisi cardiaca, Elizabeth “Liz” Taylor, l’ultima diva dell’età dell’oro di Hollywood.

Il suo fascino e il suo carisma erano forse superiori a quelle di qualsiasi altra sua collega, foss’anche più bella e più brava, e la sua vita, densa come un romanzo, ha contribuito a lanciarla nell’alveo del mito.

Figlia di genitori statunitensi, ma nata in Inghilterra, Liz si trasferì a Los Angeles poco dopo lo scoppio del secondo conflitto mondiale e in breve tempo prese, già da giovanissima, la strada del cinema.

Il suo viso così particolare, aggraziato dai noti e splendenti, quanto unici, occhi viola, cominciò a incantare le platee di tutto il mondo, cosicché da ragazzina, al fianco di Mickey Rooney nel film Gran Premio (1948), il suo primo grande successo, preso presto a conquistare rapidamente le attenzioni di produttori e registi, pronti a scommettere sulla nascita di una nuova stella.

I ruoli di donne tormentate, spesso tradite o comunque maltrattate, furono quelli che le resero più soddisfazione e notorietà, come quello della prostituta di Venere in visone (1960) e della moglie romantica e disillusa di Chi ha paura di Virginia Woolf? (1966), due interpretazioni che le regalarono l’Oscar.

Ma come dimenticare il ruolo forse più intenso e sentito, quello della paziente di Montgomery Clift del capolavoro di Joseph L. Mankiewicz Improvvisamente l’estate scorsa (1959), dove la Taylor si mette in luce con commovente tragicità nei panni di una giovane gravemente traumatizzata dalla morte violenta del cugino.

E ancora indimenticabile è la sensualità provocante e sfrenata che esibisce nel crepuscolare La Gatta sul tetto che scotta (1958), al fianco di Paul Newman, marito alcolista, diretti dal grande Richard Brooks, da una piéce di Tennesse Williams come il film di Mankiewicz.

La sua vita, come detto, non è stata da meno: otto matrimoni, sette mariti, sei divorzi.

La storia che naturalmente tutti ricordano è quella con Richard Burton, che sposò due volte. Incontrato a Roma, sul set di Cleopatra (1963), per lui divorziò da Eddie Fisher, causando uno scandalo che riempì le pagine dei giornali dell’epoca, visto che anche Burton era sposato.

Una relazione talmente tormentata, vittima dell’alcolismo dell’attore inglese e dell’instabilità di Liz, che tuttora rimane una delle leggende più ricordate della storia di Hollywood.

Nella seconda metà degli anni 60 cominciò anche il suo inevitabile declino, dovuto anche ai tormenti del suo matrimonio con Burton, e alla fine della stagione d’oro del cinema hollywoodiano.

Quindi la Taylor fra una fugace apparizione televisiva e qualche cammeo al cinema (e altri due matrimoni) si dedicò con estrema passione e abnegazione alla causa dei malati di Aids, piaga che colpì molti dei suoi amici più cari, primo fra tutti, Rock Hudson.

Negli ultimi anni la sua salute si aggravò costantemente, con problemi respiratori e una grave patologia cardiaca che l’ha portata oggi a terminare i suoi giorni.

Di lei resterà per sempre il suo indimenticabile sguardo, i suoi occhi viola, la sua vita e i suoi amori tormentati, ma soprattutto i suoi film e il ricordo di un’epoca leggendaria di cui lei è stata l’indiscussa diva, l’ultima grande che ha cavalcato l’immaginario di milioni di persone, siano essi suoi ammiratori o denigratori.

Buon viaggio Elizabeth.


E li chiamano disabili

Nel 1980, l’Oms (l’organizzazione mondiale della sanità) diramò un documentò definito International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps (ICIDH), ovvero che stabiliva le varie specifiche secondo le quali un essere umano, causa incidenti o contrazioni congenite, poteva essere definito un disabile, stante l’impossibilità di vivere normalmente per via di una o più menomazioni a livello fisico o mentale.

In Italia, sino al 2003, questo riconoscimento non veniva riconosciuto per diritto alle persone afflitte dalla sindrome di Down, le quali dovevano sottoporsi a una visita specialistica che ne accertasse l’eventuale handicap.

Questo accadeva sino all’emanazione della Legge 289/2002 del 1° gennaio 2003, dove nell’articolo 94,  comma tre si prevede che: “In considerazione del carattere specifico della disabilità intellettiva solo in parte stabile, definita ed evidente, e in particolare al fine di contribuire a prevenire la grave riduzione di autonomia di tali soggetti nella gestione delle necessità della vita quotidiana e i danni conseguenti, le persone con sindrome di Down, su richiesta corredata da presentazione del cariotipo, sono dichiarate, dalle competenti commissioni insediate presso le aziende sanitarie locali o dal proprio medico di base, in situazione di gravità ai sensi dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ed esentate da ulteriori successive visite e controlli”.

Tutto questo viene fatto per poter permettere di sopperire, alle famiglie e alle stesse persone colpite da questa grave sindrome, alle cure e alle spese sanitarie ed educative, nonostante il pesante handicap.

Mi domando però se la straordinaria storia di Giusi Spagnolo e della sua famiglia abbia avuto un così meraviglioso sviluppo per merito di queste leggi. Io, credo di no, perchè penso che il coraggio, la dedizione, la volontà sua e della sua famiglia non abbia eguali da nessun’altra parte del mondo.

Giusi, palermitana di 26 anni,  infatti è affetta da sindrome di Down, ma ciononostante ha terminato con pieno successo il suo percorso di studi, laureandosi alla facoltà di Lettere di Palermo in Beni demoetnoantropologici col punteggio di 105/110.

La sua storia è veramente un esempio di coraggio e dedizione: cominciò col primo esame, sostenuto in prova scritta con l’aiuto di un pc e con la perplessità degli insegnanti, che man mano l’hanno anche loro aiutata a essere, non solo come gli altri studenti, ma qualcosa di molto di più, una ragazza che oltrepassa le soglie dei propri limiti come pochi possono essere in grado di farlo, anche fra i cosiddetti abili.

La sua vittoria è anche una vittoria delle strutture, che sono state capace di supportarla e aiutarla, meritandosi pure il riconoscimento e il ringraziamento del padre della ragazza.

Eppure non è finita qui: Giusi sogna di fare l’insegnante e durante la sua esperienza di studentessa ha anche lavorato come tutor in una scuola elementare.

“Mi piace lavorare con i bambini – racconta – È stato bellissimo sentirmi chiamare “maestra”, spero un giorno di poterlo fare sul serio”.

Te lo auguriamo di tutto cuore, piccola grande Giusi.

E li chiamiano disabili.


«Nel sistema giudiziario statunitense…

…i reati a sfondo sessuale sono considerati particolarmente esecrabili. A New York opera l’Unità Vittima Speciali, una squadra di detective specializzati che indagano su questi crimini perversi. Ecco le loro storie».

Questo è l’incipit che accompagna l’inizio di ogni episodio di Law & Order: Unità Vittime Speciali, spinoff dell’originale Law & Order e che è adesso giunto alla dodicesima stagione, continuando a mietere successi di ascolti e premi televisivi sin dalla sua prima apparizione in video, nel 1999.

In Italia è possibile vederlo su Rete 4 e sul canale Joy del pacchetto Mediaset Premium sul terrestre, e su Fox Crime per quel che riguarda la trasmissione sul satellite.

Lo sviluppo dell’azione prevede che nell’intro del telefilm, prima della sigla, sia svelato un crimine sessuale, e poi le indagini svolte dalla squadra che portano poi alla fase processuale, condotta dal vice-procuratore assegnato alla sezione.

Grazie alla perfetta simbiosi e alla caratura del cast, nonché il livello granitico delle sceneggiature, la serie, nonostante vada avanti da più di un decennio, continua a mantenere una qualità di alto profilo, dove spicca in particolare la straordinaria coppia di detective formata dagli attori Christopher Meloni e Mariska Hargitay, che per le sue interpretazioni nel telefilm ha ottenuto un Golden Globe e un Emmy Award.

L’unico aspetto meno convincente è quello legato a un certo ideale revanchismo di fondo, che porta spesso a giustificare l’utilizzo barbaro della pena capitale. Niente di così stupefacente se facciamo riferimento al sistema giudiziario americano e soprattutto se veniamo a conoscenza che il tutto è prodotto da Ted Kotcheff, non a caso il regista di Rambo, che per revanchismo non è mai stato secondo a nessuno.

La serie, spesso basandosi su fatti di cronaca realmente accaduti, mette in luce uno sconcertante sottobosco di mondo malato che si cela dietro la contemporaneità, scoperchiando disgustosi vasi di pandora concernenti i reati sessuali, che negli ultimi decenni sono cresciuti a dismisura, dagli stupri agli omicidi a sfondo erotico e soprattutto la pedofilia.

Ma si tratta comunque sempre di fiction, perciò ogni singolo episodio (salvo rarissime eccezioni), porta alla risoluzione del caso, e pur lasciando un grande senso di amarezza,  giunge almeno a portare giustizia alle vittime, senza che le ferite e lo perdite subite, siano però mai colmate.

Questo accade in televisione e nel sistema statunitense, ma da noi?

Un perfetto caso per i detective Benson e Stabler (rispettivamente Hargitay e Meloni) sarebbe quello venuto alla luce durante un servizio mandato in onda da Le Iene la settimana scorsa e che potete vedere nel video linkato qui.

La storia comincia nel settembre scorse, quando la iena Paolo Calabresi è stata contattata da una madre afflitta dalle molestie subite da parte della figlia undicenne da un parente prossimo. Il racconto è a dir poco raccapricciante, con il pedofilo protagonista di sezioni di masturbazioni alla webcam e video pornografici inviati alla piccola, che da allora soffre di gravi disturbi dati dalle molestie subite.

Il dubbio e i problemi sorgono quando la madre racconta che il maniaco è un carabiniere. Una volta denunciato il fatto è stato invitata a sporgere denuncia contro ignoti per evitare eventuali querele e diffamazioni, ma da allora niente è stato fatto, con l’aggravante che il carabiniere molestatore vive nello stesso quartiere della piccola vittima, costringendo così la madre e la sua famiglia a trasferirsi.

La divisa, è questo il forte sospetto, sembra essere lo scudo che protegge questo vile criminale dall’incriminazione.

In attesa che la Polizia e l’autorità giudiziaria facciano finalmente luce sulla questione (comprovata dai fatti e dalle documentazioni presente nel pc della bimba, portate dalla madre della vittima) non si può che esprimere con estremo disprezzo il proprio disgusto per la situazione.

Augurandosi che questo mostro non continui a perpetuare altrove la sua schifosa perversione e che trovi presto il posto che gli spetta: la galera.


 

 


Baarìa

Si voterà il 29 e il 30 maggio (con eventuale ballottaggio il 12 e il 13 giugno) a Bagheria per l’elezione del sindaco e il rinnovamento del Consiglio Comunale.

Il voto avverrà secondo la vecchia legge elettorale che prevede che la preferenza data alla lista, nel caso in cui non venga specificato il voto per un diverso candidato a sindaco, vada automaticamente al candidato sindaco collegato alla lista.

Intanto la campagna elettorale già è infiammata dalle polemiche.

Il sindaco uscente, Biagio Sciortino, si è visto negare l’appoggio dal Partito Democratico che ha scelto come candidato la professoressa Vittoria Casa, e per contro, l’attuale primo cittadino bagherese, sostenuto dall’Api e da alcune liste civiche, ha lanciato un proprio sito internet dove intende dare dura battaglia per sostenere la propria rielezione.

Ma al di là delle polemiche, che in sede elettorale non mancano mai, viene alla luce la disastrosa situazione nelle quali versa Bagheria, il più grosso centro in provincia di Palermo, forte di un bacino di circa 60mila abitanti e facente ormai parte a pieno diritto dell’hinterland più popoloso alle spalle del capoluogo siculo.

Una cittadina preda ormai del caos che non riesce più a soddisfare le più elementari esigenze degli abitanti.

I rifiuti abbondano in una vera e propria discarica abusiva a cielo aperto nei pressi dell’ex clinica Villa Maria Cristina, e gli utenti devono ringraziare qualche santo di buon cuore se le strade non sono ricoperte ogni giorno di spazzatura, cosa che comunque avviene con discreta solerzia.

Le condizioni dell’asfalto stradale cittadino sono penose, fra buche e dissestamenti, mettendo a dura prova le sospensioni delle automobili e la pazienza degli automobilisti, mentre sono risibili i semafori installati (primo fra tutti quello dell’incrocio fra via città di Palermo e via Dante) che continuano a non funzionare, ma imperterriti lampeggiano il giallo.

Eppure il capolavoro del sindaco Sciortino e la sua amministrazione è stato quello di chiudere al traffico il Corso Umberto, la via principale e di maggior afflusso dei bagheresi, dove si concentra la più alta densità di commercianti, che da due anni a questa parte, lamentano una grave perdita di clienti, poco propensi a lasciare l’auto (d’altronde non ci sono i parcheggi) per passeggiare lungo il corso.

Con queste premesse più che una battaglia elettorale sembra una partita a perdere da parte del sindaco uscente, e chi vorrà subentrare dovrà fare tante di quelle promesse di cambiamento che gli elettori faticheranno a sorbirsi.

Ed è quasi certo che saranno gli elettori e i cittadini di Bagheria i primi a perdere, sempre che in questo mare di desolazione non affiori un improbabile deus ex machina che faccia piazza pulita.

 


Ti senti ancora con Bombolo?

«Ti senti ancora con Bombolo?» domandò anni fa Paolo Limiti a uno sconcertato Enzo Cannavale, commettendo una penosa quanto clamorosa gaffe.

Bombolo infatti era già scomparso prematuramente da molto tempo, e adesso il suo compagno di tanti film, Enzo Cannavale appunto, lo ha raggiunto l’altra notte, scomparendo a Napoli all’età di 82 anni.

Cannavale è stato a lungo la maschera tipica del napoletano medio, il caratterista classico partenopeo che ha incarnato lungo innumerevoli apparizioni le solite macchiette della città vesuviana.

Cresciuto sotto l’ala del maestro De Filippo, cominciò col teatro, dove si fece le ossa prima di cominciare una lunga carriera cinematografica denso di innumerevoli titoli, perlopiù raggruppati fra gli anni 70 e 80, durante l’esplosione della cosiddetta “commedia pecoreccia”.

Lì raggiunse una certa notorietà al fianco dell’inseperabile Bombolo, fino alla sua tragica e improvvisa scomparsa.

Nel corso degli anni il buon Cannavale ha cercato di trovare spazio in film che fossero più ambiziosi e alla fine degli anni 80, la sua carriera ha raggiunto l’apice con il Nastro d’Argento come miglior attore non protagonista per la sua interpretazione in 32 Dicembre nel 1988 e la partecipazione al film premio Oscar Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, sempre nello stesso anno.

Quell’apice però segnò allo stesso tempo la fine, data la conclusione di quella stagione del cinema italiano, e la crisi produttiva che colpì l’industria cinematografica del tempo. In televisione cominciò a fare apparizioni in svariate fiction, non lesinando ottime figure di fronte ai tanti belli inespressivi che popolano il piccolo schermo.

La sua scomparsa è anche la scomparsa definitiva di un mestiere, quello del caratterista, che è sempre più raro nel cinema e nella televisione italiana, dove si preferisce dare spazio ai soliti improvvisati guitti che a mestieranti di tutto rispetto.

La carriera di Cannavale è stata sicuramente sfortunata perchè non ha avuto la grande occasione di lavorare con grandi maestri ed è stato inghiottito dal periodo più triste del cinema italiano, però mi viene in mente di chiudere facendo un’ulteriore osservazione.

I trash-film di cui l’attore napoletano era fra i caratteristi erano scemenze fatte a costi risibili e che incassavano pure bene, ma certo non tanto da svettare in testa nelle classifiche del box-office.

I cine-panettoni di adesso sono figli di budget gonfiati e incassano un botto di milioni. E la qualità resta lontana migliaia di chilometri, allora come ora. Anzi, forse all’epoca si trattava di cinema popolare sincero e senza fronzoli, nato e morto nel giro di un battito di ciglia.

Adesso invece gli scorreggioni di questi tempi imperano sugli schermi dodici mesi l’anno.

Tanto da far rimpiangere Bombolo.

 


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