Archivi del mese: novembre 2012

Quousque tandem Allegri?

il perplesso allegri

“Quosque tandem abutere Allegri, patientia nostra? (Fino a quando, Allegri, abuserai della nostra pazienza?)” è una citazione ciceroniana con la quale si conclude una lettera inviata alla Gazzetta dello Sport da un tifoso milanista. A lui ha risposto il vice direttore Franco Arturi, un grande esperto di basket, il quale però spesso sul calcio snocciola con una certa boria tesi sin troppo semplicistiche.

Ma questo non è stato il caso. Arturi infatti, rispondendo al lettore, esprime un’opinione che nessun giornalista o quasi, nel corso di questi mesi terribili per il Milan, non ha avuto il coraggio di esprimere.  “Il tema realisticamente è – scrive Arturi – da questo organico ci si può attendere che giochi almeno come l’Atalanta,  il Parma o il Catania?”. Perché, sono in molti a dimenticare che la squadra di Colantuono, come quelle di Donadoni e Maran, nè l’anno scorso nè adesso avevano in squadra Ibrahimovic e Thiago Silva, eppure, sia nella stagione passata che in quella corrente,  giocano meglio del Milan e adesso lo sopravanzano in classifica.

Nel corso di un anno e mezzo Emanuelson, arrivato come terzino nel gennaio del 2011,  ha giocato come mezzala (destra!), trequartista, seconda punta.  Passato da seconda scelta a titolare a terza scelta a titolare, senza mai essere veramente decisivo, è il simbolo della confusione che regna in testa ad Allegri e al suo staff tecnico.

Quattordici formazioni diverse in campo in sedici partite ufficiali, quasi mai la stessa difesa in campo, dove è stato messo più volte l’impresentabile, per condizioni fisiche e mentali, Mexés, il giocatore più pagato della rosa visto che come Robinho (un ectoplasma da almeno un anno) e Pato (un mistero perso dietro ai suoi malanni tecnico-muscolari-sentimental-esistenziali), percepisce uno stipendio annuale da 4 milioni netti.

Evidenti sono le colpe della società che ha smantellato l’asse portante (Thiago-Van Bommel-Ibra) della squadra che solo un anno e mezzo vinceva uno scudetto a mani basse, ma a fronte di un drastico ridimensionamento degli obiettivi e del tasso tecnico della rosa, dov’è la mano del tecnico? Si intravedono soltanto improvvisazione (difesa a tre, centrocampo a cinque, attacco a zero), incertezza e nessun punto fisso.

Emblematica in tal senso è stata la partita di domenica, persa nettamente a San Siro contro la Fiorentina, una squadra con un tecnico nuovo e con 9 giocatori su 11 arrivati nel corso del mercato estivo. Montella in pochi mesi ha dato un’identità alla squadra, Allegri nello stesso tempo non ha trovato nessuna soluzione e nessuna chiave tattica per mettere assieme i suoi giocatori che, seppur male assemblati, avrebbero le possibilità per rendere meglio di Catania, Cagliari e Torino, il cui monte stipendi è inferiore almeno di 2/3 rispetto a quello dei rossoneri.

Il livello di gioco (o non gioco) espresso dalla squadra di Allegri farebbe supporre non solo che il Milan possa rischiare di essere invischiato nella lotta per la non retrocessione, ma che farebbe fatica persino in una serie inferiore, dove la maggior parte dei tecnici, in mancanza di valori tecnici elevati, sopperisce alle carenze dando alle proprie squadre un gioco e delle certezze.  La cosa curiosa di questa vicenda è inoltre che lo stesso Allegri in serie C con il Sassuolo e in A con un Cagliari dalle ambizioni limitate aveva fatto intravedere anch’egli questa possibilità.

Allora è evidente che il tecnico livornese, spogliato dei suoi Ibra e dei suoi Thiago, non sia in grado di gestire una squadra di livello superiore, dove le pressioni sono notevolmente più alte e le aspettative estremamente diverse.

Oggi il leader maximo Berlusconi ha fatto visita alla squadra, strombazzando al solito slogan vuoti (mai più la difesa a tre, Montolivo è il nuovo Pirlo, etc.) e affermando per l’ennesima volta che Allegri ha la sua fiducia (una fiducia ben ripagata da uno stipendio di 2,5 milioni all’anno).  Tanto arriverà il Salvatore che a gennaio porterà in dote Papadopoulos e Dossena che risolveranno tutti i problemi.

La verità, assodata dai fatti, è che Allegri sta dimostrando di non essere degno di questa fiducia (e di questo stipendio) e che la società, oltre ad aver smantellato una squadra da vertice, non ha voglia di assumersi la responsabilità di mettere nel libro paga un altro allenatore. Meglio piuttosto andare alla ricerca di un prestito o di un parametro zero, o di qualche mediocre mestierante dallo stipendio modesto, come le ridotte ambizioni di questo triste Milan e del suo perplesso allenatore.

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Dynasty

Marina e Silvio Berlusconi

“Mi pare fin troppo ovvio sottolineare che la leadership in questo campo non si possa trasmettere per via ereditaria o per investitura dinastica, ciascuno se la deve costruire da sè e conquistare passo dopo passo”. Così Marina Berlusconi, mette a tacere le voci, sparse nelle ultime ore, che la vedevano come aspirante candidata alla poltrona di leader della nuova formazione del Pdl, in corsa alle primarie contro l’ex delfino del padre, Angelino Alfano.

“La politica non è una dinastia”,  secondo Marina dunque. Avessero avvertito per tempo George W. Bush, magari oggi ci ritroveremmo in un mondo migliore.  Scherzi a parte, questi rumours sulla primogenita di casa Berlusconi, più che alimentare pettegolezzi sulla crescente sfiducia dell’ex premier nei confronti del segretario Alfano, alimentano semmai il clima di confusione che sta attraversando il centrodestra e il Pdl in particolare.

Le primarie annunciate dall’ex ministro della Giustizia all’alba della clamorosa batosta elettorale in Sicilia in realtà non hanno cementato per niente il dibattito politico all’interno del partito, e anzi le scelte e le dichiarazioni di Alfano vengono continuamente sminuite dai colpi a effetto di Berlusconi, dalla famigerata scossa alla ricerca del suo sosia del ’94.

Appare evidente che il caos che regna nella testa del fondatore di Forza Italia (mi candido, non mi candido, forse sì, forse no, cerco un erede, magari un sosia) si riflette inevitabilmente nella sua formazione politica,  il cui presunto leader non riesce a unire in maniera convincente militanti ed esponenti.

Intanto, giusto per farsi mancare nulla, alle primarie del Pdl (della cui organizzazione ancora si sa veramente poco), spunta il nome di un altro sedicente candidato: Alfonso Luigi Marra, l’uomo dai best seller improbabili e dalle testimonial di gran lusso, fra cui la super chiacchierata Sara Tommasi che esponeva le sue idee anti signoraggio bancario mentre esibiva in bella vista svolazzante la parte più nobile del suo corpo.

Non è che per caso queste primarie in realtà saranno un gran spettacolo d’avanguardia teatrale come si usava negli anni 60? A giudicare dai protagonisti, non mi pare di andarci così lontano.


Primi in Europa

 

In questo periodo di profonda crisi per l’Italia, arriva finalmente una soddisfazione. Il nostro Paese ha infatti raggiunto un primato che sarà difficilmente superato, almeno a breve termine. L’Italia infatti, secondo una ricerca approfondita  Synergia Consulting Group, alleanza professionale di 14 studi di commercialisti con oltre 200 professionisti ubicati in varie regioni italiane, risulta essere la prima nazione di tutto il Vecchio Continente per la pressione fiscale sulle imprese.

Secondo lo studio di Synergia Consulting Group, non sarebbe solo l’eccessivo ed elevato tasso delle aliquote a incidere in maniera così pesante sulla libertà d’impresa, ma anche la scarsa possibilità che viene concessa per quel che riguarda le spese deducibili e le detrazioni. In pratica, anche se un’azienda italiana fattura, fra ricavi e costi, la stessa cifra di un’azienda spagnola l’utile netto è inferiore del 60 per cento, mentre rapportandosi a un’azienda inglese si scende al 39 per cento e a una francese del 23 per cento. A superarci nel carico fiscale c’è solo la Germania, ma è ovviamente un confronto improponibile, dato lo scarto che esiste fra le economie dei due paesi (basti pensare solo al famigerato spread).

É interessante rilevare altresì, che dal 2000 a oggi,  nonostante in tutta l’Europa vi sia stato un calo della pressione fiscale, in Italia registriamo un aumento pari a un’incidenza del 3,4 per cento sul Pil.

Sempre secondo le rilevazioni di Synergia Consulting Group, mentre nel  1995 eravamo al decimo posto, con un’incidenza attestata  sul 37,8 per cento, già all’epoca superiore alla media europea (35,3), al termine del 2010 il livello è salito al 42,6 per cento, cifra che ha fatto salire l’Italia al primato nel Vecchio Continente. Tutto questo mentre nel resto d’Europa si è rilevata una riduzione del carico fiscale e contributivo sul lavoro, con una media che è scesa al 33,4 per cento. Un primato che assume connotazioni ancora più rilevanti se si considera che il carico fiscale effettivo sulle imprese, includendo tutti i fattori, arriva addirittura alla cifra monstre del 68,5 per cento.

“La base imponibile – ha osserva Pietro Mastrapasqua, ad di Synergia – viene estesa in modo consistente. Le imposte non si pagano solo sul reddito ma anche su alcuni costi, come telefonia, auto aziendali, spese di rappresentanza e interessi passivi”.

In pratica passando da Berlusconi a Prodi, poi ancora Berlusconi e infine a Monti, i vari governi che si sono succeduti alla guida della Penisola, per ovviare alle spese, al deficit, al debito pubblico non hanno trovato di meglio che innalzare a livelli inauditi la pressione fiscale col risultato che l’unico primato che può detenere l’Italia è quello delle tasse.

Sviluppo e crescita sembrano solo essere concetti vuoti e slogan urlati dalla maggioranza dei politici, mentre le imprese sono bloccate, spariscono e il lavoro evapora, con la disoccupazione che arriva al’11 per cento in tutta la Penisola e al 20 per cento solo al Sud.

Inevitabile pensare a quale altra misura avrà in mente Monti per rilanciare lo sviluppo. Una nuova tassa, of course…

 

 


La caduta dell’impero

Logo Mediaset

Non bastasse un Milan che arranca appena al di sopra la zona retrocessione, un Pdl alla costante ricerca di identità, di leadership, di programmi e in continua emorragia di consensi, per Silvio Berlusconi si fa largo anche una pesante crisi per il fiore all’occhiello del suo impero.

Parliamo di Mediaset che oggi, per la prima volta nella sua storia, ha fatto registrare un bilancio trimestrale con un pesante rosso di 88,4 milioni. Le perdite si riferiscono al terzo trimestre (luglio-settembre) del 2012 e il paragone con lo stesso periodo dello scorso anno è a dir poco sconfortante. In soli dodici mesi infatti Mediaset ha subìto un crollo di utili quantificabili in 90 milioni, visto che nel 2011 il bilancio trimestrale era stato chiuso con un utile di 1,4 milioni, che già all’epoca sembrò una frenata, rispetto agli anni precedenti.

Una vistosa caduta verso il basso dell’impero berlusconiano: i primi nove mesi del 2012 vengono chiusi con una perdita netta di 45,4 milioni di euro a fronte di 164, 3 milioni di utili registrati l’anno precedente. Un’emorragia che non sembra avere freno e che ha di fatto visto evaporare quasi 400 milioni di utili in un solo anno.

Fra il gennaio e il settembre del 2011 infatti i ricavi di Mediaset erano attestati sui 3,04 miliardi, mentre quest’anno non si è superata la somma di 2,655 miliardi di euro.  Secondo gli operatori del gruppo, la prima causa di questa grossa perdita di ricavi, è data dal crollo della raccolta pubblicitaria che in Italia è scesa complessivamente del 14 per cento.

Tuttavia,  da Mediaset sembrerebbe filtrare ottimismo e il marigine operativo lordo dovrebbe rientrare nei parametri di previsione stilati dall’azienda.  Il direttore finanziario del gruppo, Marco Giordani,  nel corso della conference call sui risultati trimestrali, ha posto l’accento sugli obiettivi raggiunti. “Siamo stati capaci di raggiungere l’obiettivo di risparmi in anticipo e stiamo lanciando un nuovo piano di altri 200 milioni per altri tre anni”. Secondo Giordani, “grazie al lavoro di riduzione della spesa pari a 220,4 milioni a fine settembre, l’obiettivo di 250 milioni all’anno – varato nel 2011 e da conseguire in tre anni – sarà raggiunto già a fine 2012”.

Al di là dei freddi numeri, che evidenziano in maniera inequivocabile la costante emorragia degli utili Mediaset, e dei proclami aziendali da spending review, è sotto gli occhi di tutti la piega negativa che stanno prendendo tutte o quasi le aziende del gruppo Berlusconi.

Il declino dell’uomo politico pare andare pari passo con il declino dell’uomo d’affari e, a parte qualche facile battuta (Berlusconi cederà al Psg anche Bonolis e la De Filippi?), è evidente come una fase della storia d’Italia stia per chiudersi con la caduta di quest’impero alla quale seguirà una nuova era, adesso più che mai densa di incognite, mentre nuovi imperatori e padroni tramano silenti alle spalle in attesa di scendere in campo e venire improvvisamente allo scoperto.

A meno che non vogliamo credere alla favola di nuovo Messia liberatore e all’alba di una nuova civiltà e di una nuova democrazia.


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