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Trenitalia si scusa per il disagio: scuse non accettate

treno

Il treno X con destinazione Y arriverà con TOT minuti di ritardo. Trenitalia si scusa per il disagio“. Quante volte vi sarà capitato di sentire questa frase? Qui in Sicilia, dove i treni moderni si contano sulle dita di una mano, questo refrain è la norma, tant’è che molto spesso, quando si deve percorrere una tratta, è sempre concesso un famigerato bonus-ritardo per chi viene a prenderti alla stazione. Le problematiche sono molteplici: infrastrutture obsolete, treni fatiscenti, stazioni malandate.  Le colpe di questi innumerevoli disagi sono certamente legate molte più agli ingranaggi malfunzionanti della politica e della burocrazia, quindi è difficile mettere Trenitalia sul banco degli imputati.  Eppure alcune volte accade il contrario, ovvero quando l’azienda (a totale partecipazione statale, va ricordato) smette i panni di società a servizio del pubblico per mettere in primo piano le proprie beghe personali.

Ed è quello che accaduto la mattina del 26 settembre nel treno locale 8810 in partenza da Palermo Centrale alle 10.14 con destinazione Termini Imerese. L’orario non è propriamente di punta, ma il treno è comunque affollato perché questa tratta è una delle poche nella zona che ferma in tutte le stazioni dei piccoli paesi delle vicinanze, fra cui Ficarazzi, Casteldaccia e Santa Flavia. La partenza è in perfetto orario e tutto sembra procedere nel migliore dei modi sino a quando, verso le 10.25, ci si ferma alla stazione di Ficarazzi. É il momento per il controllore di svolgere le sue funzioni e chiedere ai passeggeri di esibire il loro biglietto. Una coppia, che afferma di dover andare a Termini Imerese è sprovvista di regolare tagliando. Il controllore chiede loro di esibire i documenti per poter redigere il verbale e i due non fanno la minima piega. Va ricordato, che, come ribadito innumerevoli volte dagli altoparlanti diffusi nel treno, alle stazioni e negli avvisi affissi nei vagoni,  i trasgressori sono severamente puniti con il pagamento di un’ammenda e una notevole aggiunzione al costo del biglietto: nulla più.

Il funzionario di Trenitalia però, in questo caso, non vuole sentire ragioni: i due devono assolutamente scendere dal treno alla stazione di Ficarazzi. I due trasgressori, a loro volta, non hanno la minima intenzione di abbandonare la loro postazione, perché, pur ammettendo la loro colpa, ritengono che l’emissione della sanzione sia più che sufficiente e che non esistono ragioni che li spingano a scendere e a non raggiungere la destinazione prefissata. Il controllore chiama i carabinieri, i quali però possono farsi una sonora risata: la sanzione è amministrativa, è stata comminata e non c’è stata resistenza all’ufficiale, in quanto i due hanno esibito, come richiesto, i documenti per il verbale.

Uno sconcertante balletto che è andato avanti per ben 31 minuti, causando il ritardo del treno e di tutta la tratta per tutto il corso della giornata. Studenti che hanno perso le lezioni, pendolari costretti a giustificarsi con i datori di lavoro, professionisti che hanno dovuto rinunciare ai loro appuntamenti: chi li risarcirà?

Sarebbe stata cosa gradita sentire le spiegazioni del funzionario di Trenitalia: purtroppo i tentativi di mettersi in contatto con la persona che ha causato il disagio non sono andati a segno. La sensazione, assai sgradevole, è che questo imperterrito servitore dello Stato, in questa occasione abbia decisamente perso il lume della ragione, commettendo un vero e proprio abuso di potere nei confronti di tutti quei passeggeri che giorno 26 settembre 2013 hanno dovuto percorrere quella tratta.

La certezza, altrettanto diffusa, è che in questo caso (augurandoci che non ce siano più altri) Trenitalia è responsabile del disagio arrecato agli utenti, delle cui scuse non sanno più che farsene.


L’austropalermitano

installazione di uwe a piazza garraffello

Sono ormai dodici anni che Uwe Jäntsch, quarantenne artista austriaco, vive a Palermo, città che è diventata al tempo stesso sua dimora, ma soprattutto suo laboratorio.  Dal momento del suo arrivo, infatti, ha operato sempre nel capoluogo e nelle zone più deteriorate della Sicilia, provocando e al tempo stesso recuperando artisticamente luoghi che deturpano il paesaggio e il territorio in maniera devastante.

Uwe,  in un certo senso, ha creato l’arte  dal degrado,  con interventi spesso grotteschi,  che sicuramente non lasciano indifferenti, per la loro incisività e il loro colpo d’occhio.  Fra gli interventi più noti è d’uopo ricordare quello sull’ Hotel Africa a Porto Empedocle o sul ponte di Blufi, nelle Madonie, ma la zona dove lui ha maggiormente operato è quella del centro storico di Palermo,  la Vucciria soprattutto e Piazza Garraffello in particolare. Lì nel 2006  fece una straordinaria opera di collage coi rifiuti raccattati in loco, chiamandola “La Cattedrale dei Rifiuti”, stupidamente rimossa dall’amministrazione palermitana dopo che era diventata pure un’attrazione per i turisti.

Ho avuto modo di intervistare Jäntsch qualche settimana fa per il Quotidiano di Sicilia e la lunga chiacchierata che è nata ha rivelato una volta di più la sua simpatia e la sua disponibilità. Abbiamo conversato del suo arrivo a Palermo e di come è stata trasformata la città durante questi anni, del suo lavoro e del suo rapporto con i palermitani.

“La prima volta che arrivai a Palermo e vidi la Vucciria dodici anni fa – ha detto Uwe -  mi sembrò come  di viaggiare nel tempo.  Personalmente  sono cresciuto nella società dei supermercati e del mercato globale, la cui unica variabile è data dai prezzi, privi di qualsivoglia  caratteristica distintiva. Una volta visitata la Vucciria tornai a vivere nel passato, ma era il presente quello che si presentava ai miei occhi: cartelli scritti a mano, nessuna pubblicità e prezzi che si contrattavano col singolo commerciante, una vera comunicazione diretta, senza automatismi. In queste situazioni solitamente si provano sensazioni contrastanti, o si amano o si odiano e io l’ho subito amata. Tutto era reale, non era un film e non era il passato, solo il presente, non era Africa, ma piena Europa. Questo mi ha spinto a restare e a cominciare a operare in questa zona culturale, perché un mercato di questo tipo è assolutamente cultura”.

E come si è trovato ad agire in questo ambiente? “Le mie provocazioni – continua Jäntsch – hanno funzionato sia in questa dimensione sia in altre, il mio vantaggio di lavorare in queste circostanze è stato quello di conoscere il dopo, quello che c’è e cresce dopo mercati del genere, è come se dal futuro fossi tornato dal passato, è questo mi ha avvantaggiato e spinto a lavorare in questa direzione. Quando feci la cattedrale di rifiuti, questa divenne un’attrazione per i turisti che si fermavano anche al mercato per comprare e dunque divenne al contempo una risorsa per comunità, come lo sono per esempio le manifestazioni spontanee musicali di piazza Garraffello, che si svolgono nei fine settimana senza alcun tipo di contributo, alimentando lo stesso un flusso di commercio e di gente nell’area. Purtroppo la cattedrale fu rimossa, forse per le proteste di alcuni palermitani stessi che mal hanno accettato l’installazione. Eppure molti commercianti mi ringraziavano perché portavo loro gente con il mio lavoro. Adesso sfortunatamente che non c’è più la cattedrale, si perde la cultura e si perde anche il momento culturale del mercato che a lei era legato, ma indipendentemente da questo la risposta di Palermo è quella di una dispersione di questo patrimonio: a piazza Garraffello ormai l’interesse è votato soltanto alla baldoria e al divertimento e io non lavoro più in strada come facevo prima, ma nel mio studio. Negli ultimi due anni purtroppo la situazione è questa, fors’anche una risposta legata al mondo globale. Il venerdì e il sabato sera a piazza Garraffello è piena di ragazzi anche minorenni che pensano solo al divertimento, dove nemmeno la scelta della musica è importante e comunque in nessun modo legata alla cultura, ma spesso anzi alla casualità. Al di là di ciò gli stessi poveri e anziani commercianti vengono danneggiati da questa baldoria notturna, visto che iniziano a lavorare molto presto la mattina e trovano i loro esercizi danneggiati da escrementi e rifiuti di ogni genere. Eppure Palermo sembra molto contenta adesso perché non ci sono più interventi del genere della mia “cattedrale” o comunque quando ero attivo ogni giorno in piazza Garraffello”.

Che rapporto ha instaurato con la cittadinanza? “Io amo i palermitani – ha continuato l’artista austriaco -  e  la mia arte in un certo senso lo dimostra. La mia scelta è stata quella di fare arte dentro il popolo, in un luogo come la Vucciria che è denso di comunicazione e in questo senso Palermo è un lusso, perché esiste molta più comunicazione di molti altri posti che sono chiusi in se stessi. Quando io faccio un’installazione i palermitani, di qualunque livello di istruzione o estrazione sociale essi siano, capiscono e avvertono l’intervento artistico, esiste insomma un alto livello recettivo e comunicativo che in altre città non esiste, perché Palermo comunque conserva una dimensione che esula dal mondo globalizzato, con il folklore e la spontaneità che resistono molto più che in altri posti, nonostante anche qui cominciano a svilupparsi sia i centri commerciali che la comunicazione indiretta. Io ho lavorato in mezzo la gente sino a due anni e mezzo fa, e nessuno ha mai toccato le mie installazioni ed è per me un vero grande onore. Quando è stata smantellata la “cattedrale” l’ordine è partito fuori dal centro storico, e in ogni caso gli interventi a danno del mio lavoro, non sono mai stati fatti dalla gente del posto. I palermitani hanno sempre avuto grande rispetto e hanno sempre apprezzato la mia arte e per un artista questo è fondamentale, d’altronde se non ci fosse stato questo rapporto non sarei rimasto qui per 12 anni. È anche una cosa piuttosto inusuale, perché solitamente l’artista lavora da solo, mentre io ho avuto il privilegio di lavorare per e con la gente di Palermo”.

Un privilegio non solo di Jäntsch, ma anche per i palermitani che possono vantare un personaggio così fra i loro concittadini, dato che ormai Uwe è di fatto molto più palermitano di tanti altri che lo sono soltanto a parole.

Uwe Jäntsch, il palermitano d’Austria.


Fine del terrore?

Renato Ruggiero, uno dei pochi ministri degli Esteri validi che abbiamo avuto da molti anni a questa parte (infatti durò solo sei mesi) all’indomani della tragedia dell’11 settembre disse con un tono disperato che “Il mondo stava per cambiare, e in peggio”.

Non era difficile prevederlo, ma i fatti gli hanno dato ampiamente ragione e gli Stati Uniti in testa hanno vissuto un vero e proprio periodo medievale, fra guerre insensate e crolli economici dai quali ancora oggi non riescono a tirarsi fuori.

La disastrosa amministrazione di Bush ha fatto poi del proprio peggio, fomentando il terrore fra i cittadini e instaurando un vero e proprio regime di paura, aprendo gli insensati e dolorosi conflitti in Afghanistan e Iraq e limitando le libertà personali con misure altrettanto insensate come il famoso Patriot Act, senza dimenticare la chiusura rigida delle frontiere.

L’annuncio in diretta televisiva del presidente Obama dell’uccisione di Bin Laden pare in questo senso chiudere per sempre questa era del terrore. Era lui,  il terribile leader di Al-Qaeda che rappresentava lo spauracchio principale per i cittadini statunitensi e al di là della paura delle ritorsioni (una puerile paura direi, cosa aspettarsi da dei terroristi? La pace in cambio della sopravvivenza? Mah..) sicuramente questa paventata esecuzione ha definitivamente (almeno all’apparenza) chiuso questa grigia epoca.

É utopico pensare che tutto tornerà prima, che l’America tornerà a incarnare il sogno americano e che nel mondo si faccia strada presto la pace.

Ma l’eliminazione di un forte simbolo del male come Bin Laden lascia finalmente spazio dopo un decennio all’ottimismo, che per  una nazione duramente minata nelle sue certezze è qualcosa di estremamente grandioso.

E trattandosi della nazione e dello Stato più potente e importante del mondo, non può che riflettersi positivamente nel resto del globo.

Da parte mia nessun plauso, ma anche nessuna pietà per un uomo che non ha mai avuto rispetto della vita umana e che ha fatto la fine che era segnata nel suo destino di vile terrorista.

Che la vita, finalmente, continui.


La bestia più feroce, pt. 2

Come purtroppo molti di voi sapranno, Vittorio non ce l’ha fatta.

Il suo corpo è stato ritrovato impiccato in una casa abbandonata a Gaza.

Le parole che mi vengono nel commentare questa ennesima tragedia sono al minimo, tale è lo sgomento e l’amarezza che mi assale nel riferire di quanta crudeltà sia capace l’uomo e di quanto ingiusto sia stato il destino di questo ragazzo di trentasei anni che ha combattuto per la pace e la libertà in uno dei territori più devastati di tutto il pianeta.

Ha sacrificato la sua vita perchè i palestinesi possano avere condizioni umani, mentre lui è stato ucciso e trattato in maniera disumana. Da riconoscere c’è che senz’altro i suoi assassini oltre a essere delle ignobili bestie non faranno sicuramente della maggioranza del popolo che lui ha sempre strenuamente difeso, il popolo per cui Arrigoni si è sempre battuto.

La sua famiglia, segnatamente sua madre, Egidia Beretta sindaco del comune di Bulciago (LC), ha espresso il suo dolore, ma anche l’orgoglio di quanto ha fatto in vita suo figlio.

Le sue spoglie arriveranno in Italia lunedì, perchè oltre alla barbaria subita, bisogna pure constatare la mancanza di sensibilità delle autorità israeliane che per nessun motivo aprono le frontiere di Gaza nel fine settimana.

Un’ultima amarezza per questa storia penosa senza lieto fine.

Un’ennesima constatazione sulla gratuita crudeltà delle bestia più feroce del pianeta Terra, l’uomo.


La bestia più feroce

Vittorio Arrigoni è un uomo che ha dedicato la sua vita alla causa palestinese. Trentasei anni, è un fervido attivista dei diritti umani e un giornalista che collabora col Manifesto, Peacereporter, e AgoraVox.

Inoltre, essendo sempre impegnato a raccontare quello che accade in zone a rischio, tiene un blog, Guerrilla Radio, dove informa costantemente quello che avviene sotto i suoi occhi, narrando di quanto crudeltà è spesso testimone.

Ebbene oggi Arrigoni ha dovuto constatare questa crudeltà non solo in qualità di osservatore, ma purtroppo in questa occasione si vede costretto a vestire i panni della vittima. É stato infatti rapito da un gruppo ribelle di salafiti, una cellula palestinese che fa riferimento ad Al-Qaeda, che minaccia di ucciderlo se il governo palestinese di Hamas non rilascerà dalle sue carceri i loro compagni di battaglia.

La notizia lascia attoniti e sconcertati, non solo perchè si rischia di contare un’altra ennesima vittima in nome di questi criminali ignobili, ma per la natura della persona, che si è sempre battuta perchè nel mondo non venisse mai versata una sola goccia di sangue per qualunque causa, senza fare distinzione di schierament0.

L’amarezza che ne consegue, sperando per la vita del povero Vittorio e augurandosi che venga presto liberato, è quella che Arrigoni forse avrebbe fatto meglio a dedicare la propria vita, il proprio talento, il suo spirito umanitario e di abnegazione con esseri che non gli avrebbero mai portato questi pericoli. Come tigri, leoni, serpenti, giaguari.

Perchè questa triste vicenda è l’ennesima vicenda che porta alla luce di come la bestia più stupida, feroce e pericolosa sia proprio l’uomo. Una razza che non ha meritato l’attenzione di Arrigoni e forse non merita nemmeno un elemento come Arrigoni fra i propri membri.

Tieni duro Vittorio.


L’uomo dei sogni

Adesso per gli italiani diventerà la pietra di paragone, l’uomo che simboleggia e proietta i propri sogni di gloria, perché lui ce l’ha fatta.

Cesare Geronzi, 76 anni, ha vinto al SuperEnalotto senza nemmeno giocare. Il banchiere che colleziona poltrone e partecipazioni adesso può vantarsi di aver riscosso la più alta liquidazione mai ricevuta, forse nella storia dell’umanità, comparata al lavoro fatto.

Infatti, dopo un solo anno di lavoro, il finanziere romano, dopo le dimissioni dalla guida di Generali, ha ricevuto una buonuscita di ben 16 milioni di euro, la stessa ricevuta dal suo predecessore, Antoine Bernheim. Ma in otto anni di lavoro.

Però evidentemente il suo contributo all’azienda è stato tale da giustificare una tale resa. Infatti in Borsa nonappena s’è saputo della sua defezione, il titolo Generali ha avuto una formidabile ascesa, col titolo che è salito sino al 4,7% in più del suo valore alla partenza delle contrattazioni.

Non solo, ma secondo Guido Giubergia, presidente della società di investimento Ersel e del comitato governance di Assogestioni, «Chiunque sia parte del mercato non può che recepire positivamente questa decisione, il +5% del titolo parla da solo», tanto per sottolineare la stima di cui Geronzi già nutriva nell’ambiente.

Inoltre, è d’uopo ricordare che il buon Cesare è stato iscritto nel registro degli indagati del crac Parmalat, uscendone assolto per l’accusa di estorsione, ma essendo ancora in attesa di giudizio da parte della Cassazione per l’accusa di bancarotta.

Come se non bastasse su di lui pende una condanna di otto anni di reclusione da parte della procura di Roma per frode riguardo l’emissione e collocamento dei bond Cirio tramite Capitalia, di cui era presidente, mentre è pure coinvolto nel caso Telecom per la frode fiscale operata dalla lussemburghese Bell (controllata da Hopa, la merchant bank di Emilio Gnutti partecipata anche da Geronzi).

Ma si sa che in Italia chi viene accusato dalla magistratura, anziché vederselo diminuire, si vede accresciuto il proprio credito, che sia attivo nel campo della finanza, dell’imprenditoria o della politica.

E il suo credito, nel caso specifico, è aumentato sino a incassare 16 milioni per un solo anno di modesto e disastroso lavoro per Generali.

Un’altra palese dimostrazione di come la meritocrazia sia oggi nel nostro paese pura utopia.

Ed è per questo che Geronzi ha sedici milioni di motivi per essere indicato come l’uomo dei sogni dall’italiano medio.


Ai confini della realtà

Ai confini della realtà, molti lo ricorderanno, è stato il titolo italiano della serie americana The Twilight Zone (l’ora del crepuscolo). Il telefilm è stato uno dei primi grandi successi della televisione ed è andato in onda dal 1959 al 1964, venendo poi omaggiato al cinema con un film che riprendeva tre vecchi episodi nel 1983.

Il suo successo non ebbe lo stesso seguito nelle edizioni di rifacimento successive, fra il 1985 e il 1989 e fra il 2002 e il 2003. Il suo canovaccio era quello – tipicamente hitchcockiano – di mettere al centro della scena, personaggi e situazioni di vita comuni, turbati però da improvvise scariche di ignoto e di mistero che spesso sfociavano nella fantascienza, mantenendo un alto livello di suspense.

Quello che è accaduto qualche giorno fa a Canale 5 ha rasentato questi livelli di fantascienza, ma la suspense è stata piuttosto modesta, la sceneggiatura piuttosto piatta e i protagonisti mediocri figuranti. Eppure è stato veramente un episodio degno di “Ai confini della realtà”. Se solo fosse frutto dell’immaginazione.

Accadde che a Forum, una delle trasmissioni più false e ignobili (e sono tante) che affollano l’etere, una sedicente robusta signora di mezza età, dice di essere de L’Aquila e loda in continuazione l’operato del governo e della protezione civile nella zona devastata dal terremoto, affermando più volte che in poco tempo tutto è tornato alla normalità e gli aquilani godono di tutti i comfort venuti tragicamente a mancare dal momento della tragedia.

Tutto molto bello se non fosse che questa signora, tale Marina Villa di 50 anni, a L’Aquila forse non ha mai messo piede. Gli aquilani infuriati hanno infatti subito denunciato che questa millantatrice è stata pagata 300 euro per recitare questa sconcertante parte. Oltre a denunciare ovviamente che niente di più falso è relativo al suo racconto, con i cittadini abruzzesi costretti ancora a vivere in condizioni disperate.

La difesa della signora?:

“Ma che vogliono questi aquilani? Ma lo sanno tutti che è una trasmissione finta.Ma che pretendono. Io non c’entro nulla. Ho chiesto di partecipare alla trasmissione e quando gli autori hanno saputo che ero abruzzese, mi hanno chiesto di interpretare quel ruolo. Mi hanno spiegato loro quello che avrei dovuto dire. Mi hanno dato 300 euro. Come agli altri attori. Anche Gualtiero, che nella puntata interpretava mio marito, recitava. Lui è un infermiere di Ortona. Hanno scelto un altro abruzzese per via del dialetto”.

Vendere la propria dignità per trecento euro, mi rendo conto, non è da tutti. Eppure la Villa c’è riuscita.

In piena bufera la sedicente aquilana ha tentato un salvataggio in extremis dicendo che non immaginava di scatenare un putiferio simile e provando a scusarsi. Non lo immaginava eh? Complimenti per il suo spirito analitico, il suo acume e la sua sincerità.

Ancora più raccapricciante è la difesa della signora Rita Dalla Chiesa (orfana di un generale ucciso dalla mafia):

“Mi trovo ad affrontare un mare di cose ingiuste che il pubblico sta scrivendo sia su Forum che su di me. Non credo di meritare quanto sta accadendo. Voglio mostrarvi il curriculum della donna intervenuta in trasmissione in maniera tale da poter dimostrare la nostra buonafede. Lei stessa ha scritto di abitare in un paese vicino a Onna e la storia che ci ha fornito è la stessa che noi ci siamo limitati a raccontare. Invito l’Assessore Pezzopane a contattarci perché anche a noi sia concesso il diritto di replica”.

Mi complimento con il suo staff che non si prende minimanente la briga di controllare mezza volta la veridicità dei fatti e dei personaggi. E la sua scusa, signora Dalla Chiesa, è talmente penosa non ammettere nessun diritto di replica.

La verità più vera è che Forum è un’accozzaglia di menzogne e falsità che adesso si è dipinta pure di strumento di propaganda politica del falso, come ai bei tempi del mai troppo dimenticato MinCulPop di fascista memoria.

A tal proposito mi viene da ricordare la figura di Carlo Alberto Dalla Chiesa, partigiano anti-fascista, generale dei carabinieri, morto per mano della mafia.

E padre di Rita.

Spero non si rivolti troppo nella tomba.

 

 


Tokyo-Ga

Wim Wenders è sempre stato un regista che nel corso della filmografia ha rincorso i suoi miti.

Siano essi rimandi, citazioni, siano veri propri incontri, o ancora omaggi.

Così è stato con il regista americano Nicholas Ray, col quale realizzò il noto Nick’s Movie – Lampi sull’acqua (1980) un’importante opera, fra fiction e realtà, che documenta gli ultimi giorni di vita dell’autore di Gioventù bruciata. Un film commosso e commovente, sentito tributo a uno dei miti dell’adolescenza di Wenders.

Allo stesso modo il cineasta tedesco  ha voluto omaggiare i suoi idoli in campo musicale, così nacquero per esempio Buena Vista Social Club (1999) con Ry Cooder alla ricerca delle radici della musica cubana e L’anima di un uomo (2003) dove Wenders si addentrava nel profondo sud statunitense, scandagliando fra i padri del blues e gli autori meno noti, ma degni di considerazione e rivalutazione.

Ma il più sentito riconoscimento Wenders lo tributò a Yasujiro Ozu, al quale dedicò il documentario Tokyo-Ga (1985), realizzato nel 1983 e montato due anni dopo.

Ozu fu il più neo-realista dei registi giapponesi e realizzò circa 55 film, fra il 1927 e il 1962, passando in maniera sempre delicata dal muto al sonoro e dal bianco e nero al colore, testimoniando i cambiamenti che sono intercorsi lungo trent’anni di storia in Giappone, raccontando del mutamento dei costumi e dei sentimenti, ma mettendo sempre l’accento sugli alti valori dati alla famiglia dalla società nipponica di quel periodo. I suoi film, sempre sussurrati e delicati, hanno rappresentato per Wenders un inossidabile punto di riferimento, nonché un ricordo meraviglioso legato ai suoi anni di frequenza dei cine-forum provinciali prima e della scuola di cinema in seguito.

Andando a Tokyo, vent’anni dopo la morte di Ozu (avvenuta nel 1963), Wenders andava alla ricerca di quel Giappone raccontato dal suo mito, e,  sulle tracce del maestro giapponese,  arrivò a contattare pure i suoi più fidati collaboratori, allora ancora in vita.

Ma quello che vide e sottolineò furono soprattutto i grandi e inesorabili cambiamenti che investirono la nazione e la società del Sol Levante, inghiottita voracemente da tecnologia e velocità. Questi cambiamenti così radicali ebbero la meglio sul vecchio Giappone di Ozu, del quale ormai non restava quasi più nulla. E il maestro Yasujiro, quasi a presagire la fine di un’epoca, su suo desiderio si fece tumulare in una tomba senza foto nè iscrizione, salvo soltanto un ideogramma che simboleggiava il nulla. Testimonianza senza uguali di umiltà, ma anche della consapevolezza riguardo la scomparsa del mondo che Ozu aveva vissuto.

Il Giappone narrato da Wenders sulle tracce di Ozu aveva già vissuto sulle proprie spalle l’immane tragedia della follia atomica di Hiroshima e Nagasaki e da lì seppe risorgere, mutando pelle e facendo dell’industria, della tecnologia, dello sviluppo e del progresso la propria bandiera.

Da allora sono ormai passati 28 anni e tante cose ancora più velocemente saranno cambiate.

Ma l’interrogativo più drammatico è quello riguardante l’ineguagliata tragedia che ha colpito il popolo nipponico nell’ultimo mese. L’ultimo dato parla ormai di 27mila vittime, che purtroppo sono destinate ancora ad aumentare.

Un’intera generazione si trova a dover fare i conti con il lutto, la disperazione e col fardello insostenibile di una ricostruzione che impiegherà decenni di risorse e sforzi.

Il Giappone ne uscirà ancora una volta mutato, e ricordando cos’era al tempo di Ozu e com’era cambiato ai tempi di Wenders, sarà ormai un’altra nazione.

Una nazione di reduci (e che deve pure fare i conti col disastro ambientale di Fukushima), ma una nazione che, cambiando, sono sicuro che riuscirà a uscirne vincitrice.

Ricordando magari quanto era stata grande ai tempi di Ozu e come si è rialzata dopo la Seconda Guerra Mondiale.

力東京パワー

(Forza Tokyo, Forza Giappone).

 


E li chiamano disabili

Nel 1980, l’Oms (l’organizzazione mondiale della sanità) diramò un documentò definito International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps (ICIDH), ovvero che stabiliva le varie specifiche secondo le quali un essere umano, causa incidenti o contrazioni congenite, poteva essere definito un disabile, stante l’impossibilità di vivere normalmente per via di una o più menomazioni a livello fisico o mentale.

In Italia, sino al 2003, questo riconoscimento non veniva riconosciuto per diritto alle persone afflitte dalla sindrome di Down, le quali dovevano sottoporsi a una visita specialistica che ne accertasse l’eventuale handicap.

Questo accadeva sino all’emanazione della Legge 289/2002 del 1° gennaio 2003, dove nell’articolo 94,  comma tre si prevede che: “In considerazione del carattere specifico della disabilità intellettiva solo in parte stabile, definita ed evidente, e in particolare al fine di contribuire a prevenire la grave riduzione di autonomia di tali soggetti nella gestione delle necessità della vita quotidiana e i danni conseguenti, le persone con sindrome di Down, su richiesta corredata da presentazione del cariotipo, sono dichiarate, dalle competenti commissioni insediate presso le aziende sanitarie locali o dal proprio medico di base, in situazione di gravità ai sensi dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ed esentate da ulteriori successive visite e controlli”.

Tutto questo viene fatto per poter permettere di sopperire, alle famiglie e alle stesse persone colpite da questa grave sindrome, alle cure e alle spese sanitarie ed educative, nonostante il pesante handicap.

Mi domando però se la straordinaria storia di Giusi Spagnolo e della sua famiglia abbia avuto un così meraviglioso sviluppo per merito di queste leggi. Io, credo di no, perchè penso che il coraggio, la dedizione, la volontà sua e della sua famiglia non abbia eguali da nessun’altra parte del mondo.

Giusi, palermitana di 26 anni,  infatti è affetta da sindrome di Down, ma ciononostante ha terminato con pieno successo il suo percorso di studi, laureandosi alla facoltà di Lettere di Palermo in Beni demoetnoantropologici col punteggio di 105/110.

La sua storia è veramente un esempio di coraggio e dedizione: cominciò col primo esame, sostenuto in prova scritta con l’aiuto di un pc e con la perplessità degli insegnanti, che man mano l’hanno anche loro aiutata a essere, non solo come gli altri studenti, ma qualcosa di molto di più, una ragazza che oltrepassa le soglie dei propri limiti come pochi possono essere in grado di farlo, anche fra i cosiddetti abili.

La sua vittoria è anche una vittoria delle strutture, che sono state capace di supportarla e aiutarla, meritandosi pure il riconoscimento e il ringraziamento del padre della ragazza.

Eppure non è finita qui: Giusi sogna di fare l’insegnante e durante la sua esperienza di studentessa ha anche lavorato come tutor in una scuola elementare.

“Mi piace lavorare con i bambini – racconta – È stato bellissimo sentirmi chiamare “maestra”, spero un giorno di poterlo fare sul serio”.

Te lo auguriamo di tutto cuore, piccola grande Giusi.

E li chiamiano disabili.


«Nel sistema giudiziario statunitense…

…i reati a sfondo sessuale sono considerati particolarmente esecrabili. A New York opera l’Unità Vittima Speciali, una squadra di detective specializzati che indagano su questi crimini perversi. Ecco le loro storie».

Questo è l’incipit che accompagna l’inizio di ogni episodio di Law & Order: Unità Vittime Speciali, spinoff dell’originale Law & Order e che è adesso giunto alla dodicesima stagione, continuando a mietere successi di ascolti e premi televisivi sin dalla sua prima apparizione in video, nel 1999.

In Italia è possibile vederlo su Rete 4 e sul canale Joy del pacchetto Mediaset Premium sul terrestre, e su Fox Crime per quel che riguarda la trasmissione sul satellite.

Lo sviluppo dell’azione prevede che nell’intro del telefilm, prima della sigla, sia svelato un crimine sessuale, e poi le indagini svolte dalla squadra che portano poi alla fase processuale, condotta dal vice-procuratore assegnato alla sezione.

Grazie alla perfetta simbiosi e alla caratura del cast, nonché il livello granitico delle sceneggiature, la serie, nonostante vada avanti da più di un decennio, continua a mantenere una qualità di alto profilo, dove spicca in particolare la straordinaria coppia di detective formata dagli attori Christopher Meloni e Mariska Hargitay, che per le sue interpretazioni nel telefilm ha ottenuto un Golden Globe e un Emmy Award.

L’unico aspetto meno convincente è quello legato a un certo ideale revanchismo di fondo, che porta spesso a giustificare l’utilizzo barbaro della pena capitale. Niente di così stupefacente se facciamo riferimento al sistema giudiziario americano e soprattutto se veniamo a conoscenza che il tutto è prodotto da Ted Kotcheff, non a caso il regista di Rambo, che per revanchismo non è mai stato secondo a nessuno.

La serie, spesso basandosi su fatti di cronaca realmente accaduti, mette in luce uno sconcertante sottobosco di mondo malato che si cela dietro la contemporaneità, scoperchiando disgustosi vasi di pandora concernenti i reati sessuali, che negli ultimi decenni sono cresciuti a dismisura, dagli stupri agli omicidi a sfondo erotico e soprattutto la pedofilia.

Ma si tratta comunque sempre di fiction, perciò ogni singolo episodio (salvo rarissime eccezioni), porta alla risoluzione del caso, e pur lasciando un grande senso di amarezza,  giunge almeno a portare giustizia alle vittime, senza che le ferite e lo perdite subite, siano però mai colmate.

Questo accade in televisione e nel sistema statunitense, ma da noi?

Un perfetto caso per i detective Benson e Stabler (rispettivamente Hargitay e Meloni) sarebbe quello venuto alla luce durante un servizio mandato in onda da Le Iene la settimana scorsa e che potete vedere nel video linkato qui.

La storia comincia nel settembre scorse, quando la iena Paolo Calabresi è stata contattata da una madre afflitta dalle molestie subite da parte della figlia undicenne da un parente prossimo. Il racconto è a dir poco raccapricciante, con il pedofilo protagonista di sezioni di masturbazioni alla webcam e video pornografici inviati alla piccola, che da allora soffre di gravi disturbi dati dalle molestie subite.

Il dubbio e i problemi sorgono quando la madre racconta che il maniaco è un carabiniere. Una volta denunciato il fatto è stato invitata a sporgere denuncia contro ignoti per evitare eventuali querele e diffamazioni, ma da allora niente è stato fatto, con l’aggravante che il carabiniere molestatore vive nello stesso quartiere della piccola vittima, costringendo così la madre e la sua famiglia a trasferirsi.

La divisa, è questo il forte sospetto, sembra essere lo scudo che protegge questo vile criminale dall’incriminazione.

In attesa che la Polizia e l’autorità giudiziaria facciano finalmente luce sulla questione (comprovata dai fatti e dalle documentazioni presente nel pc della bimba, portate dalla madre della vittima) non si può che esprimere con estremo disprezzo il proprio disgusto per la situazione.

Augurandosi che questo mostro non continui a perpetuare altrove la sua schifosa perversione e che trovi presto il posto che gli spetta: la galera.


 

 


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