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Il metamatico e i matematici

Dai tempi di Metamatic, nell’ormai lontano 1980, John Foxx è stato considerato unanimemente come uno dei maggiori punti di riferimento nella storia del pop elettronico.

Quel disco fu uno dei primi che furono composti e realizzati usando totalmente il sintetizzatore e risulta tuttora come uno dei capolavori più completi nonchè come uno dei precursori del musica elettronica a venire, al fianco, per esempio di Replicas e The Pleasure Principle di Gary Numan.

La carriera di Foxx, dagli esordi post-punk con gli straordinari primi tre album degli Ultravox!, si è sempre evoluta e ha fatto della ricerca la sua forza, passando attraverso l’ambient, electroclash,  dance e il dream-pop, trovando quasi spesso risultati di grande valore.

Durante quattro decenni di lavori, inoltre, si è pure distinto per aver stretto collaborazioni sempre proficue, dal musicista elettronico Louis Gordon col quale ha co-firmato ben cinque dischi, al compositore ambient Harold Budd, al chitarrista icona del dream-pop ed ex Cocteau Twins, Robin Guthrie sino a Steve Jansen e Steve D’Agostino coi quali ha realizzato l’ultimo A Secret Life.

L’ultima collaborazione che vede protagonista Foxx è fra le più curiose, come curioso è il personaggio che accompagna questa sua nuova avventura. Il suo nome è Benge, alias Ben Edwards, ed è un musicista elettronico inglese che ha la strana abitudine di nominare i suoi pezzi come gli strumenti che utilizza, tutti generi di sintetizzatori che sono usciti dagli anni 60 in poi, e dei quali Benge è assiduo collezionista.

Molto stimato da Brian Eno, che ha fortemente lodato il suo ultimo lavoro (Twenty Systems, 2008), Benge si mette a capo di un collettivo di musicisti che definisce The Maths e realizza con Foxx, Interplay, uscito il 21 marzo a nome di John Foxx & The Maths, per l’etichetta Metamatic.

Il disco si caratterizza per una sorta di spirito duale che lo attraversa, dove da un lato spiccano le tipiche dinamiche foxxiane in un misto di armonia melodica e aggressività elettronica e dall’altro vengono fuori le stranezze del suo curioso compagno che, lasciati i panni di compositore ambiente, si getta a capofitto sulla sua passione di collezionista vintage, facendo sfoggio di sonorità demodé.

Il risultato di questo insolito connubio è comunque notevole e le aspettative degli appassionati non verranno deluse. Certo chi cercherà innovazioni dovrà recarsi altrove, ma c’è da dire altresì che la ricerca di innovazione è spesso una scusa sterile per snobbare validi lavori come questo o altri ancora.

Il pezzo d’apertura, Shatterplay, è sorprendemente veloce e oscuro, tale da poter ingannare gli sviluppi successivi del lavoro. Un brano comunque potente e vigoroso, probabilmente più figlio di Benge che di Foxx.

L’ammiccante e ironica Catwalk ribalta totalmente l’atmosfera, restituendone un insospettabile ritmo danzereccio. Evergreen possiede invece le classiche caratteristiche dei brani del Foxx elettronico degli ultimi anni (in particolare del periodo con Gordon): veloce, stimolante, ritmato e abbellito dai pirotecnici strumenti di Benge.

Mira Aroyo dei Ladytron è l’ospite e co-autrice di Watching A Building On Fire, una canzone che come le precedenti recita lo stesso spartito un po’ vintage e un po’ neo-foxxiano, con la diversa leggerezza e soavità che le conferisce la guest star.

La title-track s’impone per contrasto con un ritmo cadenzato e riflessivo, mentre sonorità house traspaiono da Summerland.

Uno dei pezzi più riusciti dell’album è senza ombra di dubbio è The Running Man, nel quale sin dal titolo si riconosce il riferimento all’alter ego foxxiano, quel Quiet Man al quale l’artista inglese ha pure dedicato un libro. Il brano, col suo ritmo travolgente e senza pausa, è una sorta di versione elettronica e modernizzata del suo classico dai tempi degli Ultravox, Quiet Men.

A Falling Star è una densa elettro-ballata che porta il marchio inconfondibile dello spirito di Foxx e dove si nota meno la presenza del nerd Benge, al contrario della successiva Destination nella quale è facile riconoscere le influenze cupe del sound di Sheffield, fra Cabaret Voltaire e Clock Dva, un brano sicuramente potente e convincente.

La conclusiva The Good Shadow è incantevole per le atmosfere liquide e delicate ed è probabilmente il risultato fra i più convincenti dell’intera operazione che vede Benge e i suoi matematici a confronto dell’icona, il metamatico Foxx che è partito dal passato per rincorrere il futuro, al contrario del suo collaboratore che è nel passato che ha ricercato il futuro.


Il giocattolo di Bowie

Il ritorno del Duca Bianco. Così recita il refrain di uno dei suoi pezzi più famosi, Station To Station (dall’album omonimo, 1976), tanto famoso da finire nella galleria dei suoi personaggi e soprannomi.

Stiamo parlando naturalmente di David Bowie che, scomparso praticamente dalla scena da sette anni, riappare magicamente per merito del web, non si sa ancora se con una mossa studiata o una trovata di qualche pirata informatico.

L’ex Ziggy Stardust infatti ha fatto ormai lasciare le tracce di sè, dopo lo sfortunato e affrettato epilogo del Reality Tour, quando fu costretto a sottoporsi a un intervento di angioplastica.

Da allora non è uscito più nessun album inedito, e dunque dal 2003 non si hanno più novità discografiche che portano il nome di Bowie, salvo qualche estemporanea uscita in edizione d’anniversario dei suoi vecchi album, o qualche disco live.

Le uscite pubbliche sono state altrettanto estemporanee, e nonostante si giuri sulla sua perfetta salute e lo stato di forma, nel corso di questi anni, sono usciti anche inquietanti rumours sulle sue reali condizioni.

Eppure la rete ci fa questi giorni omaggio di un’inaspettata sorpresa.

É infatti disponibile online, presso i soliti torrent e siti di download, il misterioso album Toy, del quale era stata programmata l’uscita nel 2001, ma causa incomprensioni e litigi con la casa discografica di allora, la Virgin, non ha mai visto la luce.

Toy presenta un collage di 14 pezzi, la versione di alcuni dei quali è assolutamente inedita. La maggior parte dei pezzi è una rivisitazione dei suoi vecchi brani giovanili degli anni 60, il cosidetto periodo Deram, dal nome della casa discografica per il quale lavorava Bowie all’epoca.

L’apertura è affidata a Uncle Floyd, che altri non è che la prima versione di Slip Away, ovvero di uno dei pezzi che fecero parte di Heathen, il penultimo album di Bowie, uscito nel 2002. Non si notano differenze particolare con il brano edito, se non una certa dilatazione che non conferisce alla canzone uno spessore maggiore. Lo stesso dicasi per Afraid, identico missaggio e titolo per un pezzo che di Heathen era uno dei meno entusiasmanti.

La prima vera chicca è rappresentata da Baby Loves That Way, rielaborazione di un brano del 1965 che è stato presente solo in un b-side del singolo giapponese di Slow Burn. Un bel brano arioso sul quale la voce di Bowie e l’arrangiamento più sofisticato rispetto all’originale tocca le corde emotive di molti vecchi fan.

Aggressiva e ridondante è invece la cover I Dig Everything, una canzone del 1965, che si sente oggi per la prima volta.

Il Duca Bianco le conferisce una insospettata modernità e il brano si erge a simbolo rispetto a quello che era probabilmente l’intento originale dell’operazione, ovvero quello di scoperchiare vecchie perle dimenticate in fondo al mare di una produzione vastissima.

Conversation Piece è delicata e quasi commovente, dalle atmosfere soffuse e sempre eleganti, che rallenta il ritmo rispetto alla canzone originale del 1970. Questa versione era già presente nell’edizione deluxe di Heathen.

Ma quello che considero il capolavoro di queste rivisitazioni è Let Me Sleep Beside You, un brano che già nella sua versione originale era fra i più validi, ma che in questa rielaborazione in chiave moderna, acquista nuovo vigore grazie alla forza espressiva del Bowie maturo e a una sezione ritmica più aggressiva.

Quasi del tutto inedita è invece Toy (Your Turn To Drive), che fu soltanto disponibile su I-Tunes nel 2001. La canzone riecheggia gli umori un po’ oscuri di Heathen e pur non essendo certo un brano fra i più memorabili, avrebbe sicuramente fatto la sua figura nel penultimo lavoro bowiano.

Hole In The Ground è la ripresa di un pezzo del 1970 e ricorda le atmosfere di Hours…(1999) senza lasciare grandi rimpianti, e Shadow Man (1971, b-side di Slow-Burn ed Everyone Says Hi) si trascina un po’ stancamente.

Più coinvolgente, ma sulle stesse linee un po’ monocorde  è In The Heat Of The Morning (1968) la cui cover è assolutamente inedita. You’ve Got a Habit of Leaving (1965, anch’essa b-side dei singoli Slow Burn e Everyone Says Hi) invece finalmente rialza i toni di un certo piattume che cominciava a farsi strada, e anche lui tocca certi vertici emotivi nei sostenitori di vecchia data che ricordano il pezzo originale rivisitato in maniera così sentita e vigorosa.

Chiude infine un terzetto di inedite cover: Silly Boy Blue (1968), eccellente e maturo a dispetto di una prima pubblicazione originale un po’ troppo ingenua, Liza Jane (1964, forse il primo pezzo mai pubblicato da Bowie) che si mette i panni di un blues (in maniera non del tutto convincente) e uno dei classici Deram, The London Boys (1965) che da antica ballata inno dei mods dell’epoca si trasforma splendidamente in malinconico e sentito ricordo di tempi andati. Anche questa è una delle rivisitazioni più riuscite e commoventi.

Insomma Toy,  dieci anni dopo quella che doveva essera la sua paventata uscita, mostra i pregi e i limiti che poteva aspettarsi da una simile operazione. Destinata principalmente a un pubblico di fan del mito del Duca Bianco, i quali, però, come il sottoscritto, non possono che chiudere con un’osservazione.

Quella di quanto ci manca  il vecchio Bowie, e la speranza che presto possa tornare e uscire dal suo guscio dorato.

Chissà se almeno ancora una volta potremmo insomma gridare al Return Of The Thin Duke.


L’ultimo ruggito dei vecchi leoni Wire: Red Barked Tree

É sempre imbarazzante confrontarsi con chi ha fatto e continua a fare la storia della musica, con artisti che hanno scandito la tua crescita e ti hanno accompagnato via via nel corso degli anni verso la scoperta di nuovi stili e allo stesso modo hai sentito la loro influenza su musicisti di vario genere e tipo da più di trent’anni a questa parte.

Uno di questi casi è quello dei Wire, la band inglese che ha infiammato con la sua triade di capolavori (Pink Flag, Chairs Missing e 154) la fine degli anni 70, costituendo il vertice perfetto del post-punk e aprendo la strada al periodo più luminoso della new wave europea.

Quei tempi sono rimasti scolpiti nella memoria e ancora oggi a risentire quei dischi, si sente sempre quell’effetto innovativo che ha segnato generazioni di artisti e ascoltatori sino al presente.

I Wire adesso non possono più possedere quella spinta, ma dopo una serie di scioglimenti continuano a proporre una musica di assoluto livello e qualità, da far invidia a tante band emergenti che nemmeno si avvicinano alla loro freschezza compositiva, nonostante i membri della band viaggino spediti verso un’età da nonnetti.

Il 10 gennaio scorso è uscito infatti Red Barked Tree, l’ultima fatica del trio composto dai sempiterni Colin Newman, Graham Lewis e Robert Gotobed, i quali,  orfani ormai di Bruce Gilbert, escono con un nuovo album di inediti a distanza di tre anni dall’ultimo Object 47.

Il disco è in perfetta linea con la terza vita dei Wire, dopo quella post-punk degli esordi e quella synth-pop degli anni 80, quella linea aperta da quel gran lavoro che fu Send (2003), uno stile asciutto e levigato a metà fra un classy pop di prima categoria e un rock maturo come quello dei R.E.M. più ispirati.

Si comincia con Now was, il cui marchio di Newman & c. è decisamente inconfondibile, con un ritmo sincopato dolcemente accelerato e una melodia semplice e accattivante. Adapt si muove già su atmosfere più cupe, rarefatte e ammalianti al tempo stesso, mentre Two Minutes pare piombarci prepotentemente ai primi Wire con le chitarre che stridono una rabbia che si strozza in gola e lì rimane senza mai esplodere (peccato!).

Clay è un pezzo pop che scivola via come il burro, diremmo quasi troppo easy per essere opera del vecchio Colin, ma non sfigura così come potrebbe sembrare a prima vista (o ascolto). Il sarcasmo divertito di Bad Worn Thing è un’altra fresca sorpresa, il pezzo che i Franz Ferdinand hanno sempre sognato di fare.

Le chitarre tornano a frizzare in Moreover con il cantato messo in sottofondo dietro un ritmo secco tipico della band inglese che continua a divertire con la spensierata A Flat Tent, altro brano pieno di bollicine melodiose e ritmate che pare esser figlio più di una giovane rivelazione che di un gruppo con trentacinque anni di carriera alle spalle. Con i suoi pro e i suo contro.

Smash sembra promettere più di quanto mantiene, un brano un po’ troppo piatto e che sa tanto di “già sentito”, per non parlare di una lunghezza eccessiva che tende un po’ ad annoiare. Si rallenta (forse più del dovuto) con Down To This, altra canzone cui non avrebbe fatto difetto un’accorciata, specie nella prima parte, troppo cadenzata.

Red Barked Trees si muove su orizzonti più definiti e melodici, e qui la lunghezza del brano sembra essere invece perfettamente lineare alla composizione, la chitarra è più pulita e l’andatura rallentata le conferisce un’aura più consona rispetto ai due precedenti brani, i più deboli dell’intero album. La cosa viene notata ancora di più se consideriamo che è probabilmente il pezzo più ispirato e curiosamente uno dei meno wireschi di tutto il lavoro. E non è probabilmente un caso che sia il brano che lo chiude e ne dà il titolo.

Insomma questo ruggito degli Wire è assolutamente degno di considerazione, non solo col dovuto rispetto che si deve a una band della sua storia, ma anche e soprattutto per il suo valore che resta inarrivabile per tante giovani band (i già citati Franz Ferdinand e The Decemberist per fare due nomi) che si ostinano nella ricerca di sonorità similari.

Ma i Wire continuano ad arrivare sempre prima di tutti gli altri.

 

 

 

 


Lui era Tony Scott

Arriva finalmente a Palermo in anteprima, dopo l’ottima accoglienza ricevuta in estate al Festival di Locarno, il documentario di Franco Maresco Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz.

L’occasione è data dalla rassegna “Franco Maresco, Io e il Jazz” organizzata dal Goethe Institut del capoluogo siciliano la proiezione in anteprima avrà luogo giovedì 3 marzo al Cinema Jolly a partire dalle ore 21.

E passiamo un po’ a scorrere cosa si può celare dietro Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz.

Pare piuttosto evidente che il titolo del documentario di Maresco non avrebbe potuto essere più emblematico.

Il regista palermitano, dopo un lungo lavoro, così si sofferma pedissequamente sulla vita e l’opera del grande clarinettista italo-americano (originario di Salemi) Tony Scott, al secolo Anthony Sciacca, scomparso nel 2007 a 86 anni, dopo essere finito da tempo nel dimenticatoio. Il film, prodotto da Cinico Cinema, Rai Cinema e dalla Film Commission Sicilia, è stato, come già detto,  presentato fuori concorso al Festival di Locarno, prodotto da Giuseppe Bisso, con la sceneggiatura dello stesso Maresco e di Claudia Uzzo e una realizzazione che è costata tre anni di lavoro.

L’intento ultimo di Maresco è stato quello di raccontare la vicenda umana e musicale, di quello che è stato considerato come il più grande clarinettista del jazz moderno, avvalendosi delle immagini provenienti dagli archivi cinematografici di tutto il mondo compresi quelli italiani dell’Istituto Luce e degli archivi Rai.

Un eccellente pretesto per raccontare l’evoluzione musicale e sociale dagli anni ’40 a oggi, esplorando i progressi, le scoperte e le innovazioni del grande musicista, che non sono mai stati seguiti da un giusto riconoscimento nè in patria nè in Italia, dove si trasferì definitivamente verso la fine degli anni ’60.

Una vicenda umana insomma, che si  presta come occasione per raccontare l’imbarbarimento progressivo della società. «Dei tanti sbagli che Tony Scott fece nella sua vita – dice Maresco – il più grave fu senza dubbio quello di stabilirsi in Italia alla fine degli anni ’60. L’Italia con Tony dimostrerà di essere il paese incivile e imbarbarito che tutto il  mondo conosce. Certo Tony Scott fu un uomo tutt’altro che facile, soprattutto negli anni della maturità, ma il paese in cui erano nati i suoi genitori non lo capì, non ne capì la grandezza, o forse la capì e proprio per questo lo emarginò. A parte pochi amici che lo sostennero fino alla fine, per il resto col tempo si ridusse a suonare in giri che non erano certo alla sua altezza, senza che le istituzioni e i grandi festival lo invitassero mai a esibirsi sui loro palcoscenici».

«Il film racconta, per esempio – continua il regista – che nei “militanti” anni ’70 Tony fu visto dai musicisti dell’avanguardia di allora addirittura come un fascista, perché vestiva di nero e aveva un quartetto con Romano Mussolini. Così, capitava che a un concerto il pubblico scattava sull’attenti, facendo schioccare i tacchi. Ci sarebbe da ridere se non fossimo già impegnati a piangere. Nella parabola discendente, anche un film con Piero Chiambretti. Ecco, seguendo Tony Scott, raccontiamo gli ultimi trent’anni di vita italiana. Uno peggiore dell’altro, fino alla deriva attuale. Tony Scott è la metafora della morte dell’arte. Lui amò veramente il jazz, più di quanto si possa immaginare. Per il jazz rinunciò ad arricchirsi, a diventare miliardario. Ma questo non è un film sul jazz ma un film sul personaggio, che permette allo spettatore di entrare nel vivo del musicista. Lo spettatore finisce per immedesimarsi in Tony Scott. Il grande clarinettista  muore dimenticato da tutti nel 2007, a 86 anni, in un paese che non lo ha mai riconosciuto come il grande artista che era».

Le dichiarazioni di Maresco sono, a mio modesto avviso, la pietra miliare sul quale costruire una pesante riflessione che non abbraccia solo il suo documentario, ma tutti gli ultimi sessant’anni di storia italiana.


Ingegneria genetica applicata alla musica: Anna Calvi

Da sempre al centro di dibattiti fra bioetica, religione, morale e progresso, l’ingegneria genetica rimane fra i temi più scottanti e mai risolti che si possano mai affrontare.

Clonazione, melting genetico, cellule staminali, sono argomenti che dividono e mai uniscono e si ha spesso la sensazione di andare a sbattere su simultanei muri di gomma senza mai riuscire a trovare una soluzione.

Eppure molte in volte ci viene in soccorso la natura stessa, trovando da sè la soluzione quasi per magia, ed è di magia e di soluzioni magicamente trovate che mi appresto a parlarvi.

Se qualcuno di voi ha mai sognato un’artista che proponesse la potenza espressiva di un giovane P.J. Harvey,  la carica esplosiva e il carisma di Nick Cave,  la delirante prosa di Patti Smith,  la teatralità di Ute Lemper e la versatile creatività di Scott Walker,  i vostri sogni stanno lentamente prendendo forma nel corpo e nella voce della venticinquenne londinese Anna Calvi, chiare origini italiane,  che proprio oggi debutta con il suo omonimo disco uscito per la Domino Records.

Preconizzata al successo dalla BBC, che l’ha inserita fra le più importanti realtà del nuovo anno,  promuovendo già il suo disco come fra i migliori del 2011,  lanciata da Brian Eno come  “la migliore dai tempi di Patti Smith”, prodotta da Rob Ellis,  dopo aver avuto l’onore di aprire i concerti per i Grinderman di Nick Cave,  la giovane musicista inglese conferma in pieno un tal nugolo di aspettative, aggiungendo , oltre alle già citate influenze e doti naturali, una straordinaria sensualità abbinata a una grande potenzialità in esibizioni dal vivo.

Non le manca neppure la capacità di sorprendere e il pezzo di apertura,  Rider To The Sea,  si muove in tal senso: un brano strumentale che strizza l’occhio,  sin dal titolo, nientemeno che ai Doors per poi avvicinarsi a Ry Cooder e curvare su linee di nickcaveana memoria, testimonianza anche di come gli artisti più intelligenti sono quelli in grado di circondarsi di eccellenti musicisti,  e  costituendo così il perfetto aggancio alla successiva No More Words, una ballata suadente sospesa fra le influenze del King Ink ammantata di sensuali vocalizzi più ariosi di quanto mai abbia fatto P.J. Harvey.

Desire al contrario innalza il ritmo dei battiti e ci rimanda alle versioni più springsteniane di Patti Smith, decorate però da un pop più vellutato.  La versatilità di Anna si manifesta pian piano in Suzanne And I, dove la sua voce richiama  lo Scott Walker che fu crooner, aggraziato da un tocco di ineluttabile femminilità,  mentre la dolce First We Kiss inscena un atto che rammenta una Ute Lemper più votata al rock.

Un gentile arpeggio e un cantato sussurrato introducono, per dissonanza, The Devil, laddove la Calvi dà già un’ennesima dimostrazione delle sue spiccate capacità vocali con esercizi di spessore da soprano. In Blackout il tono cambia decisamente registro, vortice indefinibile di ariosa melodia ricoperto dalla sempre più suadente e delicata voce della cantante britannica, il cui controcanto delicato è puro pop di classe sopraffina.

Si torna ad atmosfere da Nick Cave con I’ll be your man, tanto che da un momento all’altro ce lo immaginiamo spuntare da dietro le quinte per un duetto per il quale, statene certi,  non attenderemo molto a lungo. Morning Light è una nenia che penetra lentamente, col solo peccato di indulgere un po’ troppo in un narcisismo vocale di Anna,  mentre Love Won’t Be Leaving è l’ultimo filo che mancava alla chiusura del cerchio, un anticlimax delicato e al tempo stesso crudele, anche lui figlio di influenze tipiche del vate australiano, vero padrino nascosto della neonata stella Anna Calvi.

E dunque consegnata agli archivi questa eccellente prima prova, saranno le successive a dirci se ancora una volta la natura ha trionfato sulla scienza e se siamo riusciti a trovare la più esaustiva risposta a quella che potrebbe essere l’ingegneria genetica applicata alla musica, con il volto, il corpo e la voce di Anna Calvi.


Secrets From The Behive

Si suppone che ormai,  in piena era di globalizzazione e di internet, siano in tanti a masticare più o meno bene l’inglese, e dunque hanno colto che il titolo di questo mio primo post non è altro che la traduzione inglese della testata del mio nuovo blog.

Mi auguro ugualmente che coloro i quali abbiano avuto la (s)ventura di finire in questo spazio, possano avere altresì l’occasione di approfondire, scoprire e discutere di tutto quello che man mano capiterà da queste parti.

La prima occasione che ho voluto per l’appunto cogliere, è quella di citare, nonché omaggiare, uno dei miei artisti preferiti, David Sylvian, che ormai 24 anni fa nel lontano 1987, con il capolavoro Secrets Of The Beehive, lanciava definitivamente la sua carriera solista, tre anni dopo Brilliant Trees, un anno dopo Gone To Earth e cinque anni dopo lo scioglimento dei Japan.

Anche se io ho voluto diversificare l’Of dal From, e quindi il Del dal dal, scusandomi per le acrobazie linguistiche.

Dalla regia mi fanno notare come già io mi sia oltremodo dilungato, e volevo porre fine ai preamboli, con una piccolo cenno biografico e una precisazione.

La precisazione riguarda fondamentalmente la testata del blog, che non è solo un mero esercizio di masturbatoria citazione, ma una metafora che vorrebbe, spero in modo non troppo pretenzioso, delineare i tratti di internet, dove milioni di codici e byte,  si muovono come operose api all’interno del cyberspazio, rivelando così piccoli e grandi segreti, anche se in questo caso, molto modestamente, i segreti di cui poc’anzi, non sono altro che le mie riflessioni su quanto vedo, leggo e sento e su tutto ciò che mi passa per la testa. Beh spero che qualche spunto possa nascere anche da questo luogo apparentemente inospitale che è la mia mente. Scherzi a parte.

Riguardo a me, non c’è molto da dire, senonché ho 33 anni, mi sono laureato 3 anni e mezzo fa in giornalismo, e dopo una serie di svariate e saltuarie collaborazioni, mi sono messo in piazza da solo.

Giornalista per passione, blogger per necessità.


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