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Terza età

Umberto Veronesi è stata una delle menti più illuminati e degli scienziati italiani più apprezzati al mondo, ha salvato migliaia di vite come oncologo, ha ricevuto ben 12 lauree honoris causa e dirige dal 1994 l’Istituto Europeo di Oncologia.

É stato inoltre uno dei ministri della Salute più competenti di questi ultimi anni e solo la brevità del suo mandato (14 mesi) gli ha impedito di agire con più decisione e fare delle riforme necessarie per il sistema sanitario italiano.

Tutto questo per ribadire la profonda stima che merita quest’uomo, che ha passato da un pezzo gli 85 anni.

Ma c’è qualcosa in queste grandi menti, che scatta appena si esauriscono le batterie dell’illuminazione. E parte, come in ogni altro comune essere umano, la stanchezza e il rallentamento dovuto all’arrivo incessante della terza età.

Non mi spiego altrimenti la sua battaglia agguerrita (da oncologo!) a favore dell’istituzione delle centrali nucleari in Italia, in qualità di presidente dell’Agenzia per la sicurezza nucleare.

«Senza nucleare l’Italia è un paese morto», afferma Veronesi, che in una recente intervista a La Stampa si dice stimolato dalla conflittualità e di conoscere alla perfezioni i metodi di prevenzioni e di cura dovuti in caso di contaminazioni radioattive. Che non ci sarebbero comunque se queste centrali non verrebbero mai alla luce.

Quando si parla di scorie, dice che non ci saranno problemi perchè i siti per lo smaltimento non toccheranno l’Italia. Problemi di altri, insomma.

Ma della sua battaglia pro-nucleare di parla da mesi, dalla sua nomina avvenuta a novembre.

L’ultima uscita che mi ha profondamente sconcertato riguarda invece il ciclismo e il doping.

Nell’intervista concessa ieri alla Gazzetta dello Sport, si lancia in lodi sperticati per questo sport bistrattato.

«Date fiducia al ciclismo, garantisco io» afferma Veronesi. Ovviamente non è questo che mi sconcerta. Alla domanda del giornalista sul doping, il luminare prosegue: «Me ne sono occupato (di doping, ndr) anni fa come Ministro della Sanità senza trovare la via d’uscita. Sinceramente non ho una soluzione. Credo che sia una malattia sociale legata all’abuso di farmaci. Viviamo in un mondo che si aggrappa alle medicine anche quando non servono. A volte mi chiedo se non converrebbe liberalizzare il doping mettendo al bando solo ciò che fa davvero male (che cosa? l’eroina, la cocaina, la metanfetamina? ndr). Prendete l’Epo: chi assicura che faccia male? (forse qualsiasi ematologo? ndr). Chi va in montagna per 15 giorni ottiene gli stessi effetti (se lo dice il professore, ndr). Se il problema è etico e vogliamo mettere tutti sullo stesso piano, si può pensare di liberalizzare. Da liberale convinto, ho un approccio meno latino e più pragmatico: noi abbiamo il diritto, non il dovere alla salute».

Spaventoso. Non ho parole per questa sua chiosa finale, un oncologo di fame mondiale che esprime un concetto simile mi dà il voltastomaco.

Blanda la replica di Petrucci, presidente del Coni, assente quella di Pier Bergonzi, il giornalista che l’ha intervistato.

Forse per rispetto alla terza età galoppante di Veronesi.

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Sete di sangue

Ieri sera è trapelata la notizia per cui Riccardo Riccò, ciclista professionista e reduce da una lunga squalifica per doping (abbonata grazie a una confessione), sia stato vittima di un malore.

Così, fra il serio e il faceto, ho pensato a denti stretti che sotto ci fosse qualcosa legata alla sua attività e ai suoi precedenti, ovvero insomma che sia stato vittima di un malore dovuto a una pratica o un eccesso illecito di farmaci.

Ma mai avrei immaginato quello che realmente si celava dietro questo accadimento, una cosa che supera quasi i confini della realtà:

«Secondo la testimonianza del medico, il corridore modenese – che versava in stato di choc – ha riferito, “in presenza della moglie” (Riccò non è sposato, si trattava della fidanzata, la ciclista Vania Rossi, ndr) di “aver fatto da solo un’autotrasfusione di sangue che conservava nel frigo di casa da 25 giorni” temendo “per la cattiva conservazione del sangue che si era iniettato nuovamente”».

In pratica Riccò, non contento di aver rischiato la vita facendo pratica e uso illecito di doping per il quale ha scontato due anni di squalifica, ha rischiato di avere un ictus o subire un embolo, a causa di questa allucinante pratica di doping fai da tè.

Per sua fortuna il danno è stato limitato a un blocco renale, ma mai come stavolta il ciclista emiliano deve ringraziare la buona sorte se può ancora godere della luce del sole.

Naturalmente la sua carriera può considerarsi definitivamente conclusa, gravando sulla sua testa la precedente positività e con la recidività la radiazione è un fatto assodato.

Oltretutto a seguito della legge sul doping, Riccò rischia anche una condanna penale e una detenzione in carcere sino a tre anni.

L’ambiente del ciclismo, compatto, chiede la sua testa, a partire dal presidente della Federazione, Di Rocco che asserisce:  “Nella sua testa non è cambiato nulla,  Riccò è uno di quei giovani che non vuole bene a se stesso. Tenere una sacca di sangue in casa è proprio da matti. La radiazione? Ci può stare. Non ci sono mezzi termini: per il suo bene, per la sua famiglia, per il bene del ciclismo deve lasciare lo sport agonistico”.

Personalmente condivido in pieno le parole di Di Rocco, il punto focale della questione è proprio questo: Riccò ha perso contatto con la realtà, rischia la vita pur di avere fama, gloria e denaro,  è come una rockstar in declino, preda delle droghe e dell’ossessione del proprio io, vittima delle proprie insicurezze.

Ma oltre al disgusto e allo sconcerto non si può che provar pena nel vedere un giovane buttare così la vita per motivi così futili e insensati.

E però, caro Di Rocco, mi sa che i motivi vanno ricercati proprio nel ciclismo dei professionisti, ormai da decenni avvinghiato dalla piaga del doping, tanto che a ogni caso clamoroso la passione e la fiducia della gente verso questo bellissimo sport viene sempre meno.

Non credo che abolire uno sport sia mai una soluzione, nè tantomeno liberalizzare il doping, una follia che porterebbe solo a perdite di vite umane e lo trasformerebbe nel più cinico degli spettacoli da circo.

Nonostante ciò mi vien da pensare che il professionismo sia ormai definitivamente colpito a fondo dal cancro della corruzione e che forse non ci sia altra via d’uscita se non quello di destituirlo definitivamente, senza nessuna ipocrisia e senza nessuna concessione, lasciando questo sport solo agli amatori e a chi alla sete di gloria, fama e denaro (che si muta in sete di sangue) preferisce l’ormai troppo dimenticato spirito di partecipazione decoubertiano.


Smalltown Obree

Anche oggi si parla di coming out,  ma in questo caso si tratta del senso più comune del termine.

La notizia infatti è quella che riguarda l’ex ciclista Graeme Obree, 45 anni, il quale nel corso di  un’intervista ha rivelato al quotidiano Scottish Sun la propria natura omosessuale, rivelando altresì,  quanto difficile, frustrante e tortuosa è stata la sua vita,  in merito alla sua inclinazione sessuale.

“É stato difficile raccontarlo ai miei parenti e mi è costato molte lacrime, ma raccontare finalmente la verità è servito a migliorare le relazioni tra noi” ha affermato Obree.

L’atleta scozzese ha vissuto in prima persona una storia dai tratti a volte drammatici, altri straordinari, che non a caso hanno costituito la colonna portante del film a lui dedicato, The Flying Scotsman.

La sua parabola è veramente densa di spunti di riflessioni: nel 1993, operaio disoccupato e ciclista dilettante, pagò di tasca sua giudici e affitto della pista, per stabilire il record dell’ora che all’epoca apparteneva nientemeno che a Moser.

La bicicletta fu costruita tutta di suo punto, aggiungendo addirittura pezzi di lavatrice, ma riuscì ugualmente a battere il prestigioso primato,  guadagnandosi finalmente la celebrità e la fama,  mettendo in pratica il suo sogno per entrare nella leggenda con una storia simile a una favola.

Ma col passare del tempo, la favola ha assunto i contorni di un incubo, e dopo qualche altra prestigiosa vittoria, cominciò a soffrire di depressione,  e arrivò a tentare il suicidio per ben due volte nel 1998 e tre anni dopo, nel 2001.

Facile adesso pensare che questo suo disturbo bipolare e la sua grave depressione, più che dal suo mancato ambientamento nel difficile mondo del professionismo, siano dovuti alla frustrazione per aver represso la sua natura per tutta la vita, non solo agli altri, ma anche a se stesso, tanto da arrivare a un matrimonio, che facilmente è naufragato.

Siamo ormai entrati a pieno diritto nel futuro, eppure ancora oggi, veniamo a contatto con storie simili che paiono catapultate a noi da un’altra epoca.

Ma a quanto pare Jimmy Sommerville,  lo Smalltown Boy dei Bronski Beat, continua ad avere tanti fratelli, emarginati a causa della loro natura, tanto da arrivare a reprimerla sino al suicidio (“Arrivai a pensare che era meglio essere morto, piuttosto che gay…” afferma Obree).

E ancora pare evidente quanto la periferia britannica non sia così cambiata da quei tempi, come anche il mondo dello sport, dove tra le tante migliaia di professionisti, pochissimi sono i casi di omosessuali dichiarati, il che statisticamente è altamente improbabile.

Sino a quando non veniamo a conoscere storie come quelle di Obree o come quelle del rugbista gallese Gareth Thomas, anche lui spinto al coming out, dopo anni di frustrazioni e travagli (anche lui alle spalle un matrimonio fallito).

Incredibile a dirsi, ma ancora non si riesce ancora a spegnere i tabù come quello dell’omosessualità, specie nello sport.

Abbiamo oltrepassato da più di un decennio il Duemila, ma l’umanità si ostina a camminare indietro.


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