Sete di sangue

Ieri sera è trapelata la notizia per cui Riccardo Riccò, ciclista professionista e reduce da una lunga squalifica per doping (abbonata grazie a una confessione), sia stato vittima di un malore.

Così, fra il serio e il faceto, ho pensato a denti stretti che sotto ci fosse qualcosa legata alla sua attività e ai suoi precedenti, ovvero insomma che sia stato vittima di un malore dovuto a una pratica o un eccesso illecito di farmaci.

Ma mai avrei immaginato quello che realmente si celava dietro questo accadimento, una cosa che supera quasi i confini della realtà:

«Secondo la testimonianza del medico, il corridore modenese – che versava in stato di choc – ha riferito, “in presenza della moglie” (Riccò non è sposato, si trattava della fidanzata, la ciclista Vania Rossi, ndr) di “aver fatto da solo un’autotrasfusione di sangue che conservava nel frigo di casa da 25 giorni” temendo “per la cattiva conservazione del sangue che si era iniettato nuovamente”».

In pratica Riccò, non contento di aver rischiato la vita facendo pratica e uso illecito di doping per il quale ha scontato due anni di squalifica, ha rischiato di avere un ictus o subire un embolo, a causa di questa allucinante pratica di doping fai da tè.

Per sua fortuna il danno è stato limitato a un blocco renale, ma mai come stavolta il ciclista emiliano deve ringraziare la buona sorte se può ancora godere della luce del sole.

Naturalmente la sua carriera può considerarsi definitivamente conclusa, gravando sulla sua testa la precedente positività e con la recidività la radiazione è un fatto assodato.

Oltretutto a seguito della legge sul doping, Riccò rischia anche una condanna penale e una detenzione in carcere sino a tre anni.

L’ambiente del ciclismo, compatto, chiede la sua testa, a partire dal presidente della Federazione, Di Rocco che asserisce:  “Nella sua testa non è cambiato nulla,  Riccò è uno di quei giovani che non vuole bene a se stesso. Tenere una sacca di sangue in casa è proprio da matti. La radiazione? Ci può stare. Non ci sono mezzi termini: per il suo bene, per la sua famiglia, per il bene del ciclismo deve lasciare lo sport agonistico”.

Personalmente condivido in pieno le parole di Di Rocco, il punto focale della questione è proprio questo: Riccò ha perso contatto con la realtà, rischia la vita pur di avere fama, gloria e denaro,  è come una rockstar in declino, preda delle droghe e dell’ossessione del proprio io, vittima delle proprie insicurezze.

Ma oltre al disgusto e allo sconcerto non si può che provar pena nel vedere un giovane buttare così la vita per motivi così futili e insensati.

E però, caro Di Rocco, mi sa che i motivi vanno ricercati proprio nel ciclismo dei professionisti, ormai da decenni avvinghiato dalla piaga del doping, tanto che a ogni caso clamoroso la passione e la fiducia della gente verso questo bellissimo sport viene sempre meno.

Non credo che abolire uno sport sia mai una soluzione, nè tantomeno liberalizzare il doping, una follia che porterebbe solo a perdite di vite umane e lo trasformerebbe nel più cinico degli spettacoli da circo.

Nonostante ciò mi vien da pensare che il professionismo sia ormai definitivamente colpito a fondo dal cancro della corruzione e che forse non ci sia altra via d’uscita se non quello di destituirlo definitivamente, senza nessuna ipocrisia e senza nessuna concessione, lasciando questo sport solo agli amatori e a chi alla sete di gloria, fama e denaro (che si muta in sete di sangue) preferisce l’ormai troppo dimenticato spirito di partecipazione decoubertiano.


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