Archivi del mese: febbraio 2011

Adieu, Annie!

Aveva ormai smesso di lottare da tanto tempo, e la fine è arrivata inesorabile.

Si è spenta ieri a Parigi, all’età di 79 anni, Annie Girardot, vittima dell’Alzheimer, una delle più grandi e affermate attrici francesi di tutta la storia del cinema francese e non solo.

É stata a lungo il volto passionale di alcuni dei film più audaci degli anni 60, essendo, fra l’altro, una delle interpreti preferiti da quel diavolo surrealista di Marco Ferreri che ne fece La Donna Scimmia, scioccando le platee di mezzo mondo con quella parabola intrisa di amarezza e cinismo e dove la Girardot, truccata e piena di peli sino all’inverosimile, ha regalato forse la sua interpretazione più mirabile e sentita.

Sempre con Ferreri girò “Dillinger è Morto”, dove, nei panni della cameriera, incarnava una delle tante fantasie feticiste dell’alienato Michel Piccoli.

Ma la sua carriera è stata così densa di ruoli significativi che non è facile riunirli tutti insieme per un articolo, e così mi soffermerei sul sottolineare in particolare quello intenso della prostituta in “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti e quello morboso e crepuscolare della madre di Isabelle Huppert ne “La pianista” di Haneke, dove con insospettabile vitalità dà luogo all’ennesima interpretazione mirabile e disturbante al tempo stesso.

Con lei se ne va una delle ultime testimoni di un periodo in cui il cinema d’autore era affamato di sperimentazioni, ma al contempo anche molto seguito e amato dal pubblico, allora affamato di storie e riflessioni e non solo di effetti speciali e 3D.

Altri tempi, davvero.

Adieu, Annie!

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Fair Play

Chissà cosa ne avrebbe detto lui, se fosse capitato ad altri o alla sua stessa squadra.

Increscioso episodio quello capitato ieri a Foggia, quando sul finire della partita fra Foggia e Gela, valida per la Prima Divisione della Lega Pro, si è scatenata una vera e propria rissa, con tanto di caccia all’uomo, sotto gli occhi pressocché inebetiti di arbitri, giornalisti e spettatori.

Il fattaccio avviene intorno al 39′ della ripresa, quando, col Foggia sotto 2-1, i rossoneri pugliesi allenati da Zeman, pervengono al pareggio usufruendo di una rimessa non restituita.

La palla, infatti, era stata messa fuori da un giocatore del Gela, per permettere i soccorsi all’infortunato Salamon del Foggia.

Al momento del pareggio si è scatenato uno spaventoso parapiglia, con i gelesi che chiedevano la restituzione del gol e i foggiani che si ritrovavano vittime di una caccia all’uomo, alla quale rispondevano colpo su colpo.

L’arbitro non ci ha capito granché, e, a fronte dei dieci calciatori coinvolti, ne ha espulsi soltanto due, e dopo una sospensione di quasi otto minuti, ha chiuso con tre minuti di anticipo la gara.

Ma come ha commentato il fattaccio Zdenek Zeman, il paladino degli sportivi, dei valori dello sport, colui il quale (secondo il suo stesso parere), paga e ha pagato sulla sua pelle, il fatto di credere fermamente in questi valori e di scagliarsi contro i potenti, il Palazzo, il potere occulto e così via dicendo?

«Non bisognerebbe gettare la palla fuori, quando c’è un avversario per terra. Si dovrebbe attendere il fischio dell’arbitro». Così dice il tecnico boemo, il quale si auspica pure «di mettere fine a continui bluff, perché se in una partita gli avversari cascano a terra venti o trenta volte,  o non sono normali o c’è qualcosa che non va».

Quindi aggiunge di non essere «felice per quanto successo ma al tempo stesso convinto che i suoi ragazzi hanno reagito come potevano all’atteggiamento esasperante degli avversari». Giustificando così il vile atto dei suoi calciatori.

«Alcuni giocatori del Gela hanno chiesto ai miei di fargli fare un altro gol, subito dopo il nostro pareggio. Io resto dell’idea che a vincere dev’essere chi merita ». Ovvero di chi segna sfruttando una rimessa non restituita, consegnata all’avversario che aveva messo palla fuori per consentire le cure a un giocatore dell’altrui squadra.

Avercene di sostenitori dello sport  e della lealtà come Zeman.


Il cigno d’oro

Non è mai stata un brutto anatraccolo Natalie Portman ed è dunque naturale che sia arrivata così presto a suggellare la sua bellezza di cigno incinta, trionfando con l’Oscar come miglior attrice protagonista, che arriva, meritato per la straordinaria interpretazione in Black Swan di Darren Aranofsky e che la lancia definitivamente nell’Olimpo delle Star.

Tutto questo quando la giovane attrice nata in Israele, non ha ancora compiuto trent’anni, ma ha alle spalle una carriera già lunga 17 anni, con l’esordio folgorante in Lèon di Luc Besson al fianco di Jean Renoir.

Già all’epoca, benché soltanto dodicenne, la Portman lasciava trasparire inesauribili gocce di talento, così dotata di un’espressività inusuale e completa per una ragazzina che non era nemmeno adolescente, alle prese perlopiù con un nome di spicco del cinema francese.

La sua carriera ha così presto spiccato il volo come la sua indubbia bellezza, che le conferisce quell’aura da cigno sbocciato che adesso trova il suo climax con la dolce attesa di un figlio.

L’interpretazione che le ha regalato il premio più ambito sancisce, ove ve ne fosse ancora bisogno, come meglio non avrebbe potuto fare, la straordinaria duplice natura del suo fascino e del suo talento, esaltando sino all’infinito sia i suoi lineamenti e la sua fisicità candida e delicata, sia il suo travolgente e luciferino sex-appeal.

Il suo corpo assorbe e registra i mutamenti imposti dal ruolo e lievita sino alla sua morte da Cigno Bianco, sfiancato dalla trasformazione in Cigno Nero.

Basta soffermarsi sull’espressione del suo viso nel corso di questa trasformazione per rimanerne letteralmente ora abbagliati, ora turbati e infine commossi.

I suoi silenzi e i suoi sguardi, valgono più di qualsiasi parola o gesto, e il suo Oscar è uno fra i più meritati degli ultimi anni, pari, forse, soltanto alla Hillary Swank di The Million Dollar Baby.

Insomma, per una volta, possiamo essere contenti del giudizio dell’Academy e non abbiamo nulla da ridire (ci mancherebbe) sul fatto che il premio dovuto alla Portman (come quello dato a Colin Firth) era più che annunciato.

 


Sapone e bestemmie

Il futuro, il presente e stato di salute di una nazione spesso vengono misurati ragionevolmente sulla base di diverse discriminanti.

Fra queste tre fattori sono tra i più incisivi: la scuola, l’educazione, i bambini, i genitori.

Il fatto di cronaca che sto per raccontare è agghiacciante a dir poco, e smonta pezzo per pezzo questi suddetti fattori, gettando per l’ennesima volta un’amara e cupa ombra sulla salute della nostra sempre più derelitta Italia.

Ma passiamo ai fatti.

Ci troviamo ad Avigliana, ridente e rigogliosa cittadina orgoglio della piemontese Val di Susa, una zona che in teoria dovrebbe essere fra le più civili della nostra Penisola.

Dovrebbe.

In una scuola elementare di questo paesino di poco più di 12mila abitanti, un bambino preso in uno scatto d’ira ha proferito una bestemmia. Sicuramente il bimbo non era a conoscenza del significato della sua azione, ma per le due maestre non è stato così, tanto che la punizione inflitta all’alunno è stata quella di fargli lavare la bocca col sapone.

Chapeau.

Una bella ripassata di vintage dagli anni del fascismo non fa mai male.

La mamma del bambino accusa: «Non siamo più ai tempi del ghetto. Lui ha sbagliato a dire quelle parolacce e soprattutto a bestemmiare, è un comportamento che dà fastidio anche a me». Magari se avesse insegnato l’educazione a suo figlio, penso che avrebbe avuto meno fastidio.

La scuola, a sua volta, difende l’operato delle due megere, lodandone la professionalità e l’integrità.

Si vede che il sapone era di marca.

Immancabile il solito inutile intervento dell’inutile Marziale, presidente dell’inutile Osservatorio sui Diritti dei Minori, che fra un’ospitata televisiva e l’altra asserisce che: «Un bambino di otto anni che bestemmia non ha cognizione di causa. Certo non è da sottovalutare l’attivismo che lo sprona ad essere indisciplinato ed è bene utilizzare le tecniche più idonee per allinearlo ai principi dell’educazione, purchè queste non ledano alla sua dignità di persona».

Se avete capito qualcosa di questo sproloquio, per favore, vi imploro di illuminarmi.

Dulcis in fundo, i genitori degli altri alunni, compatti, si schierano con le maestre.

Ricapitolando, un bambino che non ha avuto impartito mai nella vita una minima dose di educazione, scalcia, dice parolacce, bestemmia, urla e come premio ha una mamma che lo difende,  due maestre che gli insaponano la bocca, i dirigenti scolastici e i genitori dei suoi compagni che lo accusano.

E deve pure subire l’onta di essere difeso da Marziale.

Povero lui, poverissima Italia.


Italia anno zero

La sconfitta casalinga di ieri sera dell’Inter contro il Bayern Monaco apre lo squarcio definitivo sulla situazione delle squadre italiane in Europa.

Infatti mai nella storia del calcio italiano nelle competizioni Uefa si era mai aperto (o chiuso) un turno di Champions’ con tre sonore disfatte interne che pregiudicano seriamente la qualificazione di tutti e tre i team, Milan, Roma e Inter in ordine di apparizione.

Se la sconfitta della Roma risulta la più clamorosa e inaspettata, contro gli ucraini dello Shakthar (peraltro inattivi da tre mesi, causa riposo invernale) ed è anche dovuta a una crisi inarrestabile che è esplosa domenica a Genoa con le dimissioni di Ranieri, nondimeno disastrose e inopinate lo sono state quelle delle squadre milanesi, avvenute, peraltro in circostanze molto simili fra loro e con avversari, sicuramente duri, ma che in altre occasioni sarebbero stati alla loro portata.

Il Milan col Tottenham ha pagato lo scotto dell’avvio e delle assenze illustri a centrocampo, ed è stato trafitto a pochi minuti dal termine su azione di contropiede, l’Inter si è affidata alle sue solite fiammate improvvise senza mai dare continuità al proprio gioco ed è stata continuamente in balìa degli avversari, che solo all’ultimo minuto, dopo aver rischiato, hanno trovato il varco giusto, sfruttando un’incertezza del portiere Julio Cesar.

Se a questo sommiamo lo zero a zero casalingo del Napoli contro il Villareal, notiamo che le prime tre in classifica del campionato italiano non hanno realizzato una sola rete nei loro impegni casalinghi, un altro dato che certifica in modo inequivocabile la caduta verticale della qualità nella nostra Serie A.

Solo il Borussia Dortmund infatti, fra le squadre ai vertici dei rispettivi principali campionati del continente (Premier League, Liga, Bundesliga, Ligue 1) non è presente fra i team impegnati nelle competizioni internazionali e queste hanno tutte le possibilità di andare oltre.

In Inghilterra abbiamo il Manchester United che ha impattato un nullo a Marsiglia, l’Arsenal che battuto in casa 2-1 nientemeno che il Barcellona in una delle partite più memorabili di questa stagione e forse della storia della Champions’, il City che aspetta stasera di ricevere l’Aris Salonicco dopo lo zero a zero esterno dell’andata in Europa League, il Tottenham corsaro a San Siro e il Chelsea che ha messo sotto il Copenhagen per 2-0 in trasferta.

In Spagna oltre al Barcellona c’è il Real Madrid uscito dalla Gerland di Lione con un 1-1 denso di rimpianti, e il Valencia bloccato in casa dai tedeschi dello Schalke 04 (pessimi in campionato ma ottimi in Europa) e il Villareal che attende il Napoli.

E situazioni decisamente migliori delle nostre hanno le francesi e le tedesche (oltre allo Schalke e al Bayern vincitore sull’Inter c’è anche il Leverkusen che ha vinto 4-0 sul campo degli ucraini del Metalist).

Ed è inutile rifugiarsi nella sterile polemica delle squadre anziane e senza giovani, come acutamente ha fatto osservare Alessandra Bocci della Gazzetta dello Sport su Twitter, la verità più profonda è un’altra.

La verità che negli anni 80 e 90 tutti i campioni venivano da noi, ma non solo nelle grandi squadre.

L’Udinese poteva contare su Zico (non giovane acerbo come Pastore per esempio), il Pisa sul centravanti titolare della nazionale olandese Kieft, l’Avellino sul campione del mondo Ramon Diaz, solo per citare alcuni dei nomi che mi vengono in mente.

Adesso i pochi campioni di livello internazionale sono solo appannaggio dei grandi club e la loro disabitudine ai grandi livelli si nota nonappena l’asticella di difficoltà si alza un po’.

E in Europa quest’asticella è bella alta e noi siamo ben lungi dal superarla al momento.

Infine ci sarebbe anche la questione sull’attuale livello dei calciatori italiani, mai così basso da diversi decenni a questa parte, prova ne è che la Nazionale di Prandelli fa continuo ricorso agli oriundi e viene elogiata per aver pareggiato con la Germania, quando in passato sarebbe avvenuto il contrario.

Insomma il declino sembra essere inesorabile e attualmente inarrestabile, io non vedo al momento ricette e formule magiche per migliorare quest’aurea mediocrità, se non una pallida e sempre più flebile speranza e fiducia nel futuro.

Vere sono altresì due cose, che l’Inter è campione in carica (con undici stranieri in campo a Madrid e un tecnico diverso, cosa che si vede sempre di più) e che non tutto è ancora perduto e sarei felice di essere presto smentito dai fatti.

Più dal Milan che dalle altre, ma questo è un altro discorso ancora.


Premium (I)Net(t) Tv

Debutta oggi, dopo la presentazione avvenuta ieri, il nuovo servizio offerto da Mediaset, Premium Net Tv.

Stando alle affermazioni di Piersilvio Berlusconi «Dopo il successo di Premium On Demand, abbiamo deciso di offrire al pubblico televisivo un servizio che per livello tecnologico, facilità d’uso, qualità e freschezza di contenuti rappresenta un’innovazione senza precedenti».

«Mediaset, leader nella free tv e nella pay tv digitale terrestre  – continua Piersilvio –  con Premium Net Tv lancia per prima in Italia con spirito imprenditoriale la tv del futuro, la vera tv su misura per i desideri di ogni telespettatore. L’unica che dà libertà totale».

Magari ci fosse qualcosa di vero, la cosa sarebbe anche interessante.

Innanzitutto da dire c’è che i servizi Rai e La7 on demand sono attivi già da un bel pezzo, e non chiedono nulla in cambio del tuo clic, è tutto gratuito e pressocchè illimitato, salvo per quei film o quelle serie che non sono disponibili, per motivi di diritti e copyright, per la consultazione online.

In secondo luogo mi sfugge l’utilità di questo “innovativo” servizio, dato che l’accesso è riservato ai soli possessori di tessera Mediaset Premium.

Quale utilità può avere un abbonato nel vedere sul pc i programmi che può tranquillamente vedere in tv?

Bah, speriamo che Piersilvio risponda a questa mia domanda, perchè il dubbio che mi assale è assai forte.

Altra curiosità è che Mediaset è l’unico network nazionale italiano che non ha un proprio canale su Youtube.

E tutto questo non è affatto un caso dato che Berlusconi e i suoi sono impegnati in una causa milionaria contro il colosso della rete.

La cosa più curiosa è che cercano di combatterlo facendo pagare gli internauti, la qual cosa è una bestemmia per il 99% abbondante dei fruitori della rete e i suoi servizi.

La mia sensazione è che questa fantomatica novità non sia altro che una sonora bufala che non aggiunge nulla agli altri (monchi) servizi che Mediaset offre su internet e che più una Net Tv sia una evidente e clamorosa Inett Tv.


Lui era Tony Scott

Arriva finalmente a Palermo in anteprima, dopo l’ottima accoglienza ricevuta in estate al Festival di Locarno, il documentario di Franco Maresco Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz.

L’occasione è data dalla rassegna “Franco Maresco, Io e il Jazz” organizzata dal Goethe Institut del capoluogo siciliano la proiezione in anteprima avrà luogo giovedì 3 marzo al Cinema Jolly a partire dalle ore 21.

E passiamo un po’ a scorrere cosa si può celare dietro Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz.

Pare piuttosto evidente che il titolo del documentario di Maresco non avrebbe potuto essere più emblematico.

Il regista palermitano, dopo un lungo lavoro, così si sofferma pedissequamente sulla vita e l’opera del grande clarinettista italo-americano (originario di Salemi) Tony Scott, al secolo Anthony Sciacca, scomparso nel 2007 a 86 anni, dopo essere finito da tempo nel dimenticatoio. Il film, prodotto da Cinico Cinema, Rai Cinema e dalla Film Commission Sicilia, è stato, come già detto,  presentato fuori concorso al Festival di Locarno, prodotto da Giuseppe Bisso, con la sceneggiatura dello stesso Maresco e di Claudia Uzzo e una realizzazione che è costata tre anni di lavoro.

L’intento ultimo di Maresco è stato quello di raccontare la vicenda umana e musicale, di quello che è stato considerato come il più grande clarinettista del jazz moderno, avvalendosi delle immagini provenienti dagli archivi cinematografici di tutto il mondo compresi quelli italiani dell’Istituto Luce e degli archivi Rai.

Un eccellente pretesto per raccontare l’evoluzione musicale e sociale dagli anni ’40 a oggi, esplorando i progressi, le scoperte e le innovazioni del grande musicista, che non sono mai stati seguiti da un giusto riconoscimento nè in patria nè in Italia, dove si trasferì definitivamente verso la fine degli anni ’60.

Una vicenda umana insomma, che si  presta come occasione per raccontare l’imbarbarimento progressivo della società. «Dei tanti sbagli che Tony Scott fece nella sua vita – dice Maresco – il più grave fu senza dubbio quello di stabilirsi in Italia alla fine degli anni ’60. L’Italia con Tony dimostrerà di essere il paese incivile e imbarbarito che tutto il  mondo conosce. Certo Tony Scott fu un uomo tutt’altro che facile, soprattutto negli anni della maturità, ma il paese in cui erano nati i suoi genitori non lo capì, non ne capì la grandezza, o forse la capì e proprio per questo lo emarginò. A parte pochi amici che lo sostennero fino alla fine, per il resto col tempo si ridusse a suonare in giri che non erano certo alla sua altezza, senza che le istituzioni e i grandi festival lo invitassero mai a esibirsi sui loro palcoscenici».

«Il film racconta, per esempio – continua il regista – che nei “militanti” anni ’70 Tony fu visto dai musicisti dell’avanguardia di allora addirittura come un fascista, perché vestiva di nero e aveva un quartetto con Romano Mussolini. Così, capitava che a un concerto il pubblico scattava sull’attenti, facendo schioccare i tacchi. Ci sarebbe da ridere se non fossimo già impegnati a piangere. Nella parabola discendente, anche un film con Piero Chiambretti. Ecco, seguendo Tony Scott, raccontiamo gli ultimi trent’anni di vita italiana. Uno peggiore dell’altro, fino alla deriva attuale. Tony Scott è la metafora della morte dell’arte. Lui amò veramente il jazz, più di quanto si possa immaginare. Per il jazz rinunciò ad arricchirsi, a diventare miliardario. Ma questo non è un film sul jazz ma un film sul personaggio, che permette allo spettatore di entrare nel vivo del musicista. Lo spettatore finisce per immedesimarsi in Tony Scott. Il grande clarinettista  muore dimenticato da tutti nel 2007, a 86 anni, in un paese che non lo ha mai riconosciuto come il grande artista che era».

Le dichiarazioni di Maresco sono, a mio modesto avviso, la pietra miliare sul quale costruire una pesante riflessione che non abbraccia solo il suo documentario, ma tutti gli ultimi sessant’anni di storia italiana.


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