Archivi del mese: febbraio 2011

Piccolo spazio pubblicità

Da qualche tempo a questa parte,  spopola sulla rete un filmato che mette alla berlina le assurde falsità che la Eni, con i suoi slogan e le sue pubblicità tenta di spacciare per verità.

In questo filmato (che si trova su youtube e che trovate alla fine del mio pezzo), si mette a confronto quanto si dice in questa campagna pubblicitaria e nello spot in particolare, spot dal quale siamo continuamente bombardati in tv, con quella che è la penosa realtà.

Si parla di rispetto, di collaborazione fra popoli, di possibilità di lavoro fornite a paesi del Terzo Mondo , di progresso, di sviluppo e di tante cose belle assai.

Tutte cose che la Eni non sa cosa siano.

Nel video noterete le condizioni tragiche in cui versano gli abitanti di una vasta regione in Nigeria, devastata dalle penose condizioni in cui la Eni li ha lasciati, alla mercè di gas tossici e tante altre schifezze, riducendo la popolazione a rischio di malattie sempre più gravi, i bambini esposti a emanazioni che li minano nel fisico e nello sviluppo e gli adulti costretti a fare uso di acqua e cibo contaminati da pericolosissime sostanze chimiche. Senza contare il fatto che le rumorose emissioni delle raffinerie impediscono persino di dormire ai poveri nigeriani.

Questo per rimanere in ambito di paesi a noi lontani.

Ma che dire di quello che è accaduto e continua ad accadere a Porto Marghera, a Priolo e a Gela, dove il petrolchimico Eni sta mietendo vittime giorno dopo giorno e la gente implora senza mai trovare risposte.

E quel che mi disgusta è che questo ridicolo e falso spot continua imperterrito a imperversare in televisione spacciando le sue falsità senza che nessuno faccia niente.

Non sono al momento al correnti di sanzioni, richiami e censure da parte di Codacons, Antitrust, Moige, sempre pronti a intervenire su televoti,  tette e cosce.

Mi auguro che sia solo una mia mancanza, perchè se così non fosse la cosa assumerebbe i contorni dell’assurdità più totale.

Rispetto è una parola indispensabile, peccato che la Eni non la conosca affatto.


Ci fa o Uefa?

La riapertura della stagione europea delle coppe con Champions’ ed Europa League, avvenuta ieri sera con i primi due ottavi di finali dell’una e il primo sedicesimo dell’altra, pone in evidenza innanzitutto una delle più forzate contraddizioni del regolamento Uefa attualmente in vigore.

La parte di questo regolamento che mi permetto di criticare aspramente è quello riguardante i trasferimenti dei cartellini dei calciatori e il loro utilizzo nelle competizioni per club organizzate dal massimo organismo europeo.

Secondo questo regolamento, infatti, i calciatori che hanno giocato, anche per un secondo, un preliminare o una partita qualunque di qualificazione con una squadra, anche se eliminata, non possono più farlo con un altra squadra, anche se non avranno più occasioni di imbattersi nel loro vecchio team.

In pratica, nonostante il corposo e dispendioso mercato invernale di molti grandi club europei, molti di questi, la maggioranza, sono costretti a vedere giocare i loro compagni senza dare il loro apporto, pur se regolarmente tesserati nelle fila di suddetto club.

Questa normativa impedisce così al Milan di schierare i nuovi Cassano, Van Bommel ed Emanuelson (e ieri sera si è visto), all’ Inter di schierare Pazzini (e probabilmente si vedrà), al Chelsea di schierare David Luiz (ma non Torres che ha giocato col Liverpool, ma in Europa League) e ha impedito alla Juventus di schierare Aquilani e Quagliarella (cosa che è quasi sicuramente costata l’eliminazione alla compagine bianconera).

L’intento di questa regola era quello di evitare che un giocatore impegnato con una squadra in un turno, scendesse in campo con la sua ex in quello o in uno successivo. Legittimo, per carità.

Ma che senso ha precludere la possibilità di continuare a giocare nella manifestazione se il loro vecchio team è fuori dalla competizione? Quale assurda logica vieta a Cassano e Pazzini, eliminati con la Sampdoria nel preliminare di agosto di poter giocare a febbraio gli ottavi con le maglie di Milan e Inter?

É una norma di una ottusità mai vista, che, al limite, sarebbe accettabile, se ogni Federazione, come un tempo, fosse libera di decidere sui tempi e i modi dei trasferimenti. Ma adesso che è la stessa Uefa che stipula i calendari del mercato, che razza di utilità avrebbe questa regola medievale?

Vero è anche che i club sono al corrente di questo regolamento e di suoi limiti, però è altrettanto vero che i migliori giocatori o quelli disponibili durante il mercato invernale non è che pullulino nelle squadre che non fanno le coppe, e dunque mi par logico che bisogna cercare fra le opzioni migliori.

Ricordo che nella stagi0ne 1996-97 accadde qualcosa di curioso.

Nei trentaduesimi di finale di Coppa Uefa ci fu il doppio confronto fra gli olandesi del Roda JC e i tedeschi dello Schalke 04. La spuntarono questi ultimi che poi andranno a vincere la coppa in finale a spese dell’Inter.

L’allenatore dello Schalke era l’olandese Huub Stevens che fu ingaggiato dai tedeschi proprio dopo il doppio confronto con il Roda, di cui era il tecnico.

Non è più assurdo questo? O forse questo resistenza di un regolamento d’altri tempi è una vendetta trasversale e un avviso sul fair play finanziario? E perché mai i club non protestano?

Domande al momento senza risposta, come questa: la Uefa ci è o ci fa?


Le forbici poco poetiche

Anche questa sera sono costretto ad affrontare un argomento che, mio malgrado, ero quasi deciso a non toccare o comunque toccarlo solo occasionalmente e non così spesso come sta accadendo fra ieri e oggi.

Ma i giorni che stiamo vivendo sono giorni di squallore, vergogna e paura (in senso lato, ma non tanto) e mi vedo obbligato a tornarci su.

Ogni giorno è diverso dall’altro, ogni giorno si pensa che il fondo sia stato toccato, e invece si scopre che il pozzo è molto più profondo di quanto non si potesse credere.

Esaurite le dovute premesse, cerco di andare al nocciol0 della questione.

Ieri sera, al termine della trasmissione “Parla con me”, su RaiTre, era prevista la messa in onda dei sette minuti finali de “Il Caimano” di Nanni Moretti, la famosa sequenza nel quale il protagonista, che incarna sullo schermo il personaggio di Berlusconi, venendo condannato alla detenzione, incita il popolo e i suoi sostenitori alla rivolta contro la magistratura. Creando così le basi per un più che probabile colpo di Stato.

Evidente era l’allusione alla “causa allo Stato” alla quale il vero Berlusconi ha minacciato di adire, insistendo ancora una volta, l’ennesima, sulla strada della persecuzione personale e della magistratura corrotta e di parte, cancro, a suo dire, di una società che lo vuole eliminare.

Piccola parentesi: ma se un uomo è innocente e crede nella Giustizia e nella Legge, perchè dovrebbe rifiutarsi di comparire in un Tribunale nel quale, oltre agli accusatori, sono previsti giudici imparziali e avvocati di parte?

Vabbe’ cose note e stra-note e chiusa parentesi.

Comunque questa allusione ha mandato nel panico i soliti solerti dirigenti di Mamma Rai, in primo luogo il vice-direttore Antonio Marano (compagno di merende del tristemente noto Masi) il quale ha disposto che fossero trasmessi soltanto tre dei sette minuti previsti.

Risibile la motivazione: i minuti erano troppi e avrebbero svalutato il prodotto, pregiudicando la futura trasmissione del film. Tanto risibile che lo stesso Moretti, in accordo con uno degli autori del programma ha deciso di annullare la messa in onda di questi minuti, giudicando monca e priva di senso la sequenza senza prosecuzione.

Mai caso di censura fu più palese è la triste e ovvia verità.

E così mi viene in mente Pudovkin e la sua teoria sul montaggio come forbici poetiche che intervengono direttamente sulla narrazione e diventano narrazione stessa, il linguaggio vero e proprio del cinema.

E così mi viene da aggiungere che di forbici così poco poetiche è difficile scovarne in giro, eppure in Italia abbondano sempre più.


Sindrome da torsione polare

La reazione di Berlusconi alla richiesta dei PM, che intendono procedere direttamente per i due reati a lui riconosciuti, quello di concussione e quello di prostituzione minorile, ha fatto balzare sotto gli occhi quello che molti, se non tutti, hanno sottovalutato e fatto passare sotto silenzio.

“Farò causa allo Stato!” ha detto il Premier, inorridito da tanta solerzia da parte dei magistrati.

Fara causa allo Stato? Ma non sarebbe lui medesimo lo Stato? In pratica secondo la sempre più maltrattata Costituzione, lui in quanto Presidente del Consiglio dei Ministri e Capo del Governo è titolare del potere esecutivo, e  in quanto leader della formazione di maggioranza della Camera dei Deputati e del Senato è di fatto anche titolare del potere legislativo.

Il fatto è che gli manca il potere giudiziario e il poveretto non ne può di questa assurda limitazione, ed è forse per questo che farà causa allo Stato…quindi all’Avvocatura dello Stato,  il cui avvocato generale è l’avv. Ignazio Francesco Caramazza…nominato da chi? Spero che qualcuno faccia luce sulla mia ignoranza.

Comunque questi sono i fatti, solo che nessuno ha realmente indagato sulle cause.

Ebbene io ho trovato.

Berlusconi è affetto da S.T.P., da Sindrome da Torsione Polare, una rara malattia congenita che fa sì che si cresca con le natiche rovesciate, così che al posto di un normale viso, si ha in realtà una grossa grossa faccia di culo.

Lo so che molti di voi l’avevano pensato, ma adesso io ho la risposta, non è colpa sua, è colpa della sua faccia di culo!


Sete di sangue

Ieri sera è trapelata la notizia per cui Riccardo Riccò, ciclista professionista e reduce da una lunga squalifica per doping (abbonata grazie a una confessione), sia stato vittima di un malore.

Così, fra il serio e il faceto, ho pensato a denti stretti che sotto ci fosse qualcosa legata alla sua attività e ai suoi precedenti, ovvero insomma che sia stato vittima di un malore dovuto a una pratica o un eccesso illecito di farmaci.

Ma mai avrei immaginato quello che realmente si celava dietro questo accadimento, una cosa che supera quasi i confini della realtà:

«Secondo la testimonianza del medico, il corridore modenese – che versava in stato di choc – ha riferito, “in presenza della moglie” (Riccò non è sposato, si trattava della fidanzata, la ciclista Vania Rossi, ndr) di “aver fatto da solo un’autotrasfusione di sangue che conservava nel frigo di casa da 25 giorni” temendo “per la cattiva conservazione del sangue che si era iniettato nuovamente”».

In pratica Riccò, non contento di aver rischiato la vita facendo pratica e uso illecito di doping per il quale ha scontato due anni di squalifica, ha rischiato di avere un ictus o subire un embolo, a causa di questa allucinante pratica di doping fai da tè.

Per sua fortuna il danno è stato limitato a un blocco renale, ma mai come stavolta il ciclista emiliano deve ringraziare la buona sorte se può ancora godere della luce del sole.

Naturalmente la sua carriera può considerarsi definitivamente conclusa, gravando sulla sua testa la precedente positività e con la recidività la radiazione è un fatto assodato.

Oltretutto a seguito della legge sul doping, Riccò rischia anche una condanna penale e una detenzione in carcere sino a tre anni.

L’ambiente del ciclismo, compatto, chiede la sua testa, a partire dal presidente della Federazione, Di Rocco che asserisce:  “Nella sua testa non è cambiato nulla,  Riccò è uno di quei giovani che non vuole bene a se stesso. Tenere una sacca di sangue in casa è proprio da matti. La radiazione? Ci può stare. Non ci sono mezzi termini: per il suo bene, per la sua famiglia, per il bene del ciclismo deve lasciare lo sport agonistico”.

Personalmente condivido in pieno le parole di Di Rocco, il punto focale della questione è proprio questo: Riccò ha perso contatto con la realtà, rischia la vita pur di avere fama, gloria e denaro,  è come una rockstar in declino, preda delle droghe e dell’ossessione del proprio io, vittima delle proprie insicurezze.

Ma oltre al disgusto e allo sconcerto non si può che provar pena nel vedere un giovane buttare così la vita per motivi così futili e insensati.

E però, caro Di Rocco, mi sa che i motivi vanno ricercati proprio nel ciclismo dei professionisti, ormai da decenni avvinghiato dalla piaga del doping, tanto che a ogni caso clamoroso la passione e la fiducia della gente verso questo bellissimo sport viene sempre meno.

Non credo che abolire uno sport sia mai una soluzione, nè tantomeno liberalizzare il doping, una follia che porterebbe solo a perdite di vite umane e lo trasformerebbe nel più cinico degli spettacoli da circo.

Nonostante ciò mi vien da pensare che il professionismo sia ormai definitivamente colpito a fondo dal cancro della corruzione e che forse non ci sia altra via d’uscita se non quello di destituirlo definitivamente, senza nessuna ipocrisia e senza nessuna concessione, lasciando questo sport solo agli amatori e a chi alla sete di gloria, fama e denaro (che si muta in sete di sangue) preferisce l’ormai troppo dimenticato spirito di partecipazione decoubertiano.


Non passa l’italiano

«Noi ci sentiamo una minoranza austriaca e non siamo stati noi a scegliere di far parte dell’Italia. Anche per questo motivo non abbiamo grande interesse di parteciparvi».

E ancora «Non mi sembra il caso di festeggiare e posso dire che non è una questione etnica e non vogliamo offendere nessuno. Noi non abbiamo fatto iniziative per favorire l’Unità d’Italia come altre regioni. Non volevamo nel 1919 e non volevamo nel 1945. Successivamente abbiamo accettato il compromesso dell’autonomia amministrativa. Se gli italiani vorranno parteciparvi lo possono fare (troppo gentile! ndr), certamente noi non ci opporremo».

Così ha parlato l’austriaco Luis Durnwalder, presidentissimo della Provincia Autonoma di Bolzano, in carica col quarto mandato consecutivo e dunque sin dal 1989.

Ora da discutere non c’è la “banale” partecipazione o adesione a una manifestazione alla quale ognuno è libero di sentirsi coinvolto e partecipe, e capisco anche che in questo particolare momento essere italiani nel mondo e in Europa non è considerato un gran pregio, ma ci sono dei punti che mi piacerebbe far rimarcare all’eminente Durnwalder e ai suoi adepti.

In primo luogo ci sarebbe la questione fiscale e politica: Bolzano e la sua facoltosa provincia godono di privilegi, in quanto regolati in maniera particolare e autonoma, che nessun altro posto d’Italia ha il diritto di godere, e quindi se pensano di essere trattati meglio dai loro compatrioti austriaci sono già in grave errore. Ma tant’è.

Ci sarebbe anche da rimarcare che lui, come altri esponenti di spicco e rilievo del suo illustrissimo partito, la SVP (Südtiroler Volkspartei, partito popolare sudtirolese), in quanto facenti parte dell’amministrazione italiana, percepiscono lauti stipendi e relative indennità dalla Repubblica Italiana, nel Parlamento della quale siedono pure vari rappresentanti di questo suddetto ed illustre partito.

In secondo luogo vorrei ricordare a questi illustrissimi signori, primo fra tutti Durnwalder (vero nome Alois, come tutte le star ha un nome d’arte) che non si contano quasi più le vite e il sangue versato dagli italiani (quelli veri) durante l’immane tragedia della I Guerra Mondiale perchè loro abbiano potuto fare parte della nostra sempre più disprezzata Nazione e perché possano godere dei benefici già accennati poc’anzi.

In barba alla memoria di quei poveri giovani morti per un Durnwalder qualsiasi, i cui simpatici modi e argomenti mi rimandono a una Anschluss di ariana memoria.

E allora perchè non procedere a questa Anschluss? Perché non si annettono alla loro amatissima madrepatria Austria?

Un bel plebiscito d’annessione non glielo toglie nessuno, mi pare.

D’altronde i soldi che producono restano a loro, quelli degli italiani così restano agli italiani e noi faremmo a meno dei loro atleti di sport minori dal nome impronunciabile, che in quasi cent’anni credo sia l’unico significativo apporto che abbiano portato all’Italia.

Aufwiedersehen Durnwalder!

 

 


God Save The Queen

Lo spunto per l’argomento di oggi mi viene dall’allestimento a Roma, presso Villa Medici e sino al 20 marzo,  della mostra “Europunk, la cultura visiva punk in Europa, 1976-1980” , una rassegna che si pone l’obiettivo di focalizzare l’attenzione, quand’anche di sdoganare, l’underground europeo, in prevalenza britannico, di quegli anni in cui il punk esplodeva con la rabbia esplosiva di una molotov.

Una sorta di raffigurazione e testimonianza delle cosiddette avanguardie alternative, di cui il punk non può che essere certo la punta d’iceberg, pur non essendo mai stata a pieno diritto mai veramente considerata nè un’avanguardia nè un movimento culturale.

E sarebbe anche ora che gli venisse riconosciuto il merito,  secondo il mio modesto avviso.

Certo oggi i punk vengono inquadrati come quei quattro barboni figli di papà che perdono tempo a fingere di non lavarsi e stare tutto il tempo per strada e sentirsi così rivoluzionari, quando non conoscono e non hanno la minima idea di cosa in realtà rappresentò all’epoca quell’improvviso exploit che travolse l’Europa e la Gran Bretagna in particolare.

Altrettanto ovvio dovrebbe essere che bisogna distinguere fra le furbizie costruite a tavolino, come ci insegnano Malcolm McLaren e le sue truffe, e i veri conati di rabbia, ma vorrei ben vedere chi oggi è realmente trasgressivo come lo furono Johnny “Rotten” Lydon e compari sbraitando di anarchia e sputando contro la Regina nell’anno del suo giubileo.

Anche qui dunque si ritorna agli anni 70, ma per meglio dire, a quello che i Settanta hanno prodotto.

Esaurite le spinte rivoluzionarie e le speranze di cambiamente infatti cominciò a farsi strada la delusione e più forte fu il desiderio nichilista (mi si perdoni l’ossimoro) di veder spazzare via tutto, compresa la propria esistenza, il cui valore era deprezzato e disprezzato.

Il punk non risparmiava nessuno, dalle istituzioni alla borghesia al proletariato alla politica, era come un’orda di repulisti indirizzata a tutti e nasceva spontaneamente per mettere a nudo tutte le ipocrisie nate e cresciute con i movimenti hippie e il ’68,  dei quali smascherava, non solo le pretese utopiche, ma anche e soprattutto le contraddizioni di collettività e amore libero,  che naufragavano tristemente negli interessi individuali.

La brevità di questa intensa stagione non ne ha certo smontato l’assoluta validità, ma anzi il contempo, la sua durata, per così dire, limitata, è la più sincera testimonianza di quanto tutto fosse maledettamente spontaneo e sincero.

Basti vedere in seguito quanti altri movimenti culturali, musicali e non, il punk ha generato: dal dark sino al grunge.

E quindi dovessi  trovarmi nei dintorni di Villa Medici non esiterei un secondo a strillare ancora oggi le parole (quanto mai attuali): ” God save the queen/The fascist regime”!

Se ancora tutto questo avesse lo stesso senso di allora.


L’ultimo tango di Maria

La triste notizia della giornata è la prematura scomparsa dopo una lunga malattia, a 58 anni, dell’attrice francese Maria Schneider, autentica icona dei ribelli anni 70, dei quali incarnò perfettamente lo spirito ribelle e le sue contraddizioni,  simbolo di una generazione persa a metà fra il desiderio rivoluzionario e quello autodistruttivo.

Non a caso la sua vita e la sua carriera sono state indelebilmente segnate da questi aspetti, mancando quasi totalmente alle premesse che il suo debutto aveva lasciato presagire.

Naturalmente i ruoli che le rimarrano impressi nella memoria di questa eterna ragazza, sono quelli dell’amante di Jack Nicholson nel controverso Professione: reporter,  ma soprattutto quello della compagna di giochi di Marlon Brando nel cult Ultimo Tango a Parigi, film che come pochi ha segnato, nel bene o nel male, il decennio maledetto per eccellenza.

La scomparsa della Schneider così m’impone d’acchito una riflessione spontanea sugli anni 70 e su quello che è rimasto a noi di quell’epoca tanto discussa e travagliata.

Ed è una riflessione che non può che essere amara, ripensando a quella spinta verso la speranza di un mondo migliore (d’altronde ricordiamo che è stato il decennio introdotto dal ’68) che invece non ha fatto altro che scatenare devastanti effetti collaterali, con l’imborghesimento generale degli ex-sessantottini e la progressiva caduta verso le droghe di altri, cosa che è inevitabilmente sfociata verso il propagarsi di una piaga solenne come l’Aids.

La liberazione sessuale tanto auspicata e caldeggiata e di cui Ultimo Tango ne era uno dei simboli indiscussi ha lasciato spazio alla paura ancestrale del contatto fisico, e l’amara conclusione del film, che lasciava interdetti per la sua durezza e la mancanza di speranza non è che stata un’apripista verso il decennio successivo, gli anni 80, dove il senso di ribellione e la propulsione rivoluzionaria si sono messi da parte a favore dell’edonismo degli yuppie.

In un certo senso è stata anche profetico anche il progressivo allontanamento della comprensione fra i sessi, dato che l’emancipazione femminile ha prodotto sì enormi benefici per le condizioni delle donne, ma anche distanza e paura negli uomini, minacciati dalla scalata sociale di quest’ultime.

Eppure la riflessione ancora più amara mi viene rivedendo ancora oggi Ultimo Tango, un film che appare adesso estremamente datato e che regge soltanto grazie al formidabile apporto di Brando e alla Schneider che gli si riflette contro come una nemesi.

Perciò la mia conclusione è che con la Schneider non se n’è andata soltanto una promessa mancata, ma anche il suo decennio del quale rimane oggi assai poco o quasi nulla.

Conviene ricordare la povera Maria com’era all’epoca e non con il volto segnato da anni di abusi e crisi, ed è così che la ricorderemo sempre, lei e i suoi contraddittori anni 70.


Michel Robin Hood

Chiuso il mercato, aperti i battenti della lotta dialettica fra Uefa e Top Team europei.

La federazione europea, visto concludere il più clamoroso e dispendioso fra i mercati invernali, lancia subito un avviso ai club di primo livello, ricordando che è in atto una trasformazione che, nel giro di pochi anni porterà al pareggio di bilancio quale condizione necessaria sufficiente per poter prendere parte alle competizioni internazionali, senza il contributo di mecenati o sotterfugi da plusvalenze fittizie.

«Pur avendo seguito le ultime manovre di mercato in Europa, la UEFA è sicura che i club abbiano compreso il significato del fair play finanziario che impone di avere bilanci in ordine.[…]Non vi è dubbio che i trasferimenti effettuati adesso avranno conseguenze sul pareggio di bilancio degli esercizi finanziari a fine 2012 e 2013, i primi anni in cui varrà la regola del pareggio di bilancio. I club conoscono le regole e sanno che la UEFA è determinata ad applicarle con rigore. Per esempio, a partire da questa estate, tutti i pagamenti dovuti per trasferimenti di giocatori e per i propri dipendenti saranno valutati dal Panel di controllo finanziario (CFC Panel), nel quadro della più rigorosa regola “pagamenti arretrati”. La UEFA è convinta della crescente consapevolezza dei club riguardo alla natura della regola del fair play finanziario, che incoraggia i club a equilibrare entrate e uscite in un periodo di tempo di 4-6 finestre di mercato».

Questo uno stralcio del comunicato emesso dalla Uefa il 2 febbraio.

Insomma, tentando di addolcire la pillola, Platini mette sull’attenti codesti club “spendaccioni”, invitandoli a raggiungere la virtuosità di bilancio nel tempo indicato dal nuovo regolamento.

Ma se la cosa, pare essere legittima dal punto di vista morale, da quello sportivo è un’assoluta assurdità.

Perché se è vero che ci si augura di evitare nuovi clamorosi casi di fallimento (e questo dovrebbe essere oggetto dei club stessi, dei proprietari e delle stesse federazioni nazionali), è altrettanto vero che non comporterà mai l’auspicato equilibrio fra squadre ricche e povere, poichè esisterà sempre una sostanziale differenza di prestigio e budget, ed è utopico (all’ennesima potenza)  prevedere un’avvicinamento di competitività – per esempio – fra squadre inglesi e squadre bielorusse.

Al di là delle lodevoli intenzioni, insomma io credo che si celi una grandissima demagogia di fondo.

Platini dice che vuole riportare la Champions’ ai tempi di quando giocava lui, ovvero quando era facile incontrare squadre dell’Est e lasciarci la pelle, ma quando mai si pensa che andando indietro si va avanti?

La due correnti edizioni del massimo trofeo continentale già stanno portando a galla tutte le contraddizioni del piano del Presidente Michel, con squadre improbabili ammesse ai gironi, facili prede di tremebonde goleade, causando un inevitabile calo della competitività.

Non è che forse questa demagogia da Robin Hood cela qualcos’altro? Come si sa, a pensare male, spesso – ahinoi – ci si azzecca, e la verità nascosta probabilmente è che un voto bielorusso o slovacco in Assemblea, conta quanto quello spagnolo o italiano.

Le conseguenze al contrario possono essere catastrofiche, visto che all’orizzonte spuntano nubi di scissioni da parte del G-14, il consorzio che aggrega tutti i più grandi club europei.

Quindi caro Michel,  io non vedo stagliarsi all’ombra nessuno sceriffo di Nottingham, e io propenderei per una riforma che sia il meno possibile demagogica e il più possibile concreta, nel bene e nel progresso di questo sport, senza ispirarsi ad altri falsi Robin Hood come il suo ex-mentore Sepp Blatter.

Perché non è che dopo i mondiali del Qatar, dobbiamo aspettarci Europei a Cipro o a Malta?


Smalltown Obree

Anche oggi si parla di coming out,  ma in questo caso si tratta del senso più comune del termine.

La notizia infatti è quella che riguarda l’ex ciclista Graeme Obree, 45 anni, il quale nel corso di  un’intervista ha rivelato al quotidiano Scottish Sun la propria natura omosessuale, rivelando altresì,  quanto difficile, frustrante e tortuosa è stata la sua vita,  in merito alla sua inclinazione sessuale.

“É stato difficile raccontarlo ai miei parenti e mi è costato molte lacrime, ma raccontare finalmente la verità è servito a migliorare le relazioni tra noi” ha affermato Obree.

L’atleta scozzese ha vissuto in prima persona una storia dai tratti a volte drammatici, altri straordinari, che non a caso hanno costituito la colonna portante del film a lui dedicato, The Flying Scotsman.

La sua parabola è veramente densa di spunti di riflessioni: nel 1993, operaio disoccupato e ciclista dilettante, pagò di tasca sua giudici e affitto della pista, per stabilire il record dell’ora che all’epoca apparteneva nientemeno che a Moser.

La bicicletta fu costruita tutta di suo punto, aggiungendo addirittura pezzi di lavatrice, ma riuscì ugualmente a battere il prestigioso primato,  guadagnandosi finalmente la celebrità e la fama,  mettendo in pratica il suo sogno per entrare nella leggenda con una storia simile a una favola.

Ma col passare del tempo, la favola ha assunto i contorni di un incubo, e dopo qualche altra prestigiosa vittoria, cominciò a soffrire di depressione,  e arrivò a tentare il suicidio per ben due volte nel 1998 e tre anni dopo, nel 2001.

Facile adesso pensare che questo suo disturbo bipolare e la sua grave depressione, più che dal suo mancato ambientamento nel difficile mondo del professionismo, siano dovuti alla frustrazione per aver represso la sua natura per tutta la vita, non solo agli altri, ma anche a se stesso, tanto da arrivare a un matrimonio, che facilmente è naufragato.

Siamo ormai entrati a pieno diritto nel futuro, eppure ancora oggi, veniamo a contatto con storie simili che paiono catapultate a noi da un’altra epoca.

Ma a quanto pare Jimmy Sommerville,  lo Smalltown Boy dei Bronski Beat, continua ad avere tanti fratelli, emarginati a causa della loro natura, tanto da arrivare a reprimerla sino al suicidio (“Arrivai a pensare che era meglio essere morto, piuttosto che gay…” afferma Obree).

E ancora pare evidente quanto la periferia britannica non sia così cambiata da quei tempi, come anche il mondo dello sport, dove tra le tante migliaia di professionisti, pochissimi sono i casi di omosessuali dichiarati, il che statisticamente è altamente improbabile.

Sino a quando non veniamo a conoscere storie come quelle di Obree o come quelle del rugbista gallese Gareth Thomas, anche lui spinto al coming out, dopo anni di frustrazioni e travagli (anche lui alle spalle un matrimonio fallito).

Incredibile a dirsi, ma ancora non si riesce ancora a spegnere i tabù come quello dell’omosessualità, specie nello sport.

Abbiamo oltrepassato da più di un decennio il Duemila, ma l’umanità si ostina a camminare indietro.


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