Ingegneria genetica applicata alla musica: Anna Calvi

Da sempre al centro di dibattiti fra bioetica, religione, morale e progresso, l’ingegneria genetica rimane fra i temi più scottanti e mai risolti che si possano mai affrontare.

Clonazione, melting genetico, cellule staminali, sono argomenti che dividono e mai uniscono e si ha spesso la sensazione di andare a sbattere su simultanei muri di gomma senza mai riuscire a trovare una soluzione.

Eppure molte in volte ci viene in soccorso la natura stessa, trovando da sè la soluzione quasi per magia, ed è di magia e di soluzioni magicamente trovate che mi appresto a parlarvi.

Se qualcuno di voi ha mai sognato un’artista che proponesse la potenza espressiva di un giovane P.J. Harvey,  la carica esplosiva e il carisma di Nick Cave,  la delirante prosa di Patti Smith,  la teatralità di Ute Lemper e la versatile creatività di Scott Walker,  i vostri sogni stanno lentamente prendendo forma nel corpo e nella voce della venticinquenne londinese Anna Calvi, chiare origini italiane,  che proprio oggi debutta con il suo omonimo disco uscito per la Domino Records.

Preconizzata al successo dalla BBC, che l’ha inserita fra le più importanti realtà del nuovo anno,  promuovendo già il suo disco come fra i migliori del 2011,  lanciata da Brian Eno come  “la migliore dai tempi di Patti Smith”, prodotta da Rob Ellis,  dopo aver avuto l’onore di aprire i concerti per i Grinderman di Nick Cave,  la giovane musicista inglese conferma in pieno un tal nugolo di aspettative, aggiungendo , oltre alle già citate influenze e doti naturali, una straordinaria sensualità abbinata a una grande potenzialità in esibizioni dal vivo.

Non le manca neppure la capacità di sorprendere e il pezzo di apertura,  Rider To The Sea,  si muove in tal senso: un brano strumentale che strizza l’occhio,  sin dal titolo, nientemeno che ai Doors per poi avvicinarsi a Ry Cooder e curvare su linee di nickcaveana memoria, testimonianza anche di come gli artisti più intelligenti sono quelli in grado di circondarsi di eccellenti musicisti,  e  costituendo così il perfetto aggancio alla successiva No More Words, una ballata suadente sospesa fra le influenze del King Ink ammantata di sensuali vocalizzi più ariosi di quanto mai abbia fatto P.J. Harvey.

Desire al contrario innalza il ritmo dei battiti e ci rimanda alle versioni più springsteniane di Patti Smith, decorate però da un pop più vellutato.  La versatilità di Anna si manifesta pian piano in Suzanne And I, dove la sua voce richiama  lo Scott Walker che fu crooner, aggraziato da un tocco di ineluttabile femminilità,  mentre la dolce First We Kiss inscena un atto che rammenta una Ute Lemper più votata al rock.

Un gentile arpeggio e un cantato sussurrato introducono, per dissonanza, The Devil, laddove la Calvi dà già un’ennesima dimostrazione delle sue spiccate capacità vocali con esercizi di spessore da soprano. In Blackout il tono cambia decisamente registro, vortice indefinibile di ariosa melodia ricoperto dalla sempre più suadente e delicata voce della cantante britannica, il cui controcanto delicato è puro pop di classe sopraffina.

Si torna ad atmosfere da Nick Cave con I’ll be your man, tanto che da un momento all’altro ce lo immaginiamo spuntare da dietro le quinte per un duetto per il quale, statene certi,  non attenderemo molto a lungo. Morning Light è una nenia che penetra lentamente, col solo peccato di indulgere un po’ troppo in un narcisismo vocale di Anna,  mentre Love Won’t Be Leaving è l’ultimo filo che mancava alla chiusura del cerchio, un anticlimax delicato e al tempo stesso crudele, anche lui figlio di influenze tipiche del vate australiano, vero padrino nascosto della neonata stella Anna Calvi.

E dunque consegnata agli archivi questa eccellente prima prova, saranno le successive a dirci se ancora una volta la natura ha trionfato sulla scienza e se siamo riusciti a trovare la più esaustiva risposta a quella che potrebbe essere l’ingegneria genetica applicata alla musica, con il volto, il corpo e la voce di Anna Calvi.


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