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God Save The Queen

Lo spunto per l’argomento di oggi mi viene dall’allestimento a Roma, presso Villa Medici e sino al 20 marzo,  della mostra “Europunk, la cultura visiva punk in Europa, 1976-1980″ , una rassegna che si pone l’obiettivo di focalizzare l’attenzione, quand’anche di sdoganare, l’underground europeo, in prevalenza britannico, di quegli anni in cui il punk esplodeva con la rabbia esplosiva di una molotov.

Una sorta di raffigurazione e testimonianza delle cosiddette avanguardie alternative, di cui il punk non può che essere certo la punta d’iceberg, pur non essendo mai stata a pieno diritto mai veramente considerata nè un’avanguardia nè un movimento culturale.

E sarebbe anche ora che gli venisse riconosciuto il merito,  secondo il mio modesto avviso.

Certo oggi i punk vengono inquadrati come quei quattro barboni figli di papà che perdono tempo a fingere di non lavarsi e stare tutto il tempo per strada e sentirsi così rivoluzionari, quando non conoscono e non hanno la minima idea di cosa in realtà rappresentò all’epoca quell’improvviso exploit che travolse l’Europa e la Gran Bretagna in particolare.

Altrettanto ovvio dovrebbe essere che bisogna distinguere fra le furbizie costruite a tavolino, come ci insegnano Malcolm McLaren e le sue truffe, e i veri conati di rabbia, ma vorrei ben vedere chi oggi è realmente trasgressivo come lo furono Johnny “Rotten” Lydon e compari sbraitando di anarchia e sputando contro la Regina nell’anno del suo giubileo.

Anche qui dunque si ritorna agli anni 70, ma per meglio dire, a quello che i Settanta hanno prodotto.

Esaurite le spinte rivoluzionarie e le speranze di cambiamente infatti cominciò a farsi strada la delusione e più forte fu il desiderio nichilista (mi si perdoni l’ossimoro) di veder spazzare via tutto, compresa la propria esistenza, il cui valore era deprezzato e disprezzato.

Il punk non risparmiava nessuno, dalle istituzioni alla borghesia al proletariato alla politica, era come un’orda di repulisti indirizzata a tutti e nasceva spontaneamente per mettere a nudo tutte le ipocrisie nate e cresciute con i movimenti hippie e il ’68,  dei quali smascherava, non solo le pretese utopiche, ma anche e soprattutto le contraddizioni di collettività e amore libero,  che naufragavano tristemente negli interessi individuali.

La brevità di questa intensa stagione non ne ha certo smontato l’assoluta validità, ma anzi il contempo, la sua durata, per così dire, limitata, è la più sincera testimonianza di quanto tutto fosse maledettamente spontaneo e sincero.

Basti vedere in seguito quanti altri movimenti culturali, musicali e non, il punk ha generato: dal dark sino al grunge.

E quindi dovessi  trovarmi nei dintorni di Villa Medici non esiterei un secondo a strillare ancora oggi le parole (quanto mai attuali): ” God save the queen/The fascist regime”!

Se ancora tutto questo avesse lo stesso senso di allora.


L’ultimo tango di Maria

La triste notizia della giornata è la prematura scomparsa dopo una lunga malattia, a 58 anni, dell’attrice francese Maria Schneider, autentica icona dei ribelli anni 70, dei quali incarnò perfettamente lo spirito ribelle e le sue contraddizioni,  simbolo di una generazione persa a metà fra il desiderio rivoluzionario e quello autodistruttivo.

Non a caso la sua vita e la sua carriera sono state indelebilmente segnate da questi aspetti, mancando quasi totalmente alle premesse che il suo debutto aveva lasciato presagire.

Naturalmente i ruoli che le rimarrano impressi nella memoria di questa eterna ragazza, sono quelli dell’amante di Jack Nicholson nel controverso Professione: reporter,  ma soprattutto quello della compagna di giochi di Marlon Brando nel cult Ultimo Tango a Parigi, film che come pochi ha segnato, nel bene o nel male, il decennio maledetto per eccellenza.

La scomparsa della Schneider così m’impone d’acchito una riflessione spontanea sugli anni 70 e su quello che è rimasto a noi di quell’epoca tanto discussa e travagliata.

Ed è una riflessione che non può che essere amara, ripensando a quella spinta verso la speranza di un mondo migliore (d’altronde ricordiamo che è stato il decennio introdotto dal ’68) che invece non ha fatto altro che scatenare devastanti effetti collaterali, con l’imborghesimento generale degli ex-sessantottini e la progressiva caduta verso le droghe di altri, cosa che è inevitabilmente sfociata verso il propagarsi di una piaga solenne come l’Aids.

La liberazione sessuale tanto auspicata e caldeggiata e di cui Ultimo Tango ne era uno dei simboli indiscussi ha lasciato spazio alla paura ancestrale del contatto fisico, e l’amara conclusione del film, che lasciava interdetti per la sua durezza e la mancanza di speranza non è che stata un’apripista verso il decennio successivo, gli anni 80, dove il senso di ribellione e la propulsione rivoluzionaria si sono messi da parte a favore dell’edonismo degli yuppie.

In un certo senso è stata anche profetico anche il progressivo allontanamento della comprensione fra i sessi, dato che l’emancipazione femminile ha prodotto sì enormi benefici per le condizioni delle donne, ma anche distanza e paura negli uomini, minacciati dalla scalata sociale di quest’ultime.

Eppure la riflessione ancora più amara mi viene rivedendo ancora oggi Ultimo Tango, un film che appare adesso estremamente datato e che regge soltanto grazie al formidabile apporto di Brando e alla Schneider che gli si riflette contro come una nemesi.

Perciò la mia conclusione è che con la Schneider non se n’è andata soltanto una promessa mancata, ma anche il suo decennio del quale rimane oggi assai poco o quasi nulla.

Conviene ricordare la povera Maria com’era all’epoca e non con il volto segnato da anni di abusi e crisi, ed è così che la ricorderemo sempre, lei e i suoi contraddittori anni 70.


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