La versione di Giamatti

Dove sei Mordecai?

Ricordo con immensa gioia e altrettanto piacere,  il momento in cui cominciai a sfogliare e a immergermi nel grandioso romanzo di Mordecai Richler, “La versione di Barney”, tanto che altrettanta gioia e uguale piacere mi colse un anno e mezzo fa nel venire ad apprendere che stava per essere girato l’adattamento cinematografico.

E da lì naturalmente fui improvvisamente preda dell’impazienza,  dapprima vorace e in seguito più distillata, che fatalmente fece cadere l’oblio su quanto doveva essere trasmesso sul grande schermo.

Ma nonappena vidi il primo trailer (in inglese) e la sua presentazione al Festival di Roma, l’impazienza mi colse nuovamente, unita alla soddisfazione di vedere riunito un cast maschile che già mi dava l’idea giusta dell’incarnazione visiva soprattutto del protagonista, Barney Panofsky e suo padre Izzy, rispettivamente Paul Giamatti e Dustin Hoffman, entrambi in stato di grazia.

“La versione di Barney” di Richard J. Lewis e sceneggiatura di Michael Konyves, infatti, detto da uno che ha amato profondamente il libro,  è una riduzione più che riuscita dell’omonimo libro di Mordecai Richler, pur con i dovuti distinguo e le dovute puntualizzazioni.

Innanzitutto è un film che si giova di un cast eccezionale che non tradisce le attese, nobilitato in maniera particolare da quel meraviglioso caratterista di Paul Giamatti, capace di un’interpretazione ora sommessa ora esaltata e capace soprattutto di rendere alla perfezione le mutevoli sfaccettature dell’apparentemente cinico Barney Panofsky, un uomo che ha vissuto con niente per conquistare tutto e quel tutto ha perduto, vittima di se stesso e delle sue contraddizioni. Mirabile la sua graduale trasformazione da uomo attivo e sopra le righe, a vegetale devastato dall’Alzheimer.

In un ruolo apparentemente marginale all’interno del film,  Dustin Hoffman dà un ulteriore dimostrazione di grandezza, riuscendo a far sorridere e commuovere allo stesso tempo.

Inutile sottolineare che l’Academy dovrebbe riservare a tutti e due un degno riconoscimento, e la carriera di Giamatti meriterebbe di essere finalmente consacrata con l’Oscar.

Di fronte a cotanta grazia, s’impone discretamente pure il belloccio Scott Speedman nei panni di Boogie, mentre purtroppo il cast femminile viene schiacciato dalla personalità di Giamatti, e le tre mogli di Barney, Rachelle Lefevre, Minnie Driver e Rosamunde Pike non bucano lo schermo con altrettanta efficacia, pur avendo tutt’e tre il preciso physique du role per i personaggi: la sbandata Clara, la volgare e logorroica seconda signora Panofsky e la tenera ed eterea Miriam.

Tornando al film non possiamo fare a meno di notare che del romanzo non possiede la stessa vena sarcastica yiddisch e lascia molto meno spazio alla misteriosa scomparsa di Boogie, l’amico di Barney la cui sparizione è oggetto della versione del titolo. Più spazio ai sentimenti e ai rimpianti del tormentato Panofsky, il che ha fatto storcere il naso a molti ammiratori del romanzo. Ma non a me.

Perché nel romanzo non era facile scorgere della tenerezza, e il film ci riesce appieno senza mai risultare banale o patetico.

Ed è altrettanto inutile mettersi alla ricerca delle mancanze, dei tagli e delle differenze fra il libro e il suo adattamento, perché Richard J. Lewis e Giamatti sono riusciti in un’impresa che non riesce molto spesso: quella di rendere un bellissimo film da un grandissimo romanzo.

Forse un po’ scontata, ma necessaria la dedica a Mordecai Richler, il quale a dieci anni dalla morte, non è riuscito a vedere vivere sullo schermo la sua creatura, ma sullo schermo rivive grazie a lei stessa.

Sei qui Mordecai.


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