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Trenitalia si scusa per il disagio: scuse non accettate

treno

Il treno X con destinazione Y arriverà con TOT minuti di ritardo. Trenitalia si scusa per il disagio“. Quante volte vi sarà capitato di sentire questa frase? Qui in Sicilia, dove i treni moderni si contano sulle dita di una mano, questo refrain è la norma, tant’è che molto spesso, quando si deve percorrere una tratta, è sempre concesso un famigerato bonus-ritardo per chi viene a prenderti alla stazione. Le problematiche sono molteplici: infrastrutture obsolete, treni fatiscenti, stazioni malandate.  Le colpe di questi innumerevoli disagi sono certamente legate molte più agli ingranaggi malfunzionanti della politica e della burocrazia, quindi è difficile mettere Trenitalia sul banco degli imputati.  Eppure alcune volte accade il contrario, ovvero quando l’azienda (a totale partecipazione statale, va ricordato) smette i panni di società a servizio del pubblico per mettere in primo piano le proprie beghe personali.

Ed è quello che accaduto la mattina del 26 settembre nel treno locale 8810 in partenza da Palermo Centrale alle 10.14 con destinazione Termini Imerese. L’orario non è propriamente di punta, ma il treno è comunque affollato perché questa tratta è una delle poche nella zona che ferma in tutte le stazioni dei piccoli paesi delle vicinanze, fra cui Ficarazzi, Casteldaccia e Santa Flavia. La partenza è in perfetto orario e tutto sembra procedere nel migliore dei modi sino a quando, verso le 10.25, ci si ferma alla stazione di Ficarazzi. É il momento per il controllore di svolgere le sue funzioni e chiedere ai passeggeri di esibire il loro biglietto. Una coppia, che afferma di dover andare a Termini Imerese è sprovvista di regolare tagliando. Il controllore chiede loro di esibire i documenti per poter redigere il verbale e i due non fanno la minima piega. Va ricordato, che, come ribadito innumerevoli volte dagli altoparlanti diffusi nel treno, alle stazioni e negli avvisi affissi nei vagoni,  i trasgressori sono severamente puniti con il pagamento di un’ammenda e una notevole aggiunzione al costo del biglietto: nulla più.

Il funzionario di Trenitalia però, in questo caso, non vuole sentire ragioni: i due devono assolutamente scendere dal treno alla stazione di Ficarazzi. I due trasgressori, a loro volta, non hanno la minima intenzione di abbandonare la loro postazione, perché, pur ammettendo la loro colpa, ritengono che l’emissione della sanzione sia più che sufficiente e che non esistono ragioni che li spingano a scendere e a non raggiungere la destinazione prefissata. Il controllore chiama i carabinieri, i quali però possono farsi una sonora risata: la sanzione è amministrativa, è stata comminata e non c’è stata resistenza all’ufficiale, in quanto i due hanno esibito, come richiesto, i documenti per il verbale.

Uno sconcertante balletto che è andato avanti per ben 31 minuti, causando il ritardo del treno e di tutta la tratta per tutto il corso della giornata. Studenti che hanno perso le lezioni, pendolari costretti a giustificarsi con i datori di lavoro, professionisti che hanno dovuto rinunciare ai loro appuntamenti: chi li risarcirà?

Sarebbe stata cosa gradita sentire le spiegazioni del funzionario di Trenitalia: purtroppo i tentativi di mettersi in contatto con la persona che ha causato il disagio non sono andati a segno. La sensazione, assai sgradevole, è che questo imperterrito servitore dello Stato, in questa occasione abbia decisamente perso il lume della ragione, commettendo un vero e proprio abuso di potere nei confronti di tutti quei passeggeri che giorno 26 settembre 2013 hanno dovuto percorrere quella tratta.

La certezza, altrettanto diffusa, è che in questo caso (augurandoci che non ce siano più altri) Trenitalia è responsabile del disagio arrecato agli utenti, delle cui scuse non sanno più che farsene.


Dynasty

Marina e Silvio Berlusconi

“Mi pare fin troppo ovvio sottolineare che la leadership in questo campo non si possa trasmettere per via ereditaria o per investitura dinastica, ciascuno se la deve costruire da sè e conquistare passo dopo passo”. Così Marina Berlusconi, mette a tacere le voci, sparse nelle ultime ore, che la vedevano come aspirante candidata alla poltrona di leader della nuova formazione del Pdl, in corsa alle primarie contro l’ex delfino del padre, Angelino Alfano.

“La politica non è una dinastia”,  secondo Marina dunque. Avessero avvertito per tempo George W. Bush, magari oggi ci ritroveremmo in un mondo migliore.  Scherzi a parte, questi rumours sulla primogenita di casa Berlusconi, più che alimentare pettegolezzi sulla crescente sfiducia dell’ex premier nei confronti del segretario Alfano, alimentano semmai il clima di confusione che sta attraversando il centrodestra e il Pdl in particolare.

Le primarie annunciate dall’ex ministro della Giustizia all’alba della clamorosa batosta elettorale in Sicilia in realtà non hanno cementato per niente il dibattito politico all’interno del partito, e anzi le scelte e le dichiarazioni di Alfano vengono continuamente sminuite dai colpi a effetto di Berlusconi, dalla famigerata scossa alla ricerca del suo sosia del ’94.

Appare evidente che il caos che regna nella testa del fondatore di Forza Italia (mi candido, non mi candido, forse sì, forse no, cerco un erede, magari un sosia) si riflette inevitabilmente nella sua formazione politica,  il cui presunto leader non riesce a unire in maniera convincente militanti ed esponenti.

Intanto, giusto per farsi mancare nulla, alle primarie del Pdl (della cui organizzazione ancora si sa veramente poco), spunta il nome di un altro sedicente candidato: Alfonso Luigi Marra, l’uomo dai best seller improbabili e dalle testimonial di gran lusso, fra cui la super chiacchierata Sara Tommasi che esponeva le sue idee anti signoraggio bancario mentre esibiva in bella vista svolazzante la parte più nobile del suo corpo.

Non è che per caso queste primarie in realtà saranno un gran spettacolo d’avanguardia teatrale come si usava negli anni 60? A giudicare dai protagonisti, non mi pare di andarci così lontano.


Primi in Europa

 

In questo periodo di profonda crisi per l’Italia, arriva finalmente una soddisfazione. Il nostro Paese ha infatti raggiunto un primato che sarà difficilmente superato, almeno a breve termine. L’Italia infatti, secondo una ricerca approfondita  Synergia Consulting Group, alleanza professionale di 14 studi di commercialisti con oltre 200 professionisti ubicati in varie regioni italiane, risulta essere la prima nazione di tutto il Vecchio Continente per la pressione fiscale sulle imprese.

Secondo lo studio di Synergia Consulting Group, non sarebbe solo l’eccessivo ed elevato tasso delle aliquote a incidere in maniera così pesante sulla libertà d’impresa, ma anche la scarsa possibilità che viene concessa per quel che riguarda le spese deducibili e le detrazioni. In pratica, anche se un’azienda italiana fattura, fra ricavi e costi, la stessa cifra di un’azienda spagnola l’utile netto è inferiore del 60 per cento, mentre rapportandosi a un’azienda inglese si scende al 39 per cento e a una francese del 23 per cento. A superarci nel carico fiscale c’è solo la Germania, ma è ovviamente un confronto improponibile, dato lo scarto che esiste fra le economie dei due paesi (basti pensare solo al famigerato spread).

É interessante rilevare altresì, che dal 2000 a oggi,  nonostante in tutta l’Europa vi sia stato un calo della pressione fiscale, in Italia registriamo un aumento pari a un’incidenza del 3,4 per cento sul Pil.

Sempre secondo le rilevazioni di Synergia Consulting Group, mentre nel  1995 eravamo al decimo posto, con un’incidenza attestata  sul 37,8 per cento, già all’epoca superiore alla media europea (35,3), al termine del 2010 il livello è salito al 42,6 per cento, cifra che ha fatto salire l’Italia al primato nel Vecchio Continente. Tutto questo mentre nel resto d’Europa si è rilevata una riduzione del carico fiscale e contributivo sul lavoro, con una media che è scesa al 33,4 per cento. Un primato che assume connotazioni ancora più rilevanti se si considera che il carico fiscale effettivo sulle imprese, includendo tutti i fattori, arriva addirittura alla cifra monstre del 68,5 per cento.

“La base imponibile – ha osserva Pietro Mastrapasqua, ad di Synergia – viene estesa in modo consistente. Le imposte non si pagano solo sul reddito ma anche su alcuni costi, come telefonia, auto aziendali, spese di rappresentanza e interessi passivi”.

In pratica passando da Berlusconi a Prodi, poi ancora Berlusconi e infine a Monti, i vari governi che si sono succeduti alla guida della Penisola, per ovviare alle spese, al deficit, al debito pubblico non hanno trovato di meglio che innalzare a livelli inauditi la pressione fiscale col risultato che l’unico primato che può detenere l’Italia è quello delle tasse.

Sviluppo e crescita sembrano solo essere concetti vuoti e slogan urlati dalla maggioranza dei politici, mentre le imprese sono bloccate, spariscono e il lavoro evapora, con la disoccupazione che arriva al’11 per cento in tutta la Penisola e al 20 per cento solo al Sud.

Inevitabile pensare a quale altra misura avrà in mente Monti per rilanciare lo sviluppo. Una nuova tassa, of course…

 

 


Palermo liberata

Palermo oltraggiata! Palermo rovinata! Palermo martirizzata! ….ma Palermo liberata!

Citando il discorso del generale Charles De Gaulle all’indomani della liberazione di Parigi dai nazisti,  sostituendo Parigi con Palermo e senza voler dare del nazista (per carità!) a Diego Cammarata, dimissionario sindaco del capoluogo  siciliano, è questo il clima che si respira oggi in città. Una sensazione di liberazione, dopo dieci fra i più cupi anni vissuti sotto il governo di  una delle peggiori amministrazioni che il cittadino palermitano ricorda.

Era dai tempi di Ciancimino e del “sacco di Palermo” che un sindaco non era così impopolare, e se all’epoca tutto veniva fatto all’oscuro degli ignari cittadini, che erano vittime inconsapevoli di manovre studiate per favorire l’ascesa del potere mafioso in seno alla politica, questo decennio non è scivolato senza cicatrici sulla pelle dei palermitani che ne hanno subìto le malefatte, vuoi per incompetenza, vuoi per consapevole malafede.

Analizzare la conferenza nel corso della quale Cammarata ha dato le dimissioni,  è in tal senso estremamente indicativo.

Innanzitutto dobbiamo dire di quanto sia eroico il suo gesto, considerato che mancavano appena quattro mesi alla scadenza del secondo e ultimo mandato e che la Regione stava per commissariare il Comune per i ben noti problemi di origine economica, tant’è che la Giunta è stata costretta ad attingere dal fondo di riserva dei tre anni successivi per coprire tutte le spese ordinarie.

Ma Cammarata non la pensa così. “Passo la mano per l’orgoglio di lasciare i conti in ordine e un bilancio strutturalmente sano – queste le parole dell’ex sindaco -  Ho chiesto alla Ragioneria generale del Comune di predisporre un bilancio di fine mandato accompagnato da una relazione sullo stato delle nostre finanze e ciò a scanso di equivoci e per evitare che qualcuno parli, o meglio straparli, in maniera irresponsabile di comune di Palermo sull’orlo del dissesto o di grave situazione di indebitamento”.  Il commissario regionale non dev’essere d’accordo visto che da novembre si parla già di commissariamento del Comune, per porre un rimedio alla situazione economica pesantissima, senza dimenticare che per approvare il Rendiconto sono occorsi diversi mesi.

Cammarata inoltre dice di “lasciare a testa alta e che le sue dimissioni sono un atto d’amore per la sua città”.  Su quest’ultimo punto direi che non ci piove, mentre sulla testa alta avrei più di un dubbio, visto che a Palermo non può nemmeno farsi vedere al Festino per non essere oggetto di pesanti insulti e contestazioni anche violente.

Piuttosto lascia una città dove sta per esplodere la bomba Gesip, un ordigno che sta per deflagrare su stesso lasciando appiedati i 1800 impiegati assunti secondo un’assurda logica occupazionale di stampo prettamente clientelare che lui ha contribuito a creare in maniera decisiva.

Lascia una città che presto potrebbe ritrovarsi colma di spazzatura, dato che la sua amministrazione non è riuscita a stilare un contratto di servizio degno per l’Amia (un altro dei mostri occupazionali che lui s’è lungi tolto dal fermare).

Lascia una città priva del Piano Urbano del Traffico, così come l’aveva lasciata. E i sottopassaggi pedonali che nessun dipendente comunale vuole sorvegliare giacciono abbandonati, mentre si spendono milioni di euro per meravigliosi sovrappassi.

Lascia una città che non è riuscita ad attuare quasi nulla del Piano Regolatore approvato nel 2002, mentre giacciono abbandonati siti come Pizzo Sella che rimane tale e quale a come l’aveva lasciato costruire Ciancimino.

L’elenco è talmente lungo da annoiare anche chi scrive e quindi sono costretto a fermarmi, per chiudere con una nota conclusiva.

Cammarata infatti fra le cause (piuttosto deboli, devo dire) che lo hanno indotto a dare le sue dimissioni non ha citato l’inchiesta sullo skipper personale fatto assumere in Gesip, mentre lavorava alle sue dipendenze. Naturalmente è solo un caso, visto che l’ex sindaco ha sempre brillato di trasparenza.

Adesso Palermo dovrà vivere necessariamente e per la propria sopravvivenza una nuova fase. Ma il percorso più difficile sarà quello di restituire la fiducia nella politica nei cittadini.

E date le premesse di questa caotica campagna elettorale appena iniziata l’impresa appare improba almeno quanto quella di risollevare le sorti di questa martoriata città. Che adesso almeno s’è liberata.


L’Italia peggiore

Nell’anno delle celebrazioni per il 150° anniversario dall’Unità d’Italia, ci voleva un ometto piccolo (e dall’ego enorme) a ricordarci quale fosse il male peggiore della nostra tanto bistratta Penisola.

Lo ha detto blaterando in faccia a un rappresentante dei precari (nella fattispecie della Pubblica amministrazione, di cui lui è solerte ministro). Eh sì, la parte peggiore dell’Italia sono i precari, coloro i quali, grazie a una legge ridicola che la fa franca perché nominata a una vittima delle Br, non sanno nulla del loro futuro, non hanno idea se mai verrà a loro assegnato un contratto e lottano quotidianamente per dei diritti che sono quelli fondamentali di ogni uomo.

Senza un contratto a tempo indeterminato non si maturano diritti per la pensione, non si possono accendere mutui, ottenere prestiti, finanziamenti e persino il diritto alla salute viene sempre meno, pena la scarsità di contributi che si versano allo Stato, che sono già tanti rispetto ai miseri guadagni riconosciuti.

Naturalmente questo sistema non ha fatto altro che privilegiare il lavoro in nero e la scarsa sicurezza del lavoro stesso, ma di tutto questo non si parla mai, perchè conviene a quegli sporchi imprenditori (piccoli e grandi) che si giovano di questo sporco meccanismo.

Eppure per il ministro Brunetta le vittime sono carnefici e incarnano il male assoluto che impedisce all’Italia di crescere economicamente.  Certo io proporrei un bell’internamento nei campi, ma la sua mente illuminata non è arrivata a tanto.

Il povero Renato quindi è stato preso d’assalto dal popolo della rete, che lo ha ricoperto di insulti e improperi, secondo il famigerato “Trattamento Red Ronnie”  e ha rincarato la dose contro i precari dichiarandosi vittima, salvo poi fare marcia indietro, prendendosela con i “precari romani” ai quali, a suo dire, era indirizzata la filippica.

I precari della pubblica amministrazione romana, quindi con lui stesso, che,  a giudicare dalla situazione politica attuale, non avrà più molte occasioni di mettersi  in mostra e farne parte. Perché tornerà a casa con le pive del sacco.

Diventando un precario? Essendo uno di loro,  me lo auguro caldamente, così vediamo cosa avrà da dirmi in proposito.

Certo, non sono romano…


Habemus quorum

L’ormai acclarato e ufficiale raggiungimento del quorum (con soglie vicine al 57% e percentuali abbondantemente sopra il 95% per il sì) nei quattro quesiti referendari della consultazione del 12 e 13 giugno,  lancia una lunga serie di riflessioni sull’attuale situazione politica e sociale italiana, arrivata adesso a un cruciale momento di svolta,  al di là qualsivoglia dichiarazione e indipendentemente da ogni ambito o fazione si appartenga o ci si senta vicini.

Innanzitutto sarebbe ora di rivedere e mettere da parte l’attuale Legge 352/1970 che determina come fattore irrinunciabile alla validità del referendum abrogativo, il raggiungimento del quorum del 50%,  validando cioè in pratica l’astensionismo come una scelta, senza considerare gli effetti negativi che ha sull’economia e soprattutto sull’educazione civica dei propri cittadini, per i quali il voto è sì un diritto, ma anche un dovere, il dovere di avere voce nelle decisioni che riguardano tutti. Negli ultimi vent’anni è questa la prima volta che si raggiunge questo obbiettivo, che consente fra l’altro allo Stato di non gettare al vento i 300 milioni spesi per il voto.

É una vittoria anche dei nuovi media, di internet soprattutto, che ha fatto pressante campagna per il voto, a differenza di quanto non avvenuto in televisioni e nei giornali, dove dei referendum si è parlato poco o nulla.

Scongiurata anche la penosa furbizia di non accorpare il referendum alle amministrative che si sono svolte in tutta Italia, una scelta talmente infelice e disonesta che non merita ulteriori commenti.

La schiacciante vittoria del comitato referendario e del sì, per la prima volta forse mai così organizzato per spingere al voto con ogni mezzo e aiuto (bus, navette, taxi),  inoltre – è inevitabile – fornisce per la seconda volta in poche settimane il quadro di quanto l’attuale Governo e l’attuale maggioranza parlamentare non riflettano più minimamente lo stato reale del Paese e sono finite in assoluta minoranza. L’unica cosa che ormai resta a questo Governo è quella di far sfilare i carri armati per mantenere il Potere, perché è evidente che adesso non ha nessuna credibilità e nessun appoggio e consenso popolare per continuare a governare.

Il quarto quesito, quello sul legittimo impedimento, era di matrice nettamente politica e anti-berlusconiana, ed è dalla riflessione conseguente che il Premier avrebbe il dovere di rimettere il proprio mandato al Presidente della Repubblica.

Questo avverrebbe in condizioni normali di democrazia e con un Premier consapevole e politicamente corretto, qualità che sono quanto di più lontane da Silvio Berlusconi.

Arrivare al 2013 con questa maggioranza (che non è più maggioranza) sarebbe un disastro non solo per il Paese, ma per lui stesso, che non avrebbe più appigli ai quali fare conto. La sua fine politica è ormai alle porte, basterebbe un po’ d’unità fra gli oppositori per vederla compiuta.

Ed è questa l’utopia più grande del momento, anche se dopo questo miracolo referendario, nulla sembra più impossibile come prima.


L’austropalermitano

installazione di uwe a piazza garraffello

Sono ormai dodici anni che Uwe Jäntsch, quarantenne artista austriaco, vive a Palermo, città che è diventata al tempo stesso sua dimora, ma soprattutto suo laboratorio.  Dal momento del suo arrivo, infatti, ha operato sempre nel capoluogo e nelle zone più deteriorate della Sicilia, provocando e al tempo stesso recuperando artisticamente luoghi che deturpano il paesaggio e il territorio in maniera devastante.

Uwe,  in un certo senso, ha creato l’arte  dal degrado,  con interventi spesso grotteschi,  che sicuramente non lasciano indifferenti, per la loro incisività e il loro colpo d’occhio.  Fra gli interventi più noti è d’uopo ricordare quello sull’ Hotel Africa a Porto Empedocle o sul ponte di Blufi, nelle Madonie, ma la zona dove lui ha maggiormente operato è quella del centro storico di Palermo,  la Vucciria soprattutto e Piazza Garraffello in particolare. Lì nel 2006  fece una straordinaria opera di collage coi rifiuti raccattati in loco, chiamandola “La Cattedrale dei Rifiuti”, stupidamente rimossa dall’amministrazione palermitana dopo che era diventata pure un’attrazione per i turisti.

Ho avuto modo di intervistare Jäntsch qualche settimana fa per il Quotidiano di Sicilia e la lunga chiacchierata che è nata ha rivelato una volta di più la sua simpatia e la sua disponibilità. Abbiamo conversato del suo arrivo a Palermo e di come è stata trasformata la città durante questi anni, del suo lavoro e del suo rapporto con i palermitani.

“La prima volta che arrivai a Palermo e vidi la Vucciria dodici anni fa – ha detto Uwe -  mi sembrò come  di viaggiare nel tempo.  Personalmente  sono cresciuto nella società dei supermercati e del mercato globale, la cui unica variabile è data dai prezzi, privi di qualsivoglia  caratteristica distintiva. Una volta visitata la Vucciria tornai a vivere nel passato, ma era il presente quello che si presentava ai miei occhi: cartelli scritti a mano, nessuna pubblicità e prezzi che si contrattavano col singolo commerciante, una vera comunicazione diretta, senza automatismi. In queste situazioni solitamente si provano sensazioni contrastanti, o si amano o si odiano e io l’ho subito amata. Tutto era reale, non era un film e non era il passato, solo il presente, non era Africa, ma piena Europa. Questo mi ha spinto a restare e a cominciare a operare in questa zona culturale, perché un mercato di questo tipo è assolutamente cultura”.

E come si è trovato ad agire in questo ambiente? “Le mie provocazioni – continua Jäntsch – hanno funzionato sia in questa dimensione sia in altre, il mio vantaggio di lavorare in queste circostanze è stato quello di conoscere il dopo, quello che c’è e cresce dopo mercati del genere, è come se dal futuro fossi tornato dal passato, è questo mi ha avvantaggiato e spinto a lavorare in questa direzione. Quando feci la cattedrale di rifiuti, questa divenne un’attrazione per i turisti che si fermavano anche al mercato per comprare e dunque divenne al contempo una risorsa per comunità, come lo sono per esempio le manifestazioni spontanee musicali di piazza Garraffello, che si svolgono nei fine settimana senza alcun tipo di contributo, alimentando lo stesso un flusso di commercio e di gente nell’area. Purtroppo la cattedrale fu rimossa, forse per le proteste di alcuni palermitani stessi che mal hanno accettato l’installazione. Eppure molti commercianti mi ringraziavano perché portavo loro gente con il mio lavoro. Adesso sfortunatamente che non c’è più la cattedrale, si perde la cultura e si perde anche il momento culturale del mercato che a lei era legato, ma indipendentemente da questo la risposta di Palermo è quella di una dispersione di questo patrimonio: a piazza Garraffello ormai l’interesse è votato soltanto alla baldoria e al divertimento e io non lavoro più in strada come facevo prima, ma nel mio studio. Negli ultimi due anni purtroppo la situazione è questa, fors’anche una risposta legata al mondo globale. Il venerdì e il sabato sera a piazza Garraffello è piena di ragazzi anche minorenni che pensano solo al divertimento, dove nemmeno la scelta della musica è importante e comunque in nessun modo legata alla cultura, ma spesso anzi alla casualità. Al di là di ciò gli stessi poveri e anziani commercianti vengono danneggiati da questa baldoria notturna, visto che iniziano a lavorare molto presto la mattina e trovano i loro esercizi danneggiati da escrementi e rifiuti di ogni genere. Eppure Palermo sembra molto contenta adesso perché non ci sono più interventi del genere della mia “cattedrale” o comunque quando ero attivo ogni giorno in piazza Garraffello”.

Che rapporto ha instaurato con la cittadinanza? “Io amo i palermitani – ha continuato l’artista austriaco -  e  la mia arte in un certo senso lo dimostra. La mia scelta è stata quella di fare arte dentro il popolo, in un luogo come la Vucciria che è denso di comunicazione e in questo senso Palermo è un lusso, perché esiste molta più comunicazione di molti altri posti che sono chiusi in se stessi. Quando io faccio un’installazione i palermitani, di qualunque livello di istruzione o estrazione sociale essi siano, capiscono e avvertono l’intervento artistico, esiste insomma un alto livello recettivo e comunicativo che in altre città non esiste, perché Palermo comunque conserva una dimensione che esula dal mondo globalizzato, con il folklore e la spontaneità che resistono molto più che in altri posti, nonostante anche qui cominciano a svilupparsi sia i centri commerciali che la comunicazione indiretta. Io ho lavorato in mezzo la gente sino a due anni e mezzo fa, e nessuno ha mai toccato le mie installazioni ed è per me un vero grande onore. Quando è stata smantellata la “cattedrale” l’ordine è partito fuori dal centro storico, e in ogni caso gli interventi a danno del mio lavoro, non sono mai stati fatti dalla gente del posto. I palermitani hanno sempre avuto grande rispetto e hanno sempre apprezzato la mia arte e per un artista questo è fondamentale, d’altronde se non ci fosse stato questo rapporto non sarei rimasto qui per 12 anni. È anche una cosa piuttosto inusuale, perché solitamente l’artista lavora da solo, mentre io ho avuto il privilegio di lavorare per e con la gente di Palermo”.

Un privilegio non solo di Jäntsch, ma anche per i palermitani che possono vantare un personaggio così fra i loro concittadini, dato che ormai Uwe è di fatto molto più palermitano di tanti altri che lo sono soltanto a parole.

Uwe Jäntsch, il palermitano d’Austria.


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