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Ma mi faccia il piacere

Ieri, mio malgrado, vedendo a spezzoni la trasmissione domenicale di Bonolis, “Il senso della vita”, mi sono imbattuto in una delle sue famigerate interviste fotografiche, dove il conduttore non fa domande ma fa vedere delle immagini all’oggetto dell’intervista e su queste immagini l’ospite è chiamato a fare una serie di considerazioni.

Il protagonista di ieri sera di questa fotointervista era (me tapino!) Alfonso Signorini, la risposta italiana a una domanda che nessuno ha mai posto. Nel corso di questa rassegna fotografica Signorini ha raccontato una serie di aneddoti che hanno riguardato la sua vita, storie che lo hanno ritratto in prima persona.

Devo dire che molti dei suoi racconti mi hanno convinto assai poco, tale era l’assurdità di alcune situazioni, che per carità possono essere vere, ma avevano tutta l’aria di essere dei copioni scritti in precedenza e fatti belli e pronti per l’occasioni.

Il dubbio è diventato certezza in occasione di due racconti in particolare. In uno, Signorini parla della sua prima avventura omosessuale con un marchettaro di provincia, da lui portato sino a Parigi (come portarsi una prostituta a Venezia). Questo coatto (ma un gran figo, a sentire l’Alfonsina) aveva ordinato il servizio in camera che però non arrivava mai, perchè lui non appena i camerieri bussavano diceva: “Apré(s)!” , che in francese significa dopo…AHAH! Una barzelletta vecchia almeno quarant’anni! Ovviamente la Signorina non ha fatto cenno minimamente alla barzelletta, tra l’altro ripresa in un vecchio filmaccio dei Vanzina con Cristian De Sica, come potete vedere qui:

Un altro aneddoto riguarda il suo primo incontro con Berlusconi,  all’epoca non ancora entrato in politica e nemmeno famoso, dunque (stando alle sue parole) non era né proprietario del Milan, nè delle tre reti televisive. Signorini racconta che passò l’esame per fare l’agente immobiliare per la sua azienda e al momento del colloquio ne uscì talmente convinto che lui stesso ebbe la voglia di comprarsi un monolocale.  Innanzitutto da dire c’è che già nel 1981 c’era Canale 5 e Signorini all’epoca era diciottenne, dunque pare già una forzatura. In secondo luogo la storia, con delle lievi variazioni, è la stessa che raccontò una ventina d’anni fa in televisione Roberto Gervaso. Ma sicuramente mi sbaglio.

Nel dubbio, un invito finale a Signorini: ma mi faccia il piacere!


Ai confini della realtà

Ai confini della realtà, molti lo ricorderanno, è stato il titolo italiano della serie americana The Twilight Zone (l’ora del crepuscolo). Il telefilm è stato uno dei primi grandi successi della televisione ed è andato in onda dal 1959 al 1964, venendo poi omaggiato al cinema con un film che riprendeva tre vecchi episodi nel 1983.

Il suo successo non ebbe lo stesso seguito nelle edizioni di rifacimento successive, fra il 1985 e il 1989 e fra il 2002 e il 2003. Il suo canovaccio era quello – tipicamente hitchcockiano – di mettere al centro della scena, personaggi e situazioni di vita comuni, turbati però da improvvise scariche di ignoto e di mistero che spesso sfociavano nella fantascienza, mantenendo un alto livello di suspense.

Quello che è accaduto qualche giorno fa a Canale 5 ha rasentato questi livelli di fantascienza, ma la suspense è stata piuttosto modesta, la sceneggiatura piuttosto piatta e i protagonisti mediocri figuranti. Eppure è stato veramente un episodio degno di “Ai confini della realtà”. Se solo fosse frutto dell’immaginazione.

Accadde che a Forum, una delle trasmissioni più false e ignobili (e sono tante) che affollano l’etere, una sedicente robusta signora di mezza età, dice di essere de L’Aquila e loda in continuazione l’operato del governo e della protezione civile nella zona devastata dal terremoto, affermando più volte che in poco tempo tutto è tornato alla normalità e gli aquilani godono di tutti i comfort venuti tragicamente a mancare dal momento della tragedia.

Tutto molto bello se non fosse che questa signora, tale Marina Villa di 50 anni, a L’Aquila forse non ha mai messo piede. Gli aquilani infuriati hanno infatti subito denunciato che questa millantatrice è stata pagata 300 euro per recitare questa sconcertante parte. Oltre a denunciare ovviamente che niente di più falso è relativo al suo racconto, con i cittadini abruzzesi costretti ancora a vivere in condizioni disperate.

La difesa della signora?:

“Ma che vogliono questi aquilani? Ma lo sanno tutti che è una trasmissione finta.Ma che pretendono. Io non c’entro nulla. Ho chiesto di partecipare alla trasmissione e quando gli autori hanno saputo che ero abruzzese, mi hanno chiesto di interpretare quel ruolo. Mi hanno spiegato loro quello che avrei dovuto dire. Mi hanno dato 300 euro. Come agli altri attori. Anche Gualtiero, che nella puntata interpretava mio marito, recitava. Lui è un infermiere di Ortona. Hanno scelto un altro abruzzese per via del dialetto”.

Vendere la propria dignità per trecento euro, mi rendo conto, non è da tutti. Eppure la Villa c’è riuscita.

In piena bufera la sedicente aquilana ha tentato un salvataggio in extremis dicendo che non immaginava di scatenare un putiferio simile e provando a scusarsi. Non lo immaginava eh? Complimenti per il suo spirito analitico, il suo acume e la sua sincerità.

Ancora più raccapricciante è la difesa della signora Rita Dalla Chiesa (orfana di un generale ucciso dalla mafia):

“Mi trovo ad affrontare un mare di cose ingiuste che il pubblico sta scrivendo sia su Forum che su di me. Non credo di meritare quanto sta accadendo. Voglio mostrarvi il curriculum della donna intervenuta in trasmissione in maniera tale da poter dimostrare la nostra buonafede. Lei stessa ha scritto di abitare in un paese vicino a Onna e la storia che ci ha fornito è la stessa che noi ci siamo limitati a raccontare. Invito l’Assessore Pezzopane a contattarci perché anche a noi sia concesso il diritto di replica”.

Mi complimento con il suo staff che non si prende minimanente la briga di controllare mezza volta la veridicità dei fatti e dei personaggi. E la sua scusa, signora Dalla Chiesa, è talmente penosa non ammettere nessun diritto di replica.

La verità più vera è che Forum è un’accozzaglia di menzogne e falsità che adesso si è dipinta pure di strumento di propaganda politica del falso, come ai bei tempi del mai troppo dimenticato MinCulPop di fascista memoria.

A tal proposito mi viene da ricordare la figura di Carlo Alberto Dalla Chiesa, partigiano anti-fascista, generale dei carabinieri, morto per mano della mafia.

E padre di Rita.

Spero non si rivolti troppo nella tomba.

 

 


«Nel sistema giudiziario statunitense…

…i reati a sfondo sessuale sono considerati particolarmente esecrabili. A New York opera l’Unità Vittima Speciali, una squadra di detective specializzati che indagano su questi crimini perversi. Ecco le loro storie».

Questo è l’incipit che accompagna l’inizio di ogni episodio di Law & Order: Unità Vittime Speciali, spinoff dell’originale Law & Order e che è adesso giunto alla dodicesima stagione, continuando a mietere successi di ascolti e premi televisivi sin dalla sua prima apparizione in video, nel 1999.

In Italia è possibile vederlo su Rete 4 e sul canale Joy del pacchetto Mediaset Premium sul terrestre, e su Fox Crime per quel che riguarda la trasmissione sul satellite.

Lo sviluppo dell’azione prevede che nell’intro del telefilm, prima della sigla, sia svelato un crimine sessuale, e poi le indagini svolte dalla squadra che portano poi alla fase processuale, condotta dal vice-procuratore assegnato alla sezione.

Grazie alla perfetta simbiosi e alla caratura del cast, nonché il livello granitico delle sceneggiature, la serie, nonostante vada avanti da più di un decennio, continua a mantenere una qualità di alto profilo, dove spicca in particolare la straordinaria coppia di detective formata dagli attori Christopher Meloni e Mariska Hargitay, che per le sue interpretazioni nel telefilm ha ottenuto un Golden Globe e un Emmy Award.

L’unico aspetto meno convincente è quello legato a un certo ideale revanchismo di fondo, che porta spesso a giustificare l’utilizzo barbaro della pena capitale. Niente di così stupefacente se facciamo riferimento al sistema giudiziario americano e soprattutto se veniamo a conoscenza che il tutto è prodotto da Ted Kotcheff, non a caso il regista di Rambo, che per revanchismo non è mai stato secondo a nessuno.

La serie, spesso basandosi su fatti di cronaca realmente accaduti, mette in luce uno sconcertante sottobosco di mondo malato che si cela dietro la contemporaneità, scoperchiando disgustosi vasi di pandora concernenti i reati sessuali, che negli ultimi decenni sono cresciuti a dismisura, dagli stupri agli omicidi a sfondo erotico e soprattutto la pedofilia.

Ma si tratta comunque sempre di fiction, perciò ogni singolo episodio (salvo rarissime eccezioni), porta alla risoluzione del caso, e pur lasciando un grande senso di amarezza,  giunge almeno a portare giustizia alle vittime, senza che le ferite e lo perdite subite, siano però mai colmate.

Questo accade in televisione e nel sistema statunitense, ma da noi?

Un perfetto caso per i detective Benson e Stabler (rispettivamente Hargitay e Meloni) sarebbe quello venuto alla luce durante un servizio mandato in onda da Le Iene la settimana scorsa e che potete vedere nel video linkato qui.

La storia comincia nel settembre scorse, quando la iena Paolo Calabresi è stata contattata da una madre afflitta dalle molestie subite da parte della figlia undicenne da un parente prossimo. Il racconto è a dir poco raccapricciante, con il pedofilo protagonista di sezioni di masturbazioni alla webcam e video pornografici inviati alla piccola, che da allora soffre di gravi disturbi dati dalle molestie subite.

Il dubbio e i problemi sorgono quando la madre racconta che il maniaco è un carabiniere. Una volta denunciato il fatto è stato invitata a sporgere denuncia contro ignoti per evitare eventuali querele e diffamazioni, ma da allora niente è stato fatto, con l’aggravante che il carabiniere molestatore vive nello stesso quartiere della piccola vittima, costringendo così la madre e la sua famiglia a trasferirsi.

La divisa, è questo il forte sospetto, sembra essere lo scudo che protegge questo vile criminale dall’incriminazione.

In attesa che la Polizia e l’autorità giudiziaria facciano finalmente luce sulla questione (comprovata dai fatti e dalle documentazioni presente nel pc della bimba, portate dalla madre della vittima) non si può che esprimere con estremo disprezzo il proprio disgusto per la situazione.

Augurandosi che questo mostro non continui a perpetuare altrove la sua schifosa perversione e che trovi presto il posto che gli spetta: la galera.


 

 


Cinico tv

Alcuni di voi ricorderanno quando anni fa, nei primi anni 90,  scoppiò in televisione il fenomeno Cinico Tv.

Le menti dell’operazione erano i registi palermitani Franco Maresco e Daniele Ciprì, che aggirandosi nella più profonda e degradata periferia di Palermo, realizzavano filmati dove comparivano improbabili e disperati personaggi, il cui bianco e nero conferiva loro ancora di più un’aura di squallore e tristezza, delle quali si beavano i registi con sfrontato cinismo.

I due autori continuarono a esibire la loro poetica della disperazione dell’assurdo con due film, ma quello che ne è rimasta è soprattutto l’immagine di una televisione crudele alla quale Ciprì e Maresco facevano un verso amaro e surreale.

Ma oggi l’ironia e il sarcasmo urticante dei due registi è niente in confronto al continuo proliferare di reality show che si susseguono uno dopo l’altro su vicende scabrose e morbose.

Detto per inciso non faccio riferimento nè al Grande Fratello, nè all’Isola dei Famosi, ma pongo la mia attenzione su tutte quelle trasmissioni che si nutrono delle carcasse dei cadaveri delle vittime della cronaca nera.

Gli ultimi due clamorosi fatti che riguardano le scomparse e relativi tragici ritrovamenti delle due adolescenti Sarah Scazzi e Yara Gambirasio hanno infatti trasformato due piccoli paesi di provincia come Avetrana e Brembate centri di uno degli spettacoli più penosi ai quali siamo costretti ad assistere in televisione.

Dico televisione per non dire mass media, visto che i giornali hanno pure loro voce in capitolo.

Dalla scomparsa delle due povere giovani sino al ritrovamento, si nota una vorticosa discesa verso il morboso più totale, al quale ormai manca soltanto la messa in onda in diretta delle autopsie, data la totale assenza di controllo di giornalisti, conduttori e opinionisti.

La pedissequa descrizione delle ferite subite dalla piccola Yara, dello stato dei suoi indumenti, ha accentuato il mio disgusto e non riesco nemmeno a immaginare cosa possa passare nelle teste dei poveri genitori, i quali sono due volte vittime di questo insensato sciacallaggio.

Fabrizio Corona che si introduce furtivamente, entrando dalla finestra come un ladro, in casa degli Scazzi, è la punta dell’iceberg dell’atteggiamento tenuto dai media.

E il pubblico continuamente assetato di sangue è il più lampante esempio di quanto voyeuristico cinismo è pervasa la nostra società.

Lo zoo subumano di Ciprì e Maresco non si celava certo dietro l’ipocrisia della giustizia e dell’informazione, era cinico per definizione, ed è un’esperienza che è terminata ormai parecchi anni fa.

I torture-porn e i plastici di Vespa & c. invece ce li ritroviamo continuamente davanti gli occhi per 24 ore al giorno.

Menomale che esiste il telecomando.


Casi umani

É agli arresti domiciliari Luisa Pollaro, la madre della piccola Adelaide Ciotola, indagata con l’accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato, falso ideologico e falso materiale. Con lei sono finiti sotto inchiesta anche il marito, Vincenzo Ciotola, e un amico di famiglia.

Ai più probabilmente i nomi non diranno granché, ma questi sono i protagonisti di una delle più sconcertanti nefandezze alle quali non riusciamo ad abituarci.

La Pollaro, infatti, da mesi era riuscita a raggranellare un considerevole gruzzolo, ospite in televisione e in varie trasmissioni di ogni genere e canale, grazie alla raccolta fatta per la figlia, la quale, secondo quanto raccontavano le due, era affetta da una gravissima e rara malattia degenerativa, la sindrome del lobo medio.

Strappando lacrime a tutto spiano da Canale 5 a Rai Uno. Impressionanti le performance della piccola Adelaide che riusciva a commuovere gli altri ospiti presenti e milioni di spettatori a casa.

Ma il solerte lavoro della Iena Luigi Pelazza ha scoperchiato un disgustoso vaso di Pandora: la piccola gode di ottima salute e il tutto non era altro che una messinscena atta a spillare soldi agli inconsapevoli spettatori e alle celebrità che si prestavano nel fornire solidarietà alla bambina malata.

Una volta venuta fuori la verità, il mondo di facebook e dei social network si è scagliato contro la famiglia della vergogna a reclamare giustizia, ma ormai il danno è fatto e io mi mobiliterei piuttosto in un senso più radicale.

Il tristissimo retrogusto amaro di questa squallida vicenda mi porta infatti a fare principalmente due riflessioni.

La prima riguarda Adelaide, la bimba educata a dichiarare il falso, a recitare menzogne in televisione davanti alle telecamere e a un pubblico vastissimo. Che futuro potrà avere questa bimba? Che cosa ha fatto di male per meritare dei genitori simili? La cosa drammatica è che di questo sconcertante fatto, la vittima più indifesa pare essere proprio lei.

La seconda riguarda il tipo di trasmissioni che ha ospitato Adelaide e quella degenerata di madre, le cosiddette trasmissioni di casi umani.

Si è detto mille volte che è orrendo speculare ascolti su casi simili, sulla sofferenza della gente.

Ma alla luce di questi fatti non è altrettanto orrendo speculare sulla buona fede degli spettatori?

I soliti inutili enti come il Moige e l’Osservatorio per i Diritti dei Minori o l’Anti-Trust, la Vigilanza, continuano a non muovere un dito.

Beh, io il dito da muovere ce l’avrei, ma non sarebbe un gesto elegante.

Ma bando alle ciance, a cos’altro dobbiamo assistere per non vedere più in televisione trasmissioni del genere?

Intanto un gesto veramente elegante sarebbe quello di usare un dito (l’altro) per cambiare canale o spegnere la tv, in attesa che qualcuno di dovere intervenga finalmente con decisione.


Premium (I)Net(t) Tv

Debutta oggi, dopo la presentazione avvenuta ieri, il nuovo servizio offerto da Mediaset, Premium Net Tv.

Stando alle affermazioni di Piersilvio Berlusconi «Dopo il successo di Premium On Demand, abbiamo deciso di offrire al pubblico televisivo un servizio che per livello tecnologico, facilità d’uso, qualità e freschezza di contenuti rappresenta un’innovazione senza precedenti».

«Mediaset, leader nella free tv e nella pay tv digitale terrestre  – continua Piersilvio –  con Premium Net Tv lancia per prima in Italia con spirito imprenditoriale la tv del futuro, la vera tv su misura per i desideri di ogni telespettatore. L’unica che dà libertà totale».

Magari ci fosse qualcosa di vero, la cosa sarebbe anche interessante.

Innanzitutto da dire c’è che i servizi Rai e La7 on demand sono attivi già da un bel pezzo, e non chiedono nulla in cambio del tuo clic, è tutto gratuito e pressocchè illimitato, salvo per quei film o quelle serie che non sono disponibili, per motivi di diritti e copyright, per la consultazione online.

In secondo luogo mi sfugge l’utilità di questo “innovativo” servizio, dato che l’accesso è riservato ai soli possessori di tessera Mediaset Premium.

Quale utilità può avere un abbonato nel vedere sul pc i programmi che può tranquillamente vedere in tv?

Bah, speriamo che Piersilvio risponda a questa mia domanda, perchè il dubbio che mi assale è assai forte.

Altra curiosità è che Mediaset è l’unico network nazionale italiano che non ha un proprio canale su Youtube.

E tutto questo non è affatto un caso dato che Berlusconi e i suoi sono impegnati in una causa milionaria contro il colosso della rete.

La cosa più curiosa è che cercano di combatterlo facendo pagare gli internauti, la qual cosa è una bestemmia per il 99% abbondante dei fruitori della rete e i suoi servizi.

La mia sensazione è che questa fantomatica novità non sia altro che una sonora bufala che non aggiunge nulla agli altri (monchi) servizi che Mediaset offre su internet e che più una Net Tv sia una evidente e clamorosa Inett Tv.


Piccolo spazio pubblicità

Da qualche tempo a questa parte,  spopola sulla rete un filmato che mette alla berlina le assurde falsità che la Eni, con i suoi slogan e le sue pubblicità tenta di spacciare per verità.

In questo filmato (che si trova su youtube e che trovate alla fine del mio pezzo), si mette a confronto quanto si dice in questa campagna pubblicitaria e nello spot in particolare, spot dal quale siamo continuamente bombardati in tv, con quella che è la penosa realtà.

Si parla di rispetto, di collaborazione fra popoli, di possibilità di lavoro fornite a paesi del Terzo Mondo , di progresso, di sviluppo e di tante cose belle assai.

Tutte cose che la Eni non sa cosa siano.

Nel video noterete le condizioni tragiche in cui versano gli abitanti di una vasta regione in Nigeria, devastata dalle penose condizioni in cui la Eni li ha lasciati, alla mercè di gas tossici e tante altre schifezze, riducendo la popolazione a rischio di malattie sempre più gravi, i bambini esposti a emanazioni che li minano nel fisico e nello sviluppo e gli adulti costretti a fare uso di acqua e cibo contaminati da pericolosissime sostanze chimiche. Senza contare il fatto che le rumorose emissioni delle raffinerie impediscono persino di dormire ai poveri nigeriani.

Questo per rimanere in ambito di paesi a noi lontani.

Ma che dire di quello che è accaduto e continua ad accadere a Porto Marghera, a Priolo e a Gela, dove il petrolchimico Eni sta mietendo vittime giorno dopo giorno e la gente implora senza mai trovare risposte.

E quel che mi disgusta è che questo ridicolo e falso spot continua imperterrito a imperversare in televisione spacciando le sue falsità senza che nessuno faccia niente.

Non sono al momento al correnti di sanzioni, richiami e censure da parte di Codacons, Antitrust, Moige, sempre pronti a intervenire su televoti,  tette e cosce.

Mi auguro che sia solo una mia mancanza, perchè se così non fosse la cosa assumerebbe i contorni dell’assurdità più totale.

Rispetto è una parola indispensabile, peccato che la Eni non la conosca affatto.


Le forbici poco poetiche

Anche questa sera sono costretto ad affrontare un argomento che, mio malgrado, ero quasi deciso a non toccare o comunque toccarlo solo occasionalmente e non così spesso come sta accadendo fra ieri e oggi.

Ma i giorni che stiamo vivendo sono giorni di squallore, vergogna e paura (in senso lato, ma non tanto) e mi vedo obbligato a tornarci su.

Ogni giorno è diverso dall’altro, ogni giorno si pensa che il fondo sia stato toccato, e invece si scopre che il pozzo è molto più profondo di quanto non si potesse credere.

Esaurite le dovute premesse, cerco di andare al nocciol0 della questione.

Ieri sera, al termine della trasmissione “Parla con me”, su RaiTre, era prevista la messa in onda dei sette minuti finali de “Il Caimano” di Nanni Moretti, la famosa sequenza nel quale il protagonista, che incarna sullo schermo il personaggio di Berlusconi, venendo condannato alla detenzione, incita il popolo e i suoi sostenitori alla rivolta contro la magistratura. Creando così le basi per un più che probabile colpo di Stato.

Evidente era l’allusione alla “causa allo Stato” alla quale il vero Berlusconi ha minacciato di adire, insistendo ancora una volta, l’ennesima, sulla strada della persecuzione personale e della magistratura corrotta e di parte, cancro, a suo dire, di una società che lo vuole eliminare.

Piccola parentesi: ma se un uomo è innocente e crede nella Giustizia e nella Legge, perchè dovrebbe rifiutarsi di comparire in un Tribunale nel quale, oltre agli accusatori, sono previsti giudici imparziali e avvocati di parte?

Vabbe’ cose note e stra-note e chiusa parentesi.

Comunque questa allusione ha mandato nel panico i soliti solerti dirigenti di Mamma Rai, in primo luogo il vice-direttore Antonio Marano (compagno di merende del tristemente noto Masi) il quale ha disposto che fossero trasmessi soltanto tre dei sette minuti previsti.

Risibile la motivazione: i minuti erano troppi e avrebbero svalutato il prodotto, pregiudicando la futura trasmissione del film. Tanto risibile che lo stesso Moretti, in accordo con uno degli autori del programma ha deciso di annullare la messa in onda di questi minuti, giudicando monca e priva di senso la sequenza senza prosecuzione.

Mai caso di censura fu più palese è la triste e ovvia verità.

E così mi viene in mente Pudovkin e la sua teoria sul montaggio come forbici poetiche che intervengono direttamente sulla narrazione e diventano narrazione stessa, il linguaggio vero e proprio del cinema.

E così mi viene da aggiungere che di forbici così poco poetiche è difficile scovarne in giro, eppure in Italia abbondano sempre più.


Sempre meglio di Basilio

“Ahi ahi ahi se faccio un figlio/ahi ahi ahi lo chiamo Emilio/sempre meglio di Basilio/e se è femmina non so!”

I meno sbarbati di voi,  avranno riconosciuto l’indimenticabile ritornello della trasmissione di culto “Emilio”,  che è andata in onda per due stagioni, fra il 1989 e il 1990,  su Italia Uno, ogni domenica sera.

Tranquilli, nessuna intenzione di infilarmi negli ingolfati gineprai che affollano i media di questa settimana, l’Emilio in oggetto non ha fortunatamente nessuna parentela con l’omonimo Fede.

Piuttosto mi è tornata in mente questo fortunato programma e la sua sigla-tormentone, leggendo oggi uno stralcio di un’intervista concessa da Teo Teocoli a Tv Sorrisi e Canzoni dove lui afferma che:  “Il genere di trasmissioni attuali (di Mediaset, ndr ) non fa per me,  io ero quello di Scherzi a parte, Mai dire golLa rotonda sul mare, Emilio… “

Tutto questo oltre a provocarmi un moto di nostalgia e di amarezza, mi ha portato a pensare che un tempo, ebbene sì,  miei cari amici sbarbatelli,  Mediaset produceva qualità!

Anzi non mi vergogno a dire che da ragazzo trovavo la baudesca Rai tremendamente noiosa e antica, eccezion fatta per la mitica Rai Tre diretta da Guglielmi e il clan di Avanzi, e i miei personaggi preferiti erano tutti targati Mediaset (Fininvest all’epoca).

Certo adesso la Rai ha superato se stessa e da noiosa è diventata disgustosamente depositaria del peggio che bene ha copiato dalla sua acerrima (e probabilmente pure finta) concorrente,  ma questo è un altro discorso.

Naturalmente il peggioramento e l’inarrestabile caduta verticale verso il basso della qualità televisiva ha posto personaggi del calibro di Teocoli (e di quello che per me è il suo erede,  Max Tortora)  ai margini della ribalta, costretti a barcamenarsi fra One Man Show teatrali e apparizioni su internet.

Il tutto mentre la spazzatura di reality, talk show e deprimenti ripescaggi (ultimo quello della Corrida con una Antonella Elia che fa ancora la lolita a 47 anni),  trionfa nel piccolo schermo mietendo proseliti.

Menomale che esiste il satellite e che a volte il pubblico, come nel caso dell’ultimo obbrobrio partorito dalla D’Urso, si sveglia e manifestandosi in maggioranza silenziosa, boccia ignorando e chiude i rubinetti.

E allora spazio alla nostalgia e al ricordo di Emilio, trasmissione che ha lanciato con Teocoli i personaggi di Peo Pericoli e Antonio Macho Camacho,  che ha segnato i vincenti debutti di Gene Gnocchi e Silvio Orlando, con una comicità semplice,  non banale e mai volgare, e uno schema giovane e innovativo che lanciato un nuovo modo di fare televisione che oggi,  purtroppo, pare essere già defunto.

Sempre meglio di Basilio, cantavano all’epoca, ma quanto mi accontenterei di Basilio al giorno d’oggi.


Oh mio dio hanno ucciso Kenny!

Oh mio dio hanno ucciso Kenny!

L’indimenticabile tormentone  è naturalmente quello andato avanti per le più svariate edizioni di South Park.

Scomparso, riapparso, nuovamente riapparso e ancora una volta scomparso è una delle più lampanti prove dell’assoluta libertà creativa di quella che considero la più innovativa e dissacrante serie a cartoni animati mai apparsa nel piccolo schermo e che,  a partire da stasera alle 23, e ogni martedi e mercoledì su MTV, sbarca in prima visione sull’analogico e digitale terrestre con la tredicesima e quattordicesima stagione.

Nonostante siano passati ormai ben 17 anni dal suo sgangherato e fortunato debutto,  la creatura dei geniali Tray Parker e Matt Stone non dimostra il benché minimo segno di cedimento, e anzi perpetua in un rinnovamento che è al contempo nel solco della continuità dei dissacranti autori,  che in tutti questi anni mai hanno dimostrato cedimenti e non hanno mai risparmiato nessuno dalla loro acida, violenta e pungente satira, politicamente scorretta e diretta a chicchessia,  dai politici,  alle celebrità,  alle istituzioni,  ai disabili,  agli omosessuali, agli ebrei e chi più ne ha più ne metta.

Una satira assolutamente bipartisan tanto che politicamente i due scagliano i loro avvelenati aculei da qualunque parte tiri il vento, tenendo in piedi un eccellente piano narrativo,  benché apparentemente fondato sul delirio,  senza farsi mancare gustosi richiami citazionisti.

Lontano dai deliri narrativamente un po’ pasticciati e rassicuranti dei Simpsons, dalla satira troppo criptata di Futurama,  dalle facilonerie dei Griffin e American Dad,  South Park rimane un prodotto assolutamente unico e avulso da tutto il resto del panorama televisivo,  distinguendosi pure per esperimenti di meta-televisione come nel caso dell’episodio in due parti Cartoon Wars (decima stagione) dove appunto si sbeffeggiava la mancanza di sostanza delle serie di Seth MacFarlane o ancora nella puntata della sesta serie titolata I Simpson l’hanno già fatto,  nella quale si faceva riferimento alla propria presunta mancanza di originalità.

Inoltre uno dei tratti distintivi di South Park è quella che, usufruendo di una tecnica di animazione che si realizza in tempi rapidi, riesce a stare al passo della contemporaneità cavalcando l’onda di eventi recentissimi, rimanendo sul pezzo e non scadendo nell’obsoleto.

Fra le vittime della tredicesima stagione (andata in onda lo scorso anno su Comedy Central) i Jonas Brothers e la Disney, Nolan e il suo Cavaliere Oscuro,  la crisi economica,  Kanye West, l’ecatombe di celebrità avvenuta nel 2009, i soliti ambientalisti e hippie (fra i bersagli preferiti) e naturalmente non poteva mancare una gustosissima parodia di Avatar e dei talk show politici repubblicani, dove troviamo un Eric Cartman in grande spolvero nell’episodio Balla coi puffi.

Ma a dimostrazione di un ingranaggio che migliora col passare degli anni, la quattordicesima stagione (attualmente in onda su Comedy Central)  raggiunge vette clamorose: si parte con la dura reprimenda e presa in giro delle celebrità “vittime della sesso-dipendenza” (Dipendenza da sesso) per proseguire con una sfrontata distruzione del mito del Giovane Holden (La storia di Scroto McPalledipus).

E non poteva certo mancare Facebook preso di mira con Hai zero amici.

Il vero capolavoro è pero nelle puntate 200 e 201 (così titolate) che sono un eccellente compendio di 14 anni di avventure, gag e personaggi, il cui unico limite è forse quello di essere troppo diretto ai fan della serie, visto che molti non apprezzerebbero lo spirito citazionista dei due episodi, nei quali vengono pure chiariti alcuni punti nascosti nelle vite dei personaggi.

Disabili e dipendenza dalle droghe sono protagoniste dell’allucinante Un’estate diversa, corse Nascar e pubblicità demenziali al centro di Povero e stupido, reality e tv spazzatura in New Jersey, mentre lo spassosissimo Insheeption altri non è che una intelligente e sarcastica parodia di Inception e dei film con le trame complesse.

Nelle tre puntate del Procione e i suoi amici,  risaltano il gusto di Parker e Stone di giocare con gli stilemi narrativi dei comics movie,  senza perdere d’occhio le pesantissime e potenti frecciate,  indirizzate questa volta ai pasticcioni malfattori della BP.

L’ultimo episodio, Crème Fraiche, è una delirante parodia di tutti i cuochi televisivi che intasano il satellite, contornata da una serie di esilaranti doppi sensi.

E allora non resta che accomodarsi in poltrona e gustarsi queste due ultime stagioni di una serie che non riesce a perder colpi o appassire, ma anzi continua nella sua opera di perfezionamento, e dove fra volgarità e finezze,  si trova anche il tempo di riflettere amaramente.


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