Uwe Jäntsch: la stanza di compensazione

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Uwe Jäntsch (ph. Luca Mangogna)

L’artista austriaco Uwe Jäntsch (Bodensee, 1970) dal 1999 risiede a Piazza Garraffello, nel cuore della Vucciria a Palermo, divenendo tutt’uno con l’ambiente circostante.

Simbolo e simulacro suggellato dalla sua opera più nota, la Banca Nazion al centro della piazza sul decadente Palazzo Mazzarino, immortalata dai turisti e dagli stessi palermitani in gita (“I palermitani sono turisti nella loro città”, ha affermato lo stesso Uwe), con la scritta e la croce in rosso “Uwe ti ama” che senza dubbio sono l’elemento più riconoscibile.

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Banca Nazion di Uwe Jäntsch (ph. Luca Mangogna)

Nel corso di questi 17 anni, Uwe con la sua inseparabile compagna, Costanza Lanza di Scalea, ha vissuto e raccontato l’atmosfera della Vucciria, in un contesto di rapido decadimento che ha fatto trasformare l’antico mercato (ormai quasi completamente perduto) in luogo di abbandono diurno e di degrado notturno, la ben nota “movida” che lascia nel cuore del centro storico palermitano solo un ammasso di bottiglie rotte e abbandonate ai piedi della storica fontana del XVI secolo. Oltre alle consuete notizie di cronaca, fra una rissa e un accoltellamento, e lavoro per le pattuglie delle Forze dell’Ordine.

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Fontana di Piazza Garraffello con “sponsor” (ph. Luca Mangogna)

Un declino e una trasformazione che Uwe ha voluto raccontare in maniera definitiva con l’ultima sua opera: “La stanza di compensazione”.  Il titolo prende in prestito il nome dalle antiche stanze di compensazioni gestite delle varie banche centrali europee, dove ogni singolo istituto bancario viene chiamato a consolidare le rispettive posizioni creditorie e debitorie.

La stanza si trova proprio all’interno della Banca Nazion, quel Palazzo Mazzarino che sembra ormai giunto al termine della propria esistenza dopo oltre cinque secoli di vita e almeno 50 anni di abbandono.

L’esposizione sarà visitabile ogni giorno, a partire da oggi, 30 maggio 2016 sino al 26 giugno, e nella stanza potranno salire tre persone alla volta per una visita totale di circa sette minuti.

Le visite sono prenotabili nel Bancomat di Piazza Garraffello, dove Costanza accoglie gli avventori tutti i giorni, comprese le domeniche e i festivi, dalle 9 alle 19.

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Costanza Lanza di Scalea nel Bancomat di Piazza Garraffello (ph. Luca Mangogna)

Ma cosa racconta “La stanza”?

“La stanza” è il compendio finale, il lascito definitivo che Uwe dona a Palermo in quasi vent’anni di vita vissuta. Lì è possibile ammirare quelle che l’artista austriaco ha definito le “Palermo Icone”, vetrocromie realizzate tutte nel 2016 che illustrano i personaggi che popolano la Vucciria e Piazza Garraffello.

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Parete della Stanza di compensazione (ph. Luca Mangogna)

Icone classiche come “Lo stigghiolaro”, “Il droghiere”, “Il carnezziere”, “Il barbiere”, i fruttivendoli, più ricercate come “Il babbalucivendolo” o quasi scomparse come “Il riffatore”.

Ma accanto a queste figure antiche che vanno via via svanendo, si stagliano le icone che adesso al contrario vanno a moltiplicarsi e a espandersi. E sono icone negative come gli spacciatori e “L’indegno”, opere che illustrano come meglio non potrebbero il degrado irreversibile che vive la Vucciria di oggi, inghiottita dalla volgare movida dei tempi moderni, dove la storica fontana è solo un luogo dove sciacquarsi le mani, bagnarsi i capelli e abbandonare bottiglie e rifiuti di ogni genere e tipo.

L’opera che però sintetizza al meglio il lavoro di Uwe e la sua impressione sulla Palermo del XXI secolo è senz’altro “Apocalyptic Rider” (vernice su legno, 180 x 60 cm). Un quadro che è un piccolo Trionfo della Morte, dove notiamo, un cavallo bianco dell’apocalisse che si staglia fra i Quattro Canti di città, luogo simbolo di Palermo, in mezzo a 12 figure di donne danzanti, contemporanee baccanti di una prossima fine del mondo. Il cavallo è bianco come la cocaina, l’eroina e il cemento che hanno divorato l’antica città capitale del Regno di Sicilia.

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Apocalyptic Rider (vernice su legno, 180×60 cm, Uwe Jäntsch, 2016) ph. Luca Mangogna

“La stanza di compensazione” e “Apocalyptic Rider” rappresentano in estrema sintesi la trasformazione di una Palermo che nasconde la polvere sotto il tappeto, per crogiolarsi in un passato glorioso celebrato solo a parole nei salotti radical chic e, nei fatti, abbandonato da tutti.

 

 

 

 

 

 


Trenitalia si scusa per il disagio: scuse non accettate

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Il treno X con destinazione Y arriverà con TOT minuti di ritardo. Trenitalia si scusa per il disagio“. Quante volte vi sarà capitato di sentire questa frase? Qui in Sicilia, dove i treni moderni si contano sulle dita di una mano, questo refrain è la norma, tant’è che molto spesso, quando si deve percorrere una tratta, è sempre concesso un famigerato bonus-ritardo per chi viene a prenderti alla stazione. Le problematiche sono molteplici: infrastrutture obsolete, treni fatiscenti, stazioni malandate.  Le colpe di questi innumerevoli disagi sono certamente legate molte più agli ingranaggi malfunzionanti della politica e della burocrazia, quindi è difficile mettere Trenitalia sul banco degli imputati.  Eppure alcune volte accade il contrario, ovvero quando l’azienda (a totale partecipazione statale, va ricordato) smette i panni di società a servizio del pubblico per mettere in primo piano le proprie beghe personali.

Ed è quello che accaduto la mattina del 26 settembre nel treno locale 8810 in partenza da Palermo Centrale alle 10.14 con destinazione Termini Imerese. L’orario non è propriamente di punta, ma il treno è comunque affollato perché questa tratta è una delle poche nella zona che ferma in tutte le stazioni dei piccoli paesi delle vicinanze, fra cui Ficarazzi, Casteldaccia e Santa Flavia. La partenza è in perfetto orario e tutto sembra procedere nel migliore dei modi sino a quando, verso le 10.25, ci si ferma alla stazione di Ficarazzi. É il momento per il controllore di svolgere le sue funzioni e chiedere ai passeggeri di esibire il loro biglietto. Una coppia, che afferma di dover andare a Termini Imerese è sprovvista di regolare tagliando. Il controllore chiede loro di esibire i documenti per poter redigere il verbale e i due non fanno la minima piega. Va ricordato, che, come ribadito innumerevoli volte dagli altoparlanti diffusi nel treno, alle stazioni e negli avvisi affissi nei vagoni,  i trasgressori sono severamente puniti con il pagamento di un’ammenda e una notevole aggiunzione al costo del biglietto: nulla più.

Il funzionario di Trenitalia però, in questo caso, non vuole sentire ragioni: i due devono assolutamente scendere dal treno alla stazione di Ficarazzi. I due trasgressori, a loro volta, non hanno la minima intenzione di abbandonare la loro postazione, perché, pur ammettendo la loro colpa, ritengono che l’emissione della sanzione sia più che sufficiente e che non esistono ragioni che li spingano a scendere e a non raggiungere la destinazione prefissata. Il controllore chiama i carabinieri, i quali però possono farsi una sonora risata: la sanzione è amministrativa, è stata comminata e non c’è stata resistenza all’ufficiale, in quanto i due hanno esibito, come richiesto, i documenti per il verbale.

Uno sconcertante balletto che è andato avanti per ben 31 minuti, causando il ritardo del treno e di tutta la tratta per tutto il corso della giornata. Studenti che hanno perso le lezioni, pendolari costretti a giustificarsi con i datori di lavoro, professionisti che hanno dovuto rinunciare ai loro appuntamenti: chi li risarcirà?

Sarebbe stata cosa gradita sentire le spiegazioni del funzionario di Trenitalia: purtroppo i tentativi di mettersi in contatto con la persona che ha causato il disagio non sono andati a segno. La sensazione, assai sgradevole, è che questo imperterrito servitore dello Stato, in questa occasione abbia decisamente perso il lume della ragione, commettendo un vero e proprio abuso di potere nei confronti di tutti quei passeggeri che giorno 26 settembre 2013 hanno dovuto percorrere quella tratta.

La certezza, altrettanto diffusa, è che in questo caso (augurandoci che non ce siano più altri) Trenitalia è responsabile del disagio arrecato agli utenti, delle cui scuse non sanno più che farsene.


Quousque tandem Allegri?

il perplesso allegri

“Quosque tandem abutere Allegri, patientia nostra? (Fino a quando, Allegri, abuserai della nostra pazienza?)” è una citazione ciceroniana con la quale si conclude una lettera inviata alla Gazzetta dello Sport da un tifoso milanista. A lui ha risposto il vice direttore Franco Arturi, un grande esperto di basket, il quale però spesso sul calcio snocciola con una certa boria tesi sin troppo semplicistiche.

Ma questo non è stato il caso. Arturi infatti, rispondendo al lettore, esprime un’opinione che nessun giornalista o quasi, nel corso di questi mesi terribili per il Milan, non ha avuto il coraggio di esprimere.  “Il tema realisticamente è – scrive Arturi – da questo organico ci si può attendere che giochi almeno come l’Atalanta,  il Parma o il Catania?”. Perché, sono in molti a dimenticare che la squadra di Colantuono, come quelle di Donadoni e Maran, nè l’anno scorso nè adesso avevano in squadra Ibrahimovic e Thiago Silva, eppure, sia nella stagione passata che in quella corrente,  giocano meglio del Milan e adesso lo sopravanzano in classifica.

Nel corso di un anno e mezzo Emanuelson, arrivato come terzino nel gennaio del 2011,  ha giocato come mezzala (destra!), trequartista, seconda punta.  Passato da seconda scelta a titolare a terza scelta a titolare, senza mai essere veramente decisivo, è il simbolo della confusione che regna in testa ad Allegri e al suo staff tecnico.

Quattordici formazioni diverse in campo in sedici partite ufficiali, quasi mai la stessa difesa in campo, dove è stato messo più volte l’impresentabile, per condizioni fisiche e mentali, Mexés, il giocatore più pagato della rosa visto che come Robinho (un ectoplasma da almeno un anno) e Pato (un mistero perso dietro ai suoi malanni tecnico-muscolari-sentimental-esistenziali), percepisce uno stipendio annuale da 4 milioni netti.

Evidenti sono le colpe della società che ha smantellato l’asse portante (Thiago-Van Bommel-Ibra) della squadra che solo un anno e mezzo vinceva uno scudetto a mani basse, ma a fronte di un drastico ridimensionamento degli obiettivi e del tasso tecnico della rosa, dov’è la mano del tecnico? Si intravedono soltanto improvvisazione (difesa a tre, centrocampo a cinque, attacco a zero), incertezza e nessun punto fisso.

Emblematica in tal senso è stata la partita di domenica, persa nettamente a San Siro contro la Fiorentina, una squadra con un tecnico nuovo e con 9 giocatori su 11 arrivati nel corso del mercato estivo. Montella in pochi mesi ha dato un’identità alla squadra, Allegri nello stesso tempo non ha trovato nessuna soluzione e nessuna chiave tattica per mettere assieme i suoi giocatori che, seppur male assemblati, avrebbero le possibilità per rendere meglio di Catania, Cagliari e Torino, il cui monte stipendi è inferiore almeno di 2/3 rispetto a quello dei rossoneri.

Il livello di gioco (o non gioco) espresso dalla squadra di Allegri farebbe supporre non solo che il Milan possa rischiare di essere invischiato nella lotta per la non retrocessione, ma che farebbe fatica persino in una serie inferiore, dove la maggior parte dei tecnici, in mancanza di valori tecnici elevati, sopperisce alle carenze dando alle proprie squadre un gioco e delle certezze.  La cosa curiosa di questa vicenda è inoltre che lo stesso Allegri in serie C con il Sassuolo e in A con un Cagliari dalle ambizioni limitate aveva fatto intravedere anch’egli questa possibilità.

Allora è evidente che il tecnico livornese, spogliato dei suoi Ibra e dei suoi Thiago, non sia in grado di gestire una squadra di livello superiore, dove le pressioni sono notevolmente più alte e le aspettative estremamente diverse.

Oggi il leader maximo Berlusconi ha fatto visita alla squadra, strombazzando al solito slogan vuoti (mai più la difesa a tre, Montolivo è il nuovo Pirlo, etc.) e affermando per l’ennesima volta che Allegri ha la sua fiducia (una fiducia ben ripagata da uno stipendio di 2,5 milioni all’anno).  Tanto arriverà il Salvatore che a gennaio porterà in dote Papadopoulos e Dossena che risolveranno tutti i problemi.

La verità, assodata dai fatti, è che Allegri sta dimostrando di non essere degno di questa fiducia (e di questo stipendio) e che la società, oltre ad aver smantellato una squadra da vertice, non ha voglia di assumersi la responsabilità di mettere nel libro paga un altro allenatore. Meglio piuttosto andare alla ricerca di un prestito o di un parametro zero, o di qualche mediocre mestierante dallo stipendio modesto, come le ridotte ambizioni di questo triste Milan e del suo perplesso allenatore.


Dynasty

Marina e Silvio Berlusconi

“Mi pare fin troppo ovvio sottolineare che la leadership in questo campo non si possa trasmettere per via ereditaria o per investitura dinastica, ciascuno se la deve costruire da sè e conquistare passo dopo passo”. Così Marina Berlusconi, mette a tacere le voci, sparse nelle ultime ore, che la vedevano come aspirante candidata alla poltrona di leader della nuova formazione del Pdl, in corsa alle primarie contro l’ex delfino del padre, Angelino Alfano.

“La politica non è una dinastia”,  secondo Marina dunque. Avessero avvertito per tempo George W. Bush, magari oggi ci ritroveremmo in un mondo migliore.  Scherzi a parte, questi rumours sulla primogenita di casa Berlusconi, più che alimentare pettegolezzi sulla crescente sfiducia dell’ex premier nei confronti del segretario Alfano, alimentano semmai il clima di confusione che sta attraversando il centrodestra e il Pdl in particolare.

Le primarie annunciate dall’ex ministro della Giustizia all’alba della clamorosa batosta elettorale in Sicilia in realtà non hanno cementato per niente il dibattito politico all’interno del partito, e anzi le scelte e le dichiarazioni di Alfano vengono continuamente sminuite dai colpi a effetto di Berlusconi, dalla famigerata scossa alla ricerca del suo sosia del ’94.

Appare evidente che il caos che regna nella testa del fondatore di Forza Italia (mi candido, non mi candido, forse sì, forse no, cerco un erede, magari un sosia) si riflette inevitabilmente nella sua formazione politica,  il cui presunto leader non riesce a unire in maniera convincente militanti ed esponenti.

Intanto, giusto per farsi mancare nulla, alle primarie del Pdl (della cui organizzazione ancora si sa veramente poco), spunta il nome di un altro sedicente candidato: Alfonso Luigi Marra, l’uomo dai best seller improbabili e dalle testimonial di gran lusso, fra cui la super chiacchierata Sara Tommasi che esponeva le sue idee anti signoraggio bancario mentre esibiva in bella vista svolazzante la parte più nobile del suo corpo.

Non è che per caso queste primarie in realtà saranno un gran spettacolo d’avanguardia teatrale come si usava negli anni 60? A giudicare dai protagonisti, non mi pare di andarci così lontano.


Primi in Europa

 

In questo periodo di profonda crisi per l’Italia, arriva finalmente una soddisfazione. Il nostro Paese ha infatti raggiunto un primato che sarà difficilmente superato, almeno a breve termine. L’Italia infatti, secondo una ricerca approfondita  Synergia Consulting Group, alleanza professionale di 14 studi di commercialisti con oltre 200 professionisti ubicati in varie regioni italiane, risulta essere la prima nazione di tutto il Vecchio Continente per la pressione fiscale sulle imprese.

Secondo lo studio di Synergia Consulting Group, non sarebbe solo l’eccessivo ed elevato tasso delle aliquote a incidere in maniera così pesante sulla libertà d’impresa, ma anche la scarsa possibilità che viene concessa per quel che riguarda le spese deducibili e le detrazioni. In pratica, anche se un’azienda italiana fattura, fra ricavi e costi, la stessa cifra di un’azienda spagnola l’utile netto è inferiore del 60 per cento, mentre rapportandosi a un’azienda inglese si scende al 39 per cento e a una francese del 23 per cento. A superarci nel carico fiscale c’è solo la Germania, ma è ovviamente un confronto improponibile, dato lo scarto che esiste fra le economie dei due paesi (basti pensare solo al famigerato spread).

É interessante rilevare altresì, che dal 2000 a oggi,  nonostante in tutta l’Europa vi sia stato un calo della pressione fiscale, in Italia registriamo un aumento pari a un’incidenza del 3,4 per cento sul Pil.

Sempre secondo le rilevazioni di Synergia Consulting Group, mentre nel  1995 eravamo al decimo posto, con un’incidenza attestata  sul 37,8 per cento, già all’epoca superiore alla media europea (35,3), al termine del 2010 il livello è salito al 42,6 per cento, cifra che ha fatto salire l’Italia al primato nel Vecchio Continente. Tutto questo mentre nel resto d’Europa si è rilevata una riduzione del carico fiscale e contributivo sul lavoro, con una media che è scesa al 33,4 per cento. Un primato che assume connotazioni ancora più rilevanti se si considera che il carico fiscale effettivo sulle imprese, includendo tutti i fattori, arriva addirittura alla cifra monstre del 68,5 per cento.

“La base imponibile – ha osserva Pietro Mastrapasqua, ad di Synergia – viene estesa in modo consistente. Le imposte non si pagano solo sul reddito ma anche su alcuni costi, come telefonia, auto aziendali, spese di rappresentanza e interessi passivi”.

In pratica passando da Berlusconi a Prodi, poi ancora Berlusconi e infine a Monti, i vari governi che si sono succeduti alla guida della Penisola, per ovviare alle spese, al deficit, al debito pubblico non hanno trovato di meglio che innalzare a livelli inauditi la pressione fiscale col risultato che l’unico primato che può detenere l’Italia è quello delle tasse.

Sviluppo e crescita sembrano solo essere concetti vuoti e slogan urlati dalla maggioranza dei politici, mentre le imprese sono bloccate, spariscono e il lavoro evapora, con la disoccupazione che arriva al’11 per cento in tutta la Penisola e al 20 per cento solo al Sud.

Inevitabile pensare a quale altra misura avrà in mente Monti per rilanciare lo sviluppo. Una nuova tassa, of course…

 

 


La caduta dell’impero

Logo Mediaset

Non bastasse un Milan che arranca appena al di sopra la zona retrocessione, un Pdl alla costante ricerca di identità, di leadership, di programmi e in continua emorragia di consensi, per Silvio Berlusconi si fa largo anche una pesante crisi per il fiore all’occhiello del suo impero.

Parliamo di Mediaset che oggi, per la prima volta nella sua storia, ha fatto registrare un bilancio trimestrale con un pesante rosso di 88,4 milioni. Le perdite si riferiscono al terzo trimestre (luglio-settembre) del 2012 e il paragone con lo stesso periodo dello scorso anno è a dir poco sconfortante. In soli dodici mesi infatti Mediaset ha subìto un crollo di utili quantificabili in 90 milioni, visto che nel 2011 il bilancio trimestrale era stato chiuso con un utile di 1,4 milioni, che già all’epoca sembrò una frenata, rispetto agli anni precedenti.

Una vistosa caduta verso il basso dell’impero berlusconiano: i primi nove mesi del 2012 vengono chiusi con una perdita netta di 45,4 milioni di euro a fronte di 164, 3 milioni di utili registrati l’anno precedente. Un’emorragia che non sembra avere freno e che ha di fatto visto evaporare quasi 400 milioni di utili in un solo anno.

Fra il gennaio e il settembre del 2011 infatti i ricavi di Mediaset erano attestati sui 3,04 miliardi, mentre quest’anno non si è superata la somma di 2,655 miliardi di euro.  Secondo gli operatori del gruppo, la prima causa di questa grossa perdita di ricavi, è data dal crollo della raccolta pubblicitaria che in Italia è scesa complessivamente del 14 per cento.

Tuttavia,  da Mediaset sembrerebbe filtrare ottimismo e il marigine operativo lordo dovrebbe rientrare nei parametri di previsione stilati dall’azienda.  Il direttore finanziario del gruppo, Marco Giordani,  nel corso della conference call sui risultati trimestrali, ha posto l’accento sugli obiettivi raggiunti. “Siamo stati capaci di raggiungere l’obiettivo di risparmi in anticipo e stiamo lanciando un nuovo piano di altri 200 milioni per altri tre anni”. Secondo Giordani, “grazie al lavoro di riduzione della spesa pari a 220,4 milioni a fine settembre, l’obiettivo di 250 milioni all’anno – varato nel 2011 e da conseguire in tre anni – sarà raggiunto già a fine 2012”.

Al di là dei freddi numeri, che evidenziano in maniera inequivocabile la costante emorragia degli utili Mediaset, e dei proclami aziendali da spending review, è sotto gli occhi di tutti la piega negativa che stanno prendendo tutte o quasi le aziende del gruppo Berlusconi.

Il declino dell’uomo politico pare andare pari passo con il declino dell’uomo d’affari e, a parte qualche facile battuta (Berlusconi cederà al Psg anche Bonolis e la De Filippi?), è evidente come una fase della storia d’Italia stia per chiudersi con la caduta di quest’impero alla quale seguirà una nuova era, adesso più che mai densa di incognite, mentre nuovi imperatori e padroni tramano silenti alle spalle in attesa di scendere in campo e venire improvvisamente allo scoperto.

A meno che non vogliamo credere alla favola di nuovo Messia liberatore e all’alba di una nuova civiltà e di una nuova democrazia.


Palermo liberata

Palermo oltraggiata! Palermo rovinata! Palermo martirizzata! ….ma Palermo liberata!

Citando il discorso del generale Charles De Gaulle all’indomani della liberazione di Parigi dai nazisti,  sostituendo Parigi con Palermo e senza voler dare del nazista (per carità!) a Diego Cammarata, dimissionario sindaco del capoluogo  siciliano, è questo il clima che si respira oggi in città. Una sensazione di liberazione, dopo dieci fra i più cupi anni vissuti sotto il governo di  una delle peggiori amministrazioni che il cittadino palermitano ricorda.

Era dai tempi di Ciancimino e del “sacco di Palermo” che un sindaco non era così impopolare, e se all’epoca tutto veniva fatto all’oscuro degli ignari cittadini, che erano vittime inconsapevoli di manovre studiate per favorire l’ascesa del potere mafioso in seno alla politica, questo decennio non è scivolato senza cicatrici sulla pelle dei palermitani che ne hanno subìto le malefatte, vuoi per incompetenza, vuoi per consapevole malafede.

Analizzare la conferenza nel corso della quale Cammarata ha dato le dimissioni,  è in tal senso estremamente indicativo.

Innanzitutto dobbiamo dire di quanto sia eroico il suo gesto, considerato che mancavano appena quattro mesi alla scadenza del secondo e ultimo mandato e che la Regione stava per commissariare il Comune per i ben noti problemi di origine economica, tant’è che la Giunta è stata costretta ad attingere dal fondo di riserva dei tre anni successivi per coprire tutte le spese ordinarie.

Ma Cammarata non la pensa così. “Passo la mano per l’orgoglio di lasciare i conti in ordine e un bilancio strutturalmente sano – queste le parole dell’ex sindaco –  Ho chiesto alla Ragioneria generale del Comune di predisporre un bilancio di fine mandato accompagnato da una relazione sullo stato delle nostre finanze e ciò a scanso di equivoci e per evitare che qualcuno parli, o meglio straparli, in maniera irresponsabile di comune di Palermo sull’orlo del dissesto o di grave situazione di indebitamento”.  Il commissario regionale non dev’essere d’accordo visto che da novembre si parla già di commissariamento del Comune, per porre un rimedio alla situazione economica pesantissima, senza dimenticare che per approvare il Rendiconto sono occorsi diversi mesi.

Cammarata inoltre dice di “lasciare a testa alta e che le sue dimissioni sono un atto d’amore per la sua città”.  Su quest’ultimo punto direi che non ci piove, mentre sulla testa alta avrei più di un dubbio, visto che a Palermo non può nemmeno farsi vedere al Festino per non essere oggetto di pesanti insulti e contestazioni anche violente.

Piuttosto lascia una città dove sta per esplodere la bomba Gesip, un ordigno che sta per deflagrare su stesso lasciando appiedati i 1800 impiegati assunti secondo un’assurda logica occupazionale di stampo prettamente clientelare che lui ha contribuito a creare in maniera decisiva.

Lascia una città che presto potrebbe ritrovarsi colma di spazzatura, dato che la sua amministrazione non è riuscita a stilare un contratto di servizio degno per l’Amia (un altro dei mostri occupazionali che lui s’è lungi tolto dal fermare).

Lascia una città priva del Piano Urbano del Traffico, così come l’aveva lasciata. E i sottopassaggi pedonali che nessun dipendente comunale vuole sorvegliare giacciono abbandonati, mentre si spendono milioni di euro per meravigliosi sovrappassi.

Lascia una città che non è riuscita ad attuare quasi nulla del Piano Regolatore approvato nel 2002, mentre giacciono abbandonati siti come Pizzo Sella che rimane tale e quale a come l’aveva lasciato costruire Ciancimino.

L’elenco è talmente lungo da annoiare anche chi scrive e quindi sono costretto a fermarmi, per chiudere con una nota conclusiva.

Cammarata infatti fra le cause (piuttosto deboli, devo dire) che lo hanno indotto a dare le sue dimissioni non ha citato l’inchiesta sullo skipper personale fatto assumere in Gesip, mentre lavorava alle sue dipendenze. Naturalmente è solo un caso, visto che l’ex sindaco ha sempre brillato di trasparenza.

Adesso Palermo dovrà vivere necessariamente e per la propria sopravvivenza una nuova fase. Ma il percorso più difficile sarà quello di restituire la fiducia nella politica nei cittadini.

E date le premesse di questa caotica campagna elettorale appena iniziata l’impresa appare improba almeno quanto quella di risollevare le sorti di questa martoriata città. Che adesso almeno s’è liberata.


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