Michel Robin Hood

Chiuso il mercato, aperti i battenti della lotta dialettica fra Uefa e Top Team europei.

La federazione europea, visto concludere il più clamoroso e dispendioso fra i mercati invernali, lancia subito un avviso ai club di primo livello, ricordando che è in atto una trasformazione che, nel giro di pochi anni porterà al pareggio di bilancio quale condizione necessaria sufficiente per poter prendere parte alle competizioni internazionali, senza il contributo di mecenati o sotterfugi da plusvalenze fittizie.

«Pur avendo seguito le ultime manovre di mercato in Europa, la UEFA è sicura che i club abbiano compreso il significato del fair play finanziario che impone di avere bilanci in ordine.[…]Non vi è dubbio che i trasferimenti effettuati adesso avranno conseguenze sul pareggio di bilancio degli esercizi finanziari a fine 2012 e 2013, i primi anni in cui varrà la regola del pareggio di bilancio. I club conoscono le regole e sanno che la UEFA è determinata ad applicarle con rigore. Per esempio, a partire da questa estate, tutti i pagamenti dovuti per trasferimenti di giocatori e per i propri dipendenti saranno valutati dal Panel di controllo finanziario (CFC Panel), nel quadro della più rigorosa regola “pagamenti arretrati”. La UEFA è convinta della crescente consapevolezza dei club riguardo alla natura della regola del fair play finanziario, che incoraggia i club a equilibrare entrate e uscite in un periodo di tempo di 4-6 finestre di mercato».

Questo uno stralcio del comunicato emesso dalla Uefa il 2 febbraio.

Insomma, tentando di addolcire la pillola, Platini mette sull’attenti codesti club “spendaccioni”, invitandoli a raggiungere la virtuosità di bilancio nel tempo indicato dal nuovo regolamento.

Ma se la cosa, pare essere legittima dal punto di vista morale, da quello sportivo è un’assoluta assurdità.

Perché se è vero che ci si augura di evitare nuovi clamorosi casi di fallimento (e questo dovrebbe essere oggetto dei club stessi, dei proprietari e delle stesse federazioni nazionali), è altrettanto vero che non comporterà mai l’auspicato equilibrio fra squadre ricche e povere, poichè esisterà sempre una sostanziale differenza di prestigio e budget, ed è utopico (all’ennesima potenza)  prevedere un’avvicinamento di competitività – per esempio – fra squadre inglesi e squadre bielorusse.

Al di là delle lodevoli intenzioni, insomma io credo che si celi una grandissima demagogia di fondo.

Platini dice che vuole riportare la Champions’ ai tempi di quando giocava lui, ovvero quando era facile incontrare squadre dell’Est e lasciarci la pelle, ma quando mai si pensa che andando indietro si va avanti?

La due correnti edizioni del massimo trofeo continentale già stanno portando a galla tutte le contraddizioni del piano del Presidente Michel, con squadre improbabili ammesse ai gironi, facili prede di tremebonde goleade, causando un inevitabile calo della competitività.

Non è che forse questa demagogia da Robin Hood cela qualcos’altro? Come si sa, a pensare male, spesso – ahinoi – ci si azzecca, e la verità nascosta probabilmente è che un voto bielorusso o slovacco in Assemblea, conta quanto quello spagnolo o italiano.

Le conseguenze al contrario possono essere catastrofiche, visto che all’orizzonte spuntano nubi di scissioni da parte del G-14, il consorzio che aggrega tutti i più grandi club europei.

Quindi caro Michel,  io non vedo stagliarsi all’ombra nessuno sceriffo di Nottingham, e io propenderei per una riforma che sia il meno possibile demagogica e il più possibile concreta, nel bene e nel progresso di questo sport, senza ispirarsi ad altri falsi Robin Hood come il suo ex-mentore Sepp Blatter.

Perché non è che dopo i mondiali del Qatar, dobbiamo aspettarci Europei a Cipro o a Malta?


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