Archivi del mese: giugno 2011

L’Italia peggiore

Nell’anno delle celebrazioni per il 150° anniversario dall’Unità d’Italia, ci voleva un ometto piccolo (e dall’ego enorme) a ricordarci quale fosse il male peggiore della nostra tanto bistratta Penisola.

Lo ha detto blaterando in faccia a un rappresentante dei precari (nella fattispecie della Pubblica amministrazione, di cui lui è solerte ministro). Eh sì, la parte peggiore dell’Italia sono i precari, coloro i quali, grazie a una legge ridicola che la fa franca perché nominata a una vittima delle Br, non sanno nulla del loro futuro, non hanno idea se mai verrà a loro assegnato un contratto e lottano quotidianamente per dei diritti che sono quelli fondamentali di ogni uomo.

Senza un contratto a tempo indeterminato non si maturano diritti per la pensione, non si possono accendere mutui, ottenere prestiti, finanziamenti e persino il diritto alla salute viene sempre meno, pena la scarsità di contributi che si versano allo Stato, che sono già tanti rispetto ai miseri guadagni riconosciuti.

Naturalmente questo sistema non ha fatto altro che privilegiare il lavoro in nero e la scarsa sicurezza del lavoro stesso, ma di tutto questo non si parla mai, perchè conviene a quegli sporchi imprenditori (piccoli e grandi) che si giovano di questo sporco meccanismo.

Eppure per il ministro Brunetta le vittime sono carnefici e incarnano il male assoluto che impedisce all’Italia di crescere economicamente.  Certo io proporrei un bell’internamento nei campi, ma la sua mente illuminata non è arrivata a tanto.

Il povero Renato quindi è stato preso d’assalto dal popolo della rete, che lo ha ricoperto di insulti e improperi, secondo il famigerato “Trattamento Red Ronnie”  e ha rincarato la dose contro i precari dichiarandosi vittima, salvo poi fare marcia indietro, prendendosela con i “precari romani” ai quali, a suo dire, era indirizzata la filippica.

I precari della pubblica amministrazione romana, quindi con lui stesso, che,  a giudicare dalla situazione politica attuale, non avrà più molte occasioni di mettersi  in mostra e farne parte. Perché tornerà a casa con le pive del sacco.

Diventando un precario? Essendo uno di loro,  me lo auguro caldamente, così vediamo cosa avrà da dirmi in proposito.

Certo, non sono romano…

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Habemus quorum

L’ormai acclarato e ufficiale raggiungimento del quorum (con soglie vicine al 57% e percentuali abbondantemente sopra il 95% per il sì) nei quattro quesiti referendari della consultazione del 12 e 13 giugno,  lancia una lunga serie di riflessioni sull’attuale situazione politica e sociale italiana, arrivata adesso a un cruciale momento di svolta,  al di là qualsivoglia dichiarazione e indipendentemente da ogni ambito o fazione si appartenga o ci si senta vicini.

Innanzitutto sarebbe ora di rivedere e mettere da parte l’attuale Legge 352/1970 che determina come fattore irrinunciabile alla validità del referendum abrogativo, il raggiungimento del quorum del 50%,  validando cioè in pratica l’astensionismo come una scelta, senza considerare gli effetti negativi che ha sull’economia e soprattutto sull’educazione civica dei propri cittadini, per i quali il voto è sì un diritto, ma anche un dovere, il dovere di avere voce nelle decisioni che riguardano tutti. Negli ultimi vent’anni è questa la prima volta che si raggiunge questo obbiettivo, che consente fra l’altro allo Stato di non gettare al vento i 300 milioni spesi per il voto.

É una vittoria anche dei nuovi media, di internet soprattutto, che ha fatto pressante campagna per il voto, a differenza di quanto non avvenuto in televisioni e nei giornali, dove dei referendum si è parlato poco o nulla.

Scongiurata anche la penosa furbizia di non accorpare il referendum alle amministrative che si sono svolte in tutta Italia, una scelta talmente infelice e disonesta che non merita ulteriori commenti.

La schiacciante vittoria del comitato referendario e del sì, per la prima volta forse mai così organizzato per spingere al voto con ogni mezzo e aiuto (bus, navette, taxi),  inoltre – è inevitabile – fornisce per la seconda volta in poche settimane il quadro di quanto l’attuale Governo e l’attuale maggioranza parlamentare non riflettano più minimamente lo stato reale del Paese e sono finite in assoluta minoranza. L’unica cosa che ormai resta a questo Governo è quella di far sfilare i carri armati per mantenere il Potere, perché è evidente che adesso non ha nessuna credibilità e nessun appoggio e consenso popolare per continuare a governare.

Il quarto quesito, quello sul legittimo impedimento, era di matrice nettamente politica e anti-berlusconiana, ed è dalla riflessione conseguente che il Premier avrebbe il dovere di rimettere il proprio mandato al Presidente della Repubblica.

Questo avverrebbe in condizioni normali di democrazia e con un Premier consapevole e politicamente corretto, qualità che sono quanto di più lontane da Silvio Berlusconi.

Arrivare al 2013 con questa maggioranza (che non è più maggioranza) sarebbe un disastro non solo per il Paese, ma per lui stesso, che non avrebbe più appigli ai quali fare conto. La sua fine politica è ormai alle porte, basterebbe un po’ d’unità fra gli oppositori per vederla compiuta.

Ed è questa l’utopia più grande del momento, anche se dopo questo miracolo referendario, nulla sembra più impossibile come prima.


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