Tokyo-Ga

Wim Wenders è sempre stato un regista che nel corso della filmografia ha rincorso i suoi miti.

Siano essi rimandi, citazioni, siano veri propri incontri, o ancora omaggi.

Così è stato con il regista americano Nicholas Ray, col quale realizzò il noto Nick’s Movie – Lampi sull’acqua (1980) un’importante opera, fra fiction e realtà, che documenta gli ultimi giorni di vita dell’autore di Gioventù bruciata. Un film commosso e commovente, sentito tributo a uno dei miti dell’adolescenza di Wenders.

Allo stesso modo il cineasta tedesco  ha voluto omaggiare i suoi idoli in campo musicale, così nacquero per esempio Buena Vista Social Club (1999) con Ry Cooder alla ricerca delle radici della musica cubana e L’anima di un uomo (2003) dove Wenders si addentrava nel profondo sud statunitense, scandagliando fra i padri del blues e gli autori meno noti, ma degni di considerazione e rivalutazione.

Ma il più sentito riconoscimento Wenders lo tributò a Yasujiro Ozu, al quale dedicò il documentario Tokyo-Ga (1985), realizzato nel 1983 e montato due anni dopo.

Ozu fu il più neo-realista dei registi giapponesi e realizzò circa 55 film, fra il 1927 e il 1962, passando in maniera sempre delicata dal muto al sonoro e dal bianco e nero al colore, testimoniando i cambiamenti che sono intercorsi lungo trent’anni di storia in Giappone, raccontando del mutamento dei costumi e dei sentimenti, ma mettendo sempre l’accento sugli alti valori dati alla famiglia dalla società nipponica di quel periodo. I suoi film, sempre sussurrati e delicati, hanno rappresentato per Wenders un inossidabile punto di riferimento, nonché un ricordo meraviglioso legato ai suoi anni di frequenza dei cine-forum provinciali prima e della scuola di cinema in seguito.

Andando a Tokyo, vent’anni dopo la morte di Ozu (avvenuta nel 1963), Wenders andava alla ricerca di quel Giappone raccontato dal suo mito, e,  sulle tracce del maestro giapponese,  arrivò a contattare pure i suoi più fidati collaboratori, allora ancora in vita.

Ma quello che vide e sottolineò furono soprattutto i grandi e inesorabili cambiamenti che investirono la nazione e la società del Sol Levante, inghiottita voracemente da tecnologia e velocità. Questi cambiamenti così radicali ebbero la meglio sul vecchio Giappone di Ozu, del quale ormai non restava quasi più nulla. E il maestro Yasujiro, quasi a presagire la fine di un’epoca, su suo desiderio si fece tumulare in una tomba senza foto nè iscrizione, salvo soltanto un ideogramma che simboleggiava il nulla. Testimonianza senza uguali di umiltà, ma anche della consapevolezza riguardo la scomparsa del mondo che Ozu aveva vissuto.

Il Giappone narrato da Wenders sulle tracce di Ozu aveva già vissuto sulle proprie spalle l’immane tragedia della follia atomica di Hiroshima e Nagasaki e da lì seppe risorgere, mutando pelle e facendo dell’industria, della tecnologia, dello sviluppo e del progresso la propria bandiera.

Da allora sono ormai passati 28 anni e tante cose ancora più velocemente saranno cambiate.

Ma l’interrogativo più drammatico è quello riguardante l’ineguagliata tragedia che ha colpito il popolo nipponico nell’ultimo mese. L’ultimo dato parla ormai di 27mila vittime, che purtroppo sono destinate ancora ad aumentare.

Un’intera generazione si trova a dover fare i conti con il lutto, la disperazione e col fardello insostenibile di una ricostruzione che impiegherà decenni di risorse e sforzi.

Il Giappone ne uscirà ancora una volta mutato, e ricordando cos’era al tempo di Ozu e com’era cambiato ai tempi di Wenders, sarà ormai un’altra nazione.

Una nazione di reduci (e che deve pure fare i conti col disastro ambientale di Fukushima), ma una nazione che, cambiando, sono sicuro che riuscirà a uscirne vincitrice.

Ricordando magari quanto era stata grande ai tempi di Ozu e come si è rialzata dopo la Seconda Guerra Mondiale.

力東京パワー

(Forza Tokyo, Forza Giappone).

 


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