Archivi del mese: gennaio 2011

Carlà, dì qualcosa di sinistra!

Così Carla Bruni Sarkozy, al secolo Carlà, ha fatto finalmente coming out.

La cantautrice ex top model e attuale premiére dame di Francia, in un’intervista concessa al quotidiano francese Le Parisien, ha dichiarato di non essere più di sinistra.

«Facevo parte di una comunità di artisti», asserisce Carlà, «eravamo bobo, di sinistra, ma a quell’epoca votavo in Italia. In Francia non ho mai votato per la sinistra e non è adesso che comincerò a farlo. Non mi sento più di sinistra».

I bobò, sigla francese per sintetizzare bourgeoise-bohemien, sarebbero quei ricchi che assumono atteggiamenti anti-conformisti e fanno tendenza, perlopiù artisti o comunque gente di un certo livello nella scala sociale.

Strano, vero? Sposata al Presidente più di Destra di Francia dai tempi di De Gaulle, figlia di imprenditori miliardari, supermodella fra le più pagate di tutti gli anni 90, donna dalla vita dissoluta con una miriade di amanti, passando fra rockstar e filosofi, la Bruni, si dice – parole più o meno testuali – disgustata da certi atteggiamenti e dichiarazioni della Gauche francese che stranamente le dà contro.

D’altronde tutto ciò è davvero inverosimile, perchè mai la Sinistra dovrebbe avercela con la moglie del Presidente di Destra?

Eppoi si sa, ma una volta di più è bene ricordarlo, la politica è cosa individuale, no? Se ti toccano sul personale bisogna assolutamente voltare gabbana.

L’allusione ai casi Polanski e Mitterrand, sembra più una scusa infantile, ma tant’è, la Carlà è sempre stata donna un po’ vanesia.

Almeno prima di diventare signora Sarkozy. Adesso è impegnata nel sociale, difende i ricercati per crimini di terrorismo e omicidio ed è membro attivo per le campagne anti-AIDS.

Il fatto che già a sei anni lasciò l’Italia con la famiglia, non le tolse certo il diritto di votare a sinistra per i primi suoi cinque anni di vita.

Quel che mi domando io in realtà è: che cosa diamine c’entra (o meglio c’entrava) Carlà con la Sinistra?


Stile Juve

“Negli ultimi giorni ho visto tante ipotesi, mi ritrovo a leggere i nomi di Lippi e Spalletti. Questa è una minchiata.”

Così si è espresso il delfino Andrea Agnelli nel corso della conferenza stampa convocata per oggi, durante la quale il maggior azionista della Juventus ha voluto porre l’accento sul difficile momento che sta attraversando la compagine bianconera, rimandando al mittente le illazioni secondo le quali stia per essere accantonato il progetto Del Neri-Marotta a favore di un nuovo binomio i cui protagonisti sarebbero quelli sopra elencati.

Detto che tale illuminata ipotesi è stata suffragata in prima pagina dall’autorevole Corriere dello Sport e che l’altrettanto autorevole Tuttosport ha invece lanciato l’ipotesi di un cospicuo ingresso di capitali da holding estere, mi vien da riflettere circa la figura del giovane vecchio Andrea, del tanto decantato stile di casa Juve e di quello che ha realmente fatto in questo periodo nel quale ha preso le redini del comando della Vecchia Signora.

Messa da parte la disastrosa stagione Elkann-Blanc,  Agnelli ha pensato bene innanzitutto di ingraziarsi i tifosi.

Con acquisti roboanti e spese ingenti? No, non è nello stile della casata juventina.

Reclutando giovani promesse e rilanciando l’immagine di una Juventus italiana ricalcando quella trapattoniana?

Questo è quello che si è voluto far credere, dimenticando che lo squadrone del Trap contava fra le sue fila campionissimi stranieri del calibro di Platini e Boniek, oltre che campioni del mondo nel pieno della loro gioventù come Tardelli e Cabrini.

Questa Juventus ha invece raccattato male quello che passava il convento, comprando a destra e a sinistra e azzeccando i soli Krasic e Quagliarella (e forse, il tempo dirà, Bonucci) e spendendo cifre abnormi per i mediocri Pepe e Martinez.

Agnelli ha sì guardato indietro per avere l’amore dei tifosi, ma non per costruire uno squadrone, bensì ha puntato innanzitutto sul revanchismo infantile che avvolge la tifoseria bianconera dai tempi di Calciopoli.

Il vessillo piantato è quello della riabilitazione e della restituzione degli scudetti, tolti dalla giustizia sportiva, del 2005 e del 2006,  quest’ ultimo assegnato all’odiatissima Inter.

Ma, caro Dottor Agnelli, io credo che dall’Inter debba  avere indietro Ibrahimovic, Vieira e una macchina del tempo, per riparare agli errori commessi. Perchè qui la giustizia sportiva c’entra davvero poco.

Quando in squadra non hai un solo giocatore, fatta eccezione per il rientrante Buffon e il declinante Del Piero, di livello europeo e mondiale o di grande prospettiva, le illazioni si sprecheranno sin quando la Signora non avrà una squadra competitiva e vincente.

Tutto il resto sono minchiate.


Il re del mercato

Sarebbe divertente chiudere il post soltanto con titolo e fotografia e lasciare interpretare ai lettori quello che si cela dietro questo misterioso accostamento.

Beh,  perché la logica abbia un senso bisogna dare delle spiegazioni, e non essendo nè un enigmista nè un ermetico letterato, bisogna che io le dia, queste spiegazioni.

Il signore ritratto in foto è Riccardo Garrone, 74 anni (da non confondersi con l’omonimo attore) imprenditore nel campo petrolifero che possiede, fra l’altro, la maggioranza delle azioni della Erg Petroli e dalla Sampdoria Calcio.

Proprio dei suoi traffici con la società blucerchiata, come era ben inteso nel titolo,  io intendo occuparmi.

E in questo caso è necessario fare qualche passo indietro, fino a maggio dello scorso anno, quando la Sampdoria, col pareggio ottenuto in casa della diretta concorrente Palermo, conquistò di fatto l’accesso ai preliminari della Champions’ League.

Un risultato tanto inatteso quanto storico, data l’assenza di 18 anni dei blucerchiati dalla massima competizione internazionale.

La squadra,  allenata da Gigi Del Neri e costruita sotto la supervisione del plenipotenziario direttore sportivo Marotta, fu trascinata dalle prodezze dei nuovi gemelli del gol Pazzini e Cassano.

Ma, terminata la stagione, Del Neri e Marotta cedono alla corte della Juventus e abbandonano la causa di Garrone, che si affida a Gasparin per la gestione sportiva e il mercato e a Mimmo Di Carlo per quella tecnica e dunque la panchina, mantenendo l’ossatura della squadra il cui collettivo reggeva sul duo di stelle in attacco.

Uno sfortunato preliminare col Werder Brema, dove la Sampdoria era ampiamente qualificata sino a un gol preso nel recupero, costituisce il primo scricchiolìo della nuova gestione, ma nonostante la grossa delusione, tutto sembra poter procedere verso una stagione, se non irripetibile come quella passata, almeno foriera di soddisfazioni.

Sinchè l’instabile Cassano non manda a quel paese il Presidentissimo Garrone, per una banale lite.

Una società e un presidente ambizioso avrebbero fatto di tutto e di più per ricucire lo strappo in nome del Bene Comune, ma il signor Garrone, dicono tutti, è uomo d’onore e denuncia Cassano per grave inadempienza contrattuale.

Il risultato? Il folle Fantantonio si accasa al Milan praticamente gratis al posto dell’improbabile Ronaldinho.

Gasparin leva le tende e abbandona Garrone, asserendo di non aver potuto minimamente svolgere una benché minima funzione inerente al proprio ruolo, ma di essere vittima di un padre padrone che non lascia nessun margine di manovra ai propri dipendenti.

Reto Ziegler, un terzino che è stato anch’esso fondamentale nella stagione precedente, è a scadenza di contratto e non riesce a trovare un accordo con Garrone ed è a un passo dalla Lazio, dopo esser stato appetito dal Milan.

Arriva la giovane promessa, in prestito secco, Macheda dal Manchester United e Maccarone dal Palermo, dove ha deluso e continuava a fare panchina.

Ma l’evento ancora più clamoroso è avvenuto nelle ultime ore, quando in quattro e quattr’otto s’è concretizzato il passaggio di Pazzini all’Inter per 12 milioni di euro più il cartellino di Biabiany, che a ben vedere sembra un doppio, se non triplo,  colpo per la società nerazzura  che si accapparra un centravanti italiano giovane, ammortizzando la cifra,  comunque notevole, con il cartellino di una pippa che sarebbe degna di calcare i gloriosi campi di squadre come Akragas o Brembillese.

I tifosi doriani sono in visibilio, pronti ad ammirare le gesta dell’eroe della retrocessione del Siena, Maccarone,  e del pippone Biabiany, mentre vedono sbocciare Macheda che fra quattro mesi riabbraccerà Ferguson.

Nel frattempo Doriano Tosi, successore di Gasparin, fino a ieri sera negava di Pazzini, liquidato dal presidentissimo come debole di carattere e influenzato dalle voce dell’interessamento dell’Inter, bollando quindi come inevitabile il trasferimento.

Tosi sarà il prossimo ad andarsene? Intanto fra qualche dubbio una certezza, Riccardo Garrone è il vero re del mercato 2011.

Chiedetelo ai sampdoriani,  scommetto che saranno tutti, nessuno escluso, d’accordo con me.

 


Il re è nudo

La clamorosa notizia di ieri è quella che riguarda l’intrusione di un hacker nel profilo di Sua Maestà Mark Zuckerberg.

L’hacker impossessatosi della pagina del creatore del più popolare dei social network ha quindi postato un messaggio dove si autoproclamava come vincitore dell’hacker cup 2011,  ma soprattutto ha posto l’accento sugli investimenti del colosso di Palo Alto, invitandolo a prendere esempio dal premio Nobel Yunus e la tecnica dei microcrediti.

Il fatto mi suggerisce una serie di riflessioni, prima fra tutte è la totale violabità alla quale ci esponiamo noi tutti nonappena varchiamo i cancelli dorati della Rete, la seconda è che internet è ormai divenuta la piattaforma nella quale esprimere dissenso e creare dei veri e propri movimenti, la cui cassa di risonanza è tutt’altra che risibile.

Mi riferisco infatti a quanto accaduto negli ultimi anni in paesi duramente minati da regimi totalitari, a partire dall’Iran per finire ultimamente in Tunisia ed Egitto, dove queste rivolte sono nate, cresciute, fomentate e documentate sul web.

E non a caso la Cina tiene sotto strettissimo controllo tutto quanto avviene su internet onde evitare qualsiasi episodio che possa disturbare le certezze del proprio impero comunista, mentre la “fortuna” dei regimi di altri paesi che sono la più profonda periferia del mondo è senz’altro la mancanza di simili strumenti per diffondere le gravi limitazioni e i continui crimini e soprusi perpetrati ai danni del popolo da parte di questi cosiddetti regimi.

Persino in Italia,  dove certo non vige una rigogliosa libertà di espressione negli organi di stampa, attraverso questo importante strumento è lampante la dimostrazione di dissenso nei confronti della classe dirigente e non solo.

Insomma la mia conclusione a riguardo è che val bene il rischio di venire violati per prendere parte al grande processo di trasformazione della nostra società di cui internet è parte fondamentale, e come già fatto da Riccardo Luna e Wired,  mi sento anch’io convinto del consistente merito che il web può aver parte nel processo di pace e di sostenerne quindi la candidatura al Nobel.

Il re è nudo, evviva il re.


Un artista del sesso

É stato presentato ufficialmente a Firenze , giovedì 13 gennaio (scusate il ritardo) il calendario 2011 del Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale,  ennesima opera illuminata di Oliviero Toscani.

L’illuminazione che ha colto questa volta il celeberrimo fotografo toscano è quella di ritrarre nientemeno che dodici differenti vagine piuttosto villose e di svariata misura,  lunghezza,  forma e dimensione.

Facendo la felicità di tanti innumerevoli adolescenti in calore e uomini dalla mano sciolta che sono corsi ad acquistarlo in edicola, essendo allegato al numero di gennaio della rivista Rolling Stone.

“Qui si mostra l’essenziale e non quello che si vede nei soliti volgari calendari delle pin up: mostrano tutto, meno che quello. Un disvelamento al contrario. Queste dodici, magnifiche “tarte au poil” senza età, sono autentiche”. Questo il commento di Toscani alle sue fotografie, che propone inoltre un illustre e raffinato paragone: “Quelli della Pelle Conciata al Vegetale in Toscana realizzano un prodotto unico al mondo, proprio come la pelle di queste nature”.

La carriera di questo sedicente artista è stata sempre densa di provocazioni al limite di ogni buon senso e buon gusto,  eppure io ogni volta mi sorprendo sempre di più, tanto che mi sento così svuotato da rimanere senza parole. 

Dalle sue campagne ardite e provocatorie per la Benetton, che hanno donato fama a lui e al marchio da lui promosso fra baci multirazziali, fra preti e suore, fra bambini e donne dell’entroterra siculo prese per i fondelli, sino a quelle di sensibilizzazione per il fenomeno dell’anoressia.

E nel suo corposo curriculum non vanno dimenticate le fallimentari esperienze come assessore nella giunta di Sgarbi a Salemi e quella fantomatica campagna elettorale per essere eletto quale sindaco di Monreale, durante la quale dimostrò di non avere la benché minima conoscenza di come e cosa fare in ambito burocratico, e anzi mostrandosi infastidito verso chi non lo chiamasse con l’appellativo di Maestro.

Ora, tornando alla notizia del calendario, si sa bene che l’arte contemporanea e le avanguardie, a partire dal primo Novecento in particolare,  hanno tentato sempre la strada della forte provocazione, a cominciare dai dadaisti e ai surrealisti,  che riuscivano a mettere seriamente a disagio gli attoniti interlocutori.

Eppure l’ orinatoio di Duchamp era una provocazione atta a smuovere la cristallizzazione dei neoclassicismi,  mentre le merde e i fiati d’artista di Manzoni erano una sistematica divertita denuncia della mercificazione dell’arte.

Toscani invece provoca contro i calendari delle varie starlette televisive.

Mi pare che una lieve differenza passi.

A lasciarmi sconcertato ancora di più, è quanto il buon Toscani si “impegni” a imitare,  opere ben più sostanziose come L’origine del mondo di Courbet (1866),  che sarebbe come vedere Ligabue plagiare Heroin.

E inoltre mi pare che arrivi nettamente in ritardo.

La mia conclusione finale è che per quanto il fotografo toscano perseguiti a ritrarre vagine, per me resterà sempre un artista di minchia.


La versione di Giamatti

Dove sei Mordecai?

Ricordo con immensa gioia e altrettanto piacere,  il momento in cui cominciai a sfogliare e a immergermi nel grandioso romanzo di Mordecai Richler, “La versione di Barney”, tanto che altrettanta gioia e uguale piacere mi colse un anno e mezzo fa nel venire ad apprendere che stava per essere girato l’adattamento cinematografico.

E da lì naturalmente fui improvvisamente preda dell’impazienza,  dapprima vorace e in seguito più distillata, che fatalmente fece cadere l’oblio su quanto doveva essere trasmesso sul grande schermo.

Ma nonappena vidi il primo trailer (in inglese) e la sua presentazione al Festival di Roma, l’impazienza mi colse nuovamente, unita alla soddisfazione di vedere riunito un cast maschile che già mi dava l’idea giusta dell’incarnazione visiva soprattutto del protagonista, Barney Panofsky e suo padre Izzy, rispettivamente Paul Giamatti e Dustin Hoffman, entrambi in stato di grazia.

“La versione di Barney” di Richard J. Lewis e sceneggiatura di Michael Konyves, infatti, detto da uno che ha amato profondamente il libro,  è una riduzione più che riuscita dell’omonimo libro di Mordecai Richler, pur con i dovuti distinguo e le dovute puntualizzazioni.

Innanzitutto è un film che si giova di un cast eccezionale che non tradisce le attese, nobilitato in maniera particolare da quel meraviglioso caratterista di Paul Giamatti, capace di un’interpretazione ora sommessa ora esaltata e capace soprattutto di rendere alla perfezione le mutevoli sfaccettature dell’apparentemente cinico Barney Panofsky, un uomo che ha vissuto con niente per conquistare tutto e quel tutto ha perduto, vittima di se stesso e delle sue contraddizioni. Mirabile la sua graduale trasformazione da uomo attivo e sopra le righe, a vegetale devastato dall’Alzheimer.

In un ruolo apparentemente marginale all’interno del film,  Dustin Hoffman dà un ulteriore dimostrazione di grandezza, riuscendo a far sorridere e commuovere allo stesso tempo.

Inutile sottolineare che l’Academy dovrebbe riservare a tutti e due un degno riconoscimento, e la carriera di Giamatti meriterebbe di essere finalmente consacrata con l’Oscar.

Di fronte a cotanta grazia, s’impone discretamente pure il belloccio Scott Speedman nei panni di Boogie, mentre purtroppo il cast femminile viene schiacciato dalla personalità di Giamatti, e le tre mogli di Barney, Rachelle Lefevre, Minnie Driver e Rosamunde Pike non bucano lo schermo con altrettanta efficacia, pur avendo tutt’e tre il preciso physique du role per i personaggi: la sbandata Clara, la volgare e logorroica seconda signora Panofsky e la tenera ed eterea Miriam.

Tornando al film non possiamo fare a meno di notare che del romanzo non possiede la stessa vena sarcastica yiddisch e lascia molto meno spazio alla misteriosa scomparsa di Boogie, l’amico di Barney la cui sparizione è oggetto della versione del titolo. Più spazio ai sentimenti e ai rimpianti del tormentato Panofsky, il che ha fatto storcere il naso a molti ammiratori del romanzo. Ma non a me.

Perché nel romanzo non era facile scorgere della tenerezza, e il film ci riesce appieno senza mai risultare banale o patetico.

Ed è altrettanto inutile mettersi alla ricerca delle mancanze, dei tagli e delle differenze fra il libro e il suo adattamento, perché Richard J. Lewis e Giamatti sono riusciti in un’impresa che non riesce molto spesso: quella di rendere un bellissimo film da un grandissimo romanzo.

Forse un po’ scontata, ma necessaria la dedica a Mordecai Richler, il quale a dieci anni dalla morte, non è riuscito a vedere vivere sullo schermo la sua creatura, ma sullo schermo rivive grazie a lei stessa.

Sei qui Mordecai.


La venticinquesima ora

Quanti di voi hanno ammirato (o meno) o comunque visto e conosciuto, l’omonimo straordinario film di Spike Lee, si saranno sicuramente già fatti un’idea dell’argomento che mi accingo ad affrontare.

Per i più distratti, o per coloro i quali non hanno avuto ancora modo di conoscere tale film, mi limiterò a descriverne brevemente la sinossi che vede Edward Norton giocoforza impegnato a vivere il suo ultimo giorno di libertà, prima di affrontare sette duri anni di carcere, da scontare in virtù di un reato commesso, nello specifico caso trattasi di spaccio e commercio di cocaina.

Dunque colpevolezza e innocenza non sono in modo assoluto protagonisti, non è un racconto processuale di una vicenda giudiziaria, ma il semplice e commovente, tragico, duro e mai patetico sviluppo di una triste vicenda umana.

Una vicenda umana che nell’ultimo giorno ha come protagonista, l’ex presidente della Regione Sicilia Salvatore “Totò” Cuffaro, consegnatosi spontaneamente a Rebibbia, in virtù della condanna definitiva a sette anni di carcere, emessa ieri l’altro dalla Corte di Cassazione.

Come già detto, non sono in discussione colpevolezza o innocenza, nè tantomeno la pesantezza (o la leggerezza) della condanna, e nemmeno la gravità dei reati a lui contestati, ma la dignità di un uomo di fronte alla sconfitta, una cosa quantomai rara in tutti i campi di questa nostra sempre più povera Italia, dalla politica allo sport.

Imparare dai propri errori è il più grande insegnamento che si può trarre dalla vita, e Cuffaro dopo poco eminenti teatrini di coppole e cannoli, si è via via dileguato per combattere degnamente in tribunale, fino alla ultima accettazione del verdetto definitivo, che ha suscitato clamore in generale, sdegno e dolore nei suoi sostenitori e familiari, oltreché il becero e bieco pugno alzato in segno di vittoria di alcuni (fortunatamente pochi) sociopatici oppositori.

In tal senso mi pare d’uopo rimarcare il grande esercizio di nobiltà espresso dall’associazione Muovi Palermo, che invita a festeggiare la condanna, con tanto di party a base di cannoli di fronte Palazzo dei Normanni. Chapeau.

Colpevole secondo la giustizia, vincitore morale secondo molti, Cuffaro resta comunque un esempio di come si possa affrontare degnamente una battaglia in tribunale, senza gridare a complotti, colpi di Stato e inveire contro la Magistratura.

Ovviamente questo ha danneggiato ulteriormente la sua carriera politica, altrimenti adesso avremmo un bel nuovo giovane Premier, senza ostacoli e avversari.

E come diceva Peppino De Filippo a Totò al termine della sua celeberrima lettera alla Malafemmena: “Senza nulla a pretendere…”


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