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Dynasty

Marina e Silvio Berlusconi

“Mi pare fin troppo ovvio sottolineare che la leadership in questo campo non si possa trasmettere per via ereditaria o per investitura dinastica, ciascuno se la deve costruire da sè e conquistare passo dopo passo”. Così Marina Berlusconi, mette a tacere le voci, sparse nelle ultime ore, che la vedevano come aspirante candidata alla poltrona di leader della nuova formazione del Pdl, in corsa alle primarie contro l’ex delfino del padre, Angelino Alfano.

“La politica non è una dinastia”,  secondo Marina dunque. Avessero avvertito per tempo George W. Bush, magari oggi ci ritroveremmo in un mondo migliore.  Scherzi a parte, questi rumours sulla primogenita di casa Berlusconi, più che alimentare pettegolezzi sulla crescente sfiducia dell’ex premier nei confronti del segretario Alfano, alimentano semmai il clima di confusione che sta attraversando il centrodestra e il Pdl in particolare.

Le primarie annunciate dall’ex ministro della Giustizia all’alba della clamorosa batosta elettorale in Sicilia in realtà non hanno cementato per niente il dibattito politico all’interno del partito, e anzi le scelte e le dichiarazioni di Alfano vengono continuamente sminuite dai colpi a effetto di Berlusconi, dalla famigerata scossa alla ricerca del suo sosia del ’94.

Appare evidente che il caos che regna nella testa del fondatore di Forza Italia (mi candido, non mi candido, forse sì, forse no, cerco un erede, magari un sosia) si riflette inevitabilmente nella sua formazione politica,  il cui presunto leader non riesce a unire in maniera convincente militanti ed esponenti.

Intanto, giusto per farsi mancare nulla, alle primarie del Pdl (della cui organizzazione ancora si sa veramente poco), spunta il nome di un altro sedicente candidato: Alfonso Luigi Marra, l’uomo dai best seller improbabili e dalle testimonial di gran lusso, fra cui la super chiacchierata Sara Tommasi che esponeva le sue idee anti signoraggio bancario mentre esibiva in bella vista svolazzante la parte più nobile del suo corpo.

Non è che per caso queste primarie in realtà saranno un gran spettacolo d’avanguardia teatrale come si usava negli anni 60? A giudicare dai protagonisti, non mi pare di andarci così lontano.


Primi in Europa

 

In questo periodo di profonda crisi per l’Italia, arriva finalmente una soddisfazione. Il nostro Paese ha infatti raggiunto un primato che sarà difficilmente superato, almeno a breve termine. L’Italia infatti, secondo una ricerca approfondita  Synergia Consulting Group, alleanza professionale di 14 studi di commercialisti con oltre 200 professionisti ubicati in varie regioni italiane, risulta essere la prima nazione di tutto il Vecchio Continente per la pressione fiscale sulle imprese.

Secondo lo studio di Synergia Consulting Group, non sarebbe solo l’eccessivo ed elevato tasso delle aliquote a incidere in maniera così pesante sulla libertà d’impresa, ma anche la scarsa possibilità che viene concessa per quel che riguarda le spese deducibili e le detrazioni. In pratica, anche se un’azienda italiana fattura, fra ricavi e costi, la stessa cifra di un’azienda spagnola l’utile netto è inferiore del 60 per cento, mentre rapportandosi a un’azienda inglese si scende al 39 per cento e a una francese del 23 per cento. A superarci nel carico fiscale c’è solo la Germania, ma è ovviamente un confronto improponibile, dato lo scarto che esiste fra le economie dei due paesi (basti pensare solo al famigerato spread).

É interessante rilevare altresì, che dal 2000 a oggi,  nonostante in tutta l’Europa vi sia stato un calo della pressione fiscale, in Italia registriamo un aumento pari a un’incidenza del 3,4 per cento sul Pil.

Sempre secondo le rilevazioni di Synergia Consulting Group, mentre nel  1995 eravamo al decimo posto, con un’incidenza attestata  sul 37,8 per cento, già all’epoca superiore alla media europea (35,3), al termine del 2010 il livello è salito al 42,6 per cento, cifra che ha fatto salire l’Italia al primato nel Vecchio Continente. Tutto questo mentre nel resto d’Europa si è rilevata una riduzione del carico fiscale e contributivo sul lavoro, con una media che è scesa al 33,4 per cento. Un primato che assume connotazioni ancora più rilevanti se si considera che il carico fiscale effettivo sulle imprese, includendo tutti i fattori, arriva addirittura alla cifra monstre del 68,5 per cento.

“La base imponibile – ha osserva Pietro Mastrapasqua, ad di Synergia – viene estesa in modo consistente. Le imposte non si pagano solo sul reddito ma anche su alcuni costi, come telefonia, auto aziendali, spese di rappresentanza e interessi passivi”.

In pratica passando da Berlusconi a Prodi, poi ancora Berlusconi e infine a Monti, i vari governi che si sono succeduti alla guida della Penisola, per ovviare alle spese, al deficit, al debito pubblico non hanno trovato di meglio che innalzare a livelli inauditi la pressione fiscale col risultato che l’unico primato che può detenere l’Italia è quello delle tasse.

Sviluppo e crescita sembrano solo essere concetti vuoti e slogan urlati dalla maggioranza dei politici, mentre le imprese sono bloccate, spariscono e il lavoro evapora, con la disoccupazione che arriva al’11 per cento in tutta la Penisola e al 20 per cento solo al Sud.

Inevitabile pensare a quale altra misura avrà in mente Monti per rilanciare lo sviluppo. Una nuova tassa, of course…

 

 


Palermo liberata

Palermo oltraggiata! Palermo rovinata! Palermo martirizzata! ….ma Palermo liberata!

Citando il discorso del generale Charles De Gaulle all’indomani della liberazione di Parigi dai nazisti,  sostituendo Parigi con Palermo e senza voler dare del nazista (per carità!) a Diego Cammarata, dimissionario sindaco del capoluogo  siciliano, è questo il clima che si respira oggi in città. Una sensazione di liberazione, dopo dieci fra i più cupi anni vissuti sotto il governo di  una delle peggiori amministrazioni che il cittadino palermitano ricorda.

Era dai tempi di Ciancimino e del “sacco di Palermo” che un sindaco non era così impopolare, e se all’epoca tutto veniva fatto all’oscuro degli ignari cittadini, che erano vittime inconsapevoli di manovre studiate per favorire l’ascesa del potere mafioso in seno alla politica, questo decennio non è scivolato senza cicatrici sulla pelle dei palermitani che ne hanno subìto le malefatte, vuoi per incompetenza, vuoi per consapevole malafede.

Analizzare la conferenza nel corso della quale Cammarata ha dato le dimissioni,  è in tal senso estremamente indicativo.

Innanzitutto dobbiamo dire di quanto sia eroico il suo gesto, considerato che mancavano appena quattro mesi alla scadenza del secondo e ultimo mandato e che la Regione stava per commissariare il Comune per i ben noti problemi di origine economica, tant’è che la Giunta è stata costretta ad attingere dal fondo di riserva dei tre anni successivi per coprire tutte le spese ordinarie.

Ma Cammarata non la pensa così. “Passo la mano per l’orgoglio di lasciare i conti in ordine e un bilancio strutturalmente sano – queste le parole dell’ex sindaco –  Ho chiesto alla Ragioneria generale del Comune di predisporre un bilancio di fine mandato accompagnato da una relazione sullo stato delle nostre finanze e ciò a scanso di equivoci e per evitare che qualcuno parli, o meglio straparli, in maniera irresponsabile di comune di Palermo sull’orlo del dissesto o di grave situazione di indebitamento”.  Il commissario regionale non dev’essere d’accordo visto che da novembre si parla già di commissariamento del Comune, per porre un rimedio alla situazione economica pesantissima, senza dimenticare che per approvare il Rendiconto sono occorsi diversi mesi.

Cammarata inoltre dice di “lasciare a testa alta e che le sue dimissioni sono un atto d’amore per la sua città”.  Su quest’ultimo punto direi che non ci piove, mentre sulla testa alta avrei più di un dubbio, visto che a Palermo non può nemmeno farsi vedere al Festino per non essere oggetto di pesanti insulti e contestazioni anche violente.

Piuttosto lascia una città dove sta per esplodere la bomba Gesip, un ordigno che sta per deflagrare su stesso lasciando appiedati i 1800 impiegati assunti secondo un’assurda logica occupazionale di stampo prettamente clientelare che lui ha contribuito a creare in maniera decisiva.

Lascia una città che presto potrebbe ritrovarsi colma di spazzatura, dato che la sua amministrazione non è riuscita a stilare un contratto di servizio degno per l’Amia (un altro dei mostri occupazionali che lui s’è lungi tolto dal fermare).

Lascia una città priva del Piano Urbano del Traffico, così come l’aveva lasciata. E i sottopassaggi pedonali che nessun dipendente comunale vuole sorvegliare giacciono abbandonati, mentre si spendono milioni di euro per meravigliosi sovrappassi.

Lascia una città che non è riuscita ad attuare quasi nulla del Piano Regolatore approvato nel 2002, mentre giacciono abbandonati siti come Pizzo Sella che rimane tale e quale a come l’aveva lasciato costruire Ciancimino.

L’elenco è talmente lungo da annoiare anche chi scrive e quindi sono costretto a fermarmi, per chiudere con una nota conclusiva.

Cammarata infatti fra le cause (piuttosto deboli, devo dire) che lo hanno indotto a dare le sue dimissioni non ha citato l’inchiesta sullo skipper personale fatto assumere in Gesip, mentre lavorava alle sue dipendenze. Naturalmente è solo un caso, visto che l’ex sindaco ha sempre brillato di trasparenza.

Adesso Palermo dovrà vivere necessariamente e per la propria sopravvivenza una nuova fase. Ma il percorso più difficile sarà quello di restituire la fiducia nella politica nei cittadini.

E date le premesse di questa caotica campagna elettorale appena iniziata l’impresa appare improba almeno quanto quella di risollevare le sorti di questa martoriata città. Che adesso almeno s’è liberata.


L’Italia peggiore

Nell’anno delle celebrazioni per il 150° anniversario dall’Unità d’Italia, ci voleva un ometto piccolo (e dall’ego enorme) a ricordarci quale fosse il male peggiore della nostra tanto bistratta Penisola.

Lo ha detto blaterando in faccia a un rappresentante dei precari (nella fattispecie della Pubblica amministrazione, di cui lui è solerte ministro). Eh sì, la parte peggiore dell’Italia sono i precari, coloro i quali, grazie a una legge ridicola che la fa franca perché nominata a una vittima delle Br, non sanno nulla del loro futuro, non hanno idea se mai verrà a loro assegnato un contratto e lottano quotidianamente per dei diritti che sono quelli fondamentali di ogni uomo.

Senza un contratto a tempo indeterminato non si maturano diritti per la pensione, non si possono accendere mutui, ottenere prestiti, finanziamenti e persino il diritto alla salute viene sempre meno, pena la scarsità di contributi che si versano allo Stato, che sono già tanti rispetto ai miseri guadagni riconosciuti.

Naturalmente questo sistema non ha fatto altro che privilegiare il lavoro in nero e la scarsa sicurezza del lavoro stesso, ma di tutto questo non si parla mai, perchè conviene a quegli sporchi imprenditori (piccoli e grandi) che si giovano di questo sporco meccanismo.

Eppure per il ministro Brunetta le vittime sono carnefici e incarnano il male assoluto che impedisce all’Italia di crescere economicamente.  Certo io proporrei un bell’internamento nei campi, ma la sua mente illuminata non è arrivata a tanto.

Il povero Renato quindi è stato preso d’assalto dal popolo della rete, che lo ha ricoperto di insulti e improperi, secondo il famigerato “Trattamento Red Ronnie”  e ha rincarato la dose contro i precari dichiarandosi vittima, salvo poi fare marcia indietro, prendendosela con i “precari romani” ai quali, a suo dire, era indirizzata la filippica.

I precari della pubblica amministrazione romana, quindi con lui stesso, che,  a giudicare dalla situazione politica attuale, non avrà più molte occasioni di mettersi  in mostra e farne parte. Perché tornerà a casa con le pive del sacco.

Diventando un precario? Essendo uno di loro,  me lo auguro caldamente, così vediamo cosa avrà da dirmi in proposito.

Certo, non sono romano…


Habemus quorum

L’ormai acclarato e ufficiale raggiungimento del quorum (con soglie vicine al 57% e percentuali abbondantemente sopra il 95% per il sì) nei quattro quesiti referendari della consultazione del 12 e 13 giugno,  lancia una lunga serie di riflessioni sull’attuale situazione politica e sociale italiana, arrivata adesso a un cruciale momento di svolta,  al di là qualsivoglia dichiarazione e indipendentemente da ogni ambito o fazione si appartenga o ci si senta vicini.

Innanzitutto sarebbe ora di rivedere e mettere da parte l’attuale Legge 352/1970 che determina come fattore irrinunciabile alla validità del referendum abrogativo, il raggiungimento del quorum del 50%,  validando cioè in pratica l’astensionismo come una scelta, senza considerare gli effetti negativi che ha sull’economia e soprattutto sull’educazione civica dei propri cittadini, per i quali il voto è sì un diritto, ma anche un dovere, il dovere di avere voce nelle decisioni che riguardano tutti. Negli ultimi vent’anni è questa la prima volta che si raggiunge questo obbiettivo, che consente fra l’altro allo Stato di non gettare al vento i 300 milioni spesi per il voto.

É una vittoria anche dei nuovi media, di internet soprattutto, che ha fatto pressante campagna per il voto, a differenza di quanto non avvenuto in televisioni e nei giornali, dove dei referendum si è parlato poco o nulla.

Scongiurata anche la penosa furbizia di non accorpare il referendum alle amministrative che si sono svolte in tutta Italia, una scelta talmente infelice e disonesta che non merita ulteriori commenti.

La schiacciante vittoria del comitato referendario e del sì, per la prima volta forse mai così organizzato per spingere al voto con ogni mezzo e aiuto (bus, navette, taxi),  inoltre – è inevitabile – fornisce per la seconda volta in poche settimane il quadro di quanto l’attuale Governo e l’attuale maggioranza parlamentare non riflettano più minimamente lo stato reale del Paese e sono finite in assoluta minoranza. L’unica cosa che ormai resta a questo Governo è quella di far sfilare i carri armati per mantenere il Potere, perché è evidente che adesso non ha nessuna credibilità e nessun appoggio e consenso popolare per continuare a governare.

Il quarto quesito, quello sul legittimo impedimento, era di matrice nettamente politica e anti-berlusconiana, ed è dalla riflessione conseguente che il Premier avrebbe il dovere di rimettere il proprio mandato al Presidente della Repubblica.

Questo avverrebbe in condizioni normali di democrazia e con un Premier consapevole e politicamente corretto, qualità che sono quanto di più lontane da Silvio Berlusconi.

Arrivare al 2013 con questa maggioranza (che non è più maggioranza) sarebbe un disastro non solo per il Paese, ma per lui stesso, che non avrebbe più appigli ai quali fare conto. La sua fine politica è ormai alle porte, basterebbe un po’ d’unità fra gli oppositori per vederla compiuta.

Ed è questa l’utopia più grande del momento, anche se dopo questo miracolo referendario, nulla sembra più impossibile come prima.


Effetto De Magistris

Durante l’infuocata campagna elettorale per le amministrative si è fatto tanto parlare, con risultati che necessariamente sono sfociati nell’umorismo involontario, del famigerato “Effetto Pisapia”, per bocca del tristanzuolo Red Ronnie e di tanti esponenti del centro-destra che hanno tuonato contro il pericolo comunista, unica strategia usata da questa parte politica durante suddetta campagna.

Ora che le amministrative sono terminate con i risultati che tutti ormai ben conoscono, con l’opposizione che ha letteralmente stracciato tutti i rappresentati di partiti e liste di governo, quello che mi preme commentare non è tanto il risultato, di per sè già abbastanza significativo e indicativo di come il popolo ormai percepisce gli attuali esponenti della maggioranza, ma le persone che sono uscite vincenti da questa lunga e animosa battaglia.

Mettendo da parte quello che è accaduto a Milano, con il trionfo di Pisapia, una persona mite additata come il più incallito dei rivoluzionari, la mia attenzione si sposta principalmente verso quello che è accaduto a Napoli, dove l’ex magistrato Luigi De Magistratis ha affossato la concorrenza dell’avversario Gianni Lettieri, sostenuto dalla coalizione di governo e da ben 12 liste in totale.

De Magistris si è laureato sindaco della città partenopea ottenendo il 65,37% dei consensi, con il solo appoggio della lista del suo partito, l’Italia dei Valori, dei comunisti,  del piccolo “Partito del Sud” e di una lista civica, rifiutando categoricamente l’appoggio esplicito del Partito Democratico, che al primo turno ha sostenuto un altro candidato, da lui sonoramente battuto in sede di primo turno.

L’elezione e la vittoria schiacciante di De Magistris è una delle dimostrazioni più lampanti di quanto sia vincente in questo particolare la politica del fare rispetto a quella del dire, quella delle persone vere rispetto a quella dei fantocci messi dai partiti. Come molti sapranno, infatti, l’ex pm ha dovuto lasciare la carica di magistrato in seguito al continuo ostruzionismo cui erano sottoposte le sue indagini che hanno più volte sfiorato  cariche importanti a livello statale e amministrativo, fra cui vanno ricordate quella di Cesa (segretario dell’Udc), di Frattini (attuale ministro degli Esteri) e soprattutto di Clemente Mastella, all’epoca ministro della Giustizia.

La simpatia e la fiducia di uomo onesto e perseguitato,  perché faceva correttamente il suo lavoro, hanno fatto breccia nel cuore della gente già alle scorse europee del 2009, quando con 415.646 preferenze, è risultato il secondo candidato più eletto d’Italia dopo Berlusconi.

Per commentare i suoi successi, prima della sua avvenuta elezione, ho chiesto un parere a Fabrizio Ferrandelli, uno dei giovani più attivi nella politica palermitana, capogruppo dell’Idv al Consiglio Comunale di Palermo, proponendogli un parallelo con la situazione del capoluogo siculo, che fra 12 mesi sarà chiamato a eleggere il proprio sindaco dopo i due discutibili mandati di Diego Cammarata.

“La società napoletana – ha detto Ferrandelli –  è molto simile a quella palermitana.  La gente votando De Magistris ha voluto dare un grosso segnale di discontinuità, nonostante non sia stato appoggiato da tutto il centrosinistra. Il successo è dovuto alla nostra strategia, vincente perché parliamo direttamente alla gente, non attraverso le segreterie dei partiti. Io sono assolutamente per l’unità di tutto il centrosinistra, ma qualora dovesse il Pd scegliere diversamente, noi prenderemo i nostri provvedimenti, potremmo prendendo in considerazione una progettualità simile a quella di Napoli, anche se io, insisto sulla carta dell’unità. Faraone? (esponente del Pd, ndr) La sua al momento non è altro che un’autocanditatura, piuttosto mi auguro che il prossimo candidato sindaco venga fuori dal percorso delle primarie, cosa che noi sosteniamo fermamente da due anni a questa parte, ritenendolo l’unico e più sicuro strumento per la scelta di  un candidato, nella speranza che queste siano ricche di partecipazione, organizzate alla perfezione e con tanti validi elementi aspiranti”.

Fra un anno vedremo, sperando per il meglio, intanto il più grosso in bocca al lupo va ora ai napoletani e al loro nuovo sindaco “per” Napoli,  Luigi De Magistris.


Il Patriota

Ratko Mladic è un criminale.  Il militare serbo è uno dei maggiori responsabili  (con Arkan e Karadzic) del massacro di Srebrenica, costato la vita a 10 mila persone innocenti,  sacrificati e brutalmente assassinati nel nome di una pulizia etnica che è una delle macchie più scure e indelebili di tutta la razza umana. Uno dei peggiori crimini di cui l’uomo si può sporcare.

Mladic è stato finalmente arrestato dalle autorità serbe,  trovato in un piccolo villaggio della Vojvodina dopo 16 anni di latitanza, e consegnato così alla giustizia della Corte Europea dell’Aja che lo giudicherà come criminale di guerra.

Naturalmente in Serbia si sono subito alzate rivolte in sue difesa, opera dei nazionalisti, che si sono subito riversati a protestare pesantemente contro la decisione presa da Belgrado, manifestando il loro dissenso anche in maniera piuttosto violenta. Come è lecito aspettarsi da gente simile.

Ma se questo non è così tanto sorprendente, io comunque avrei il dovere di stupirmi di quanto segue. Anche se forse il mio stupore è più di circostanza, data la statura del personaggio di cui mi accingo a parlare.

“Non ho visto le prove, i patrioti sono patrioti e per me Mladic è un patriota. Quelle che gli rivolgono sono accuse politiche. Sarebbe bene fare processo equo, ma del Tribunale dell’Aja ho una fiducia di poco superiore allo zero. I Serbi avrebbero potuto fermare l’avanzata islamica in Europa,  ma non li hanno lasciati fare. E sto parlando di tutti i Serbi, compreso Mladic. Io comunque andrò certamente a trovarlo, ovunque si troverà.”

Indovinate chi l’ha detto? Non poteva che essere l’illustre Mario Borghezio, il simpatico euro(!)parlamentare della Lega, che ha riferito queste illuminanti dichiarazioni nel corso della trasmissione radiofonica “La Zanzara”, in onda su Radio24.

Al di là delle inesattezze (vorrei che qualcuno mi spieghi in che modo un’accusa di genocidio, possa definirsi un’accusa politica), mi piacerebbe sapere perché mai una presunta invasione di islamici dovrebbe essere più importante dell’eccidio di 10 mila persone innocenti.

Comunque se c’è una cosa che io sostengo è la chiarezza delle parole, e bisogna chiamare le cose con il loro nome. Così come Mladic è un criminale assassino, Borghezio è un ignorante, razzista e nazista.

Ed è la gente che ha votato elementi del genere a essere senza cervello.


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