L’ultimo ruggito dei vecchi leoni Wire: Red Barked Tree

É sempre imbarazzante confrontarsi con chi ha fatto e continua a fare la storia della musica, con artisti che hanno scandito la tua crescita e ti hanno accompagnato via via nel corso degli anni verso la scoperta di nuovi stili e allo stesso modo hai sentito la loro influenza su musicisti di vario genere e tipo da più di trent’anni a questa parte.

Uno di questi casi è quello dei Wire, la band inglese che ha infiammato con la sua triade di capolavori (Pink Flag, Chairs Missing e 154) la fine degli anni 70, costituendo il vertice perfetto del post-punk e aprendo la strada al periodo più luminoso della new wave europea.

Quei tempi sono rimasti scolpiti nella memoria e ancora oggi a risentire quei dischi, si sente sempre quell’effetto innovativo che ha segnato generazioni di artisti e ascoltatori sino al presente.

I Wire adesso non possono più possedere quella spinta, ma dopo una serie di scioglimenti continuano a proporre una musica di assoluto livello e qualità, da far invidia a tante band emergenti che nemmeno si avvicinano alla loro freschezza compositiva, nonostante i membri della band viaggino spediti verso un’età da nonnetti.

Il 10 gennaio scorso è uscito infatti Red Barked Tree, l’ultima fatica del trio composto dai sempiterni Colin Newman, Graham Lewis e Robert Gotobed, i quali,  orfani ormai di Bruce Gilbert, escono con un nuovo album di inediti a distanza di tre anni dall’ultimo Object 47.

Il disco è in perfetta linea con la terza vita dei Wire, dopo quella post-punk degli esordi e quella synth-pop degli anni 80, quella linea aperta da quel gran lavoro che fu Send (2003), uno stile asciutto e levigato a metà fra un classy pop di prima categoria e un rock maturo come quello dei R.E.M. più ispirati.

Si comincia con Now was, il cui marchio di Newman & c. è decisamente inconfondibile, con un ritmo sincopato dolcemente accelerato e una melodia semplice e accattivante. Adapt si muove già su atmosfere più cupe, rarefatte e ammalianti al tempo stesso, mentre Two Minutes pare piombarci prepotentemente ai primi Wire con le chitarre che stridono una rabbia che si strozza in gola e lì rimane senza mai esplodere (peccato!).

Clay è un pezzo pop che scivola via come il burro, diremmo quasi troppo easy per essere opera del vecchio Colin, ma non sfigura così come potrebbe sembrare a prima vista (o ascolto). Il sarcasmo divertito di Bad Worn Thing è un’altra fresca sorpresa, il pezzo che i Franz Ferdinand hanno sempre sognato di fare.

Le chitarre tornano a frizzare in Moreover con il cantato messo in sottofondo dietro un ritmo secco tipico della band inglese che continua a divertire con la spensierata A Flat Tent, altro brano pieno di bollicine melodiose e ritmate che pare esser figlio più di una giovane rivelazione che di un gruppo con trentacinque anni di carriera alle spalle. Con i suoi pro e i suo contro.

Smash sembra promettere più di quanto mantiene, un brano un po’ troppo piatto e che sa tanto di “già sentito”, per non parlare di una lunghezza eccessiva che tende un po’ ad annoiare. Si rallenta (forse più del dovuto) con Down To This, altra canzone cui non avrebbe fatto difetto un’accorciata, specie nella prima parte, troppo cadenzata.

Red Barked Trees si muove su orizzonti più definiti e melodici, e qui la lunghezza del brano sembra essere invece perfettamente lineare alla composizione, la chitarra è più pulita e l’andatura rallentata le conferisce un’aura più consona rispetto ai due precedenti brani, i più deboli dell’intero album. La cosa viene notata ancora di più se consideriamo che è probabilmente il pezzo più ispirato e curiosamente uno dei meno wireschi di tutto il lavoro. E non è probabilmente un caso che sia il brano che lo chiude e ne dà il titolo.

Insomma questo ruggito degli Wire è assolutamente degno di considerazione, non solo col dovuto rispetto che si deve a una band della sua storia, ma anche e soprattutto per il suo valore che resta inarrivabile per tante giovani band (i già citati Franz Ferdinand e The Decemberist per fare due nomi) che si ostinano nella ricerca di sonorità similari.

Ma i Wire continuano ad arrivare sempre prima di tutti gli altri.

 

 

 

 


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