S’è spenta una luce

La luce che s’è spenta è quella che ha illuminato la vita di Sidney Lumet, il grande regista americano che è scomparso sabato, all’età di 86 anni, nella sua casa di Manhattan.

La luce di Lumet non era presente solo nel nome, ma brillava soprattutto nel talento di un autore che in una carriera lunga cinquant’anni ha regalato una serie di titoli che hanno letteralmente fatto la storia del cinema di questi anni. Una carriera che è stata tardivamente premiata dai membri dell’Academy che solo nel 2005 lo hanno premiato con il tanto agognato Oscar, per l’appunto alla carriera.

Impossibile elencare e parlare di tutti i suoi film (in tutto sono 46) ma doveroso ricordarne almeno i più importanti.

Innanzitutto è d’obbligo menzionare il suo splendido esordio, fatto nel 1957 con La parola ai giurati, un film in unico atto nel quale vengono messi seriamente in dubbio i principi fondamentali che reggono le fondamenta del sistema giudiziario statunitense. Un’opera nella quale era facile scorgere il talento di Lumet, qui al servizio di un’eccezionale cast di attori, guidato da un formidabile Henry Fonda.

Gli anni 60 del regista americano scivolano via con qualche titolo interessante, primo fra tutti Uno sguardo dal ponte (1962), tratto dall’omonimo dramma di Arthur Miller, con uno straordinario Raf Vallone.

Ma è nella maturità degli anni 70 che la geniale di mano di Lumet, accompagnata e seguita dai migliori sceneggiatori dell’epoca (fra cui Paddy Chayefsky) si rivela al suo meglio. Il primo capolavoro è Serpico (1973), indimenticabile j’accuse contro il sistema poliziesco devastato dalla corruzione (tema ripreso in altri due film, Il principe della città, 1981, e Prove apparenti, 1996) e anche ritratto di una generazione e di un’epoca che scivola via verso la progressiva perdita di valori e pervasa di ipocrisia in tutti i suoi strati sociali, a cominciare dalla politica. Un Al Pacino in stato di grazia inoltre conferma il talento di Lumet nel guidare e lasciar sfogare al proprio meglio gli attori a sua disposizione.

Centrale nella sua filmografia è l’attacco che Lumet dispone ai mass media e al loro potere strumentalizzatore e interessato: sempre Al Pacino (al fianco di John Cazale) è il protagonista dell’indimenticabile Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975), un autentico cult nel quale vengono messe in scena la disorganizzazione della polizia, la generazione distrutta dal Vietnam e le speculazioni dei media. Addirittura preveggente oltre ogni misura è invece Quinto Potere (1976) dove vengono messe in luce tutte le storture e le manipolazioni dei network televisivi, pronti a sacrificare le vite dei propri protagonisti in nome dell’audience. Faye Dunaway, William Holden e Peter Finch (Oscar postumo) sono la conferma più lampante di quanto Lumet amasse mettersi al servizio dei più grandi attori, e quanto loro abbiano dato il meglio sotto la sua direzione.

La produzione degli anni 80 è altalenante e, oltre al già citato Il principe della città con un Treat Williams nella sua miglior interpretazione che ribadisce del suo feeling con gli attori, da ricordare vi è senz’altro Il verdetto (1982) dove un avvocato (Paul Newman) sul viale del tramonto cerca di recuperare dignità attraverso una causa di forte impegno civile. Un ritorno alle origini sul sistema giudiziario come ai tempi di La parola ai giurati.

Il decennio successivo scivola via con titoli minori e altri impegnati ma non del tutto riusciti (il già menzionato Prove apparenti, Terzo Grado, Un’estranea fra noi), ma il vero colpo di coda lo consegna con il suo ultimo titolo, il vigoroso thriller Onora il padre e la madre del 2007, autentica lotta fra fratelli titani, Philip Seymour Hoffman ed Ethan Hawke, senza dimenticare il loro genitore, un granitico Albert Finney. Si tratta di un dramma familiare che è costruito attraverso la decostruzione temporale fornita dai flashback, un’atmosfera pervasa di un cupo pessimismo e un finale straordinario quanto privo di speranza.

Il perfetto testamento di un grande autore che ha fatto dell’impegno civile la sua battaglia, che con l’andare degli anni ha visto perdere sempre più colpi, sino a sfociare nel più estremo pessimismo. Che forse, analizzando tutti i suoi titoli, era forse la caratteristica più evidente.

Ed è un doppio calice amaro che ci tocca bere adesso con la scomparsa di un gigante come Lumet, del quale ci resta solo la sua testimonianza di regista che attraverso i suoi film ha illustrato un cinquantennio di storia americana.

Considerando il lascito della sua filmografia è comunque un amaro che si beve con partecipe gusto.


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