E li chiamano disabili

Nel 1980, l’Oms (l’organizzazione mondiale della sanità) diramò un documentò definito International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps (ICIDH), ovvero che stabiliva le varie specifiche secondo le quali un essere umano, causa incidenti o contrazioni congenite, poteva essere definito un disabile, stante l’impossibilità di vivere normalmente per via di una o più menomazioni a livello fisico o mentale.

In Italia, sino al 2003, questo riconoscimento non veniva riconosciuto per diritto alle persone afflitte dalla sindrome di Down, le quali dovevano sottoporsi a una visita specialistica che ne accertasse l’eventuale handicap.

Questo accadeva sino all’emanazione della Legge 289/2002 del 1° gennaio 2003, dove nell’articolo 94,  comma tre si prevede che: “In considerazione del carattere specifico della disabilità intellettiva solo in parte stabile, definita ed evidente, e in particolare al fine di contribuire a prevenire la grave riduzione di autonomia di tali soggetti nella gestione delle necessità della vita quotidiana e i danni conseguenti, le persone con sindrome di Down, su richiesta corredata da presentazione del cariotipo, sono dichiarate, dalle competenti commissioni insediate presso le aziende sanitarie locali o dal proprio medico di base, in situazione di gravità ai sensi dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ed esentate da ulteriori successive visite e controlli”.

Tutto questo viene fatto per poter permettere di sopperire, alle famiglie e alle stesse persone colpite da questa grave sindrome, alle cure e alle spese sanitarie ed educative, nonostante il pesante handicap.

Mi domando però se la straordinaria storia di Giusi Spagnolo e della sua famiglia abbia avuto un così meraviglioso sviluppo per merito di queste leggi. Io, credo di no, perchè penso che il coraggio, la dedizione, la volontà sua e della sua famiglia non abbia eguali da nessun’altra parte del mondo.

Giusi, palermitana di 26 anni,  infatti è affetta da sindrome di Down, ma ciononostante ha terminato con pieno successo il suo percorso di studi, laureandosi alla facoltà di Lettere di Palermo in Beni demoetnoantropologici col punteggio di 105/110.

La sua storia è veramente un esempio di coraggio e dedizione: cominciò col primo esame, sostenuto in prova scritta con l’aiuto di un pc e con la perplessità degli insegnanti, che man mano l’hanno anche loro aiutata a essere, non solo come gli altri studenti, ma qualcosa di molto di più, una ragazza che oltrepassa le soglie dei propri limiti come pochi possono essere in grado di farlo, anche fra i cosiddetti abili.

La sua vittoria è anche una vittoria delle strutture, che sono state capace di supportarla e aiutarla, meritandosi pure il riconoscimento e il ringraziamento del padre della ragazza.

Eppure non è finita qui: Giusi sogna di fare l’insegnante e durante la sua esperienza di studentessa ha anche lavorato come tutor in una scuola elementare.

“Mi piace lavorare con i bambini – racconta – È stato bellissimo sentirmi chiamare “maestra”, spero un giorno di poterlo fare sul serio”.

Te lo auguriamo di tutto cuore, piccola grande Giusi.

E li chiamiano disabili.


6 responses to “E li chiamano disabili

  • mimma schirosi

    Da educatrice di sostegno ed assistente alla comunicazione (malgrado il mio settore differisca un pò, poichè sono specializzata in disabilità visiva), confermo quanto tu, con grande sensabilità, descrivi: la disabilità non implica una rinuncia a priori ad uno sviluppo che, molto spesso, è sorprendente e mette all’angolo chi, invece, è affetto dal pregiudizio e dallo stereotipo.
    Questi ragazzi, emotivamente e didatticamente supportati da un entourage capace di raffozzarne il senso di sè, di conciliare il processo d’accettazione dell’handicap, di stimolare positivamente le potenzialità “altre”, di favorirne l’integrazione sociale, rappresentano, invece, una emozionante e valida risorsa. E questo non è mero buonismo. Però lo Stato centrale taglia sui servizi sociali, noi operatori restiamo a casa e i ragazzi privati del loro diritto ad “essere” nel migliore dei modi.

  • lucamangogna

    Che lo Stato sia più bravo a tagliare che a costruire è ahinoi ormai cosa arcinota, e non mi sforzo tanto a immaginare quali siano le difficoltà di operare in queste condizioni..io credo veramente che questi ragazzi siano coscienti dei propri limiti e provano il tutto per tutto per superarli e gli insegnanti che hanno un ruolo fondamentale dovrebbero essere più aiutati, motivati e pagati..vecchia storia! Hai ragione mimma non c’è nessun buonismo, ma al contrario credo davvero che le soddisfazioni che possono dare questi coraggiosi ragazzi siano superiori e mi auguro che voi operatori e loro ragazzi possano continuare a credere nel realizzari i loro e i vostri sogni, senza retorica!

  • mimma schirosi

    Lo stato (questa volta non mi va di usare il maiuscolo), invece, provvede a realizzare i nostri incubi.

  • lucamangogna

    ahaha purtroppo è una triste e amara verità!

  • roby

    Tutto bello , una vittoria per l’istruzione…però fare la maestra è un altra cosa…non alimentiamo false illusioni….un ruolo in una scuola si può ritagliare….Dico questo perchè ritengo ipocrita certi discorsi

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: