Archivi categoria: Costume

Uwe Jäntsch: la stanza di compensazione

DSC08909

Uwe Jäntsch (ph. Luca Mangogna)

L’artista austriaco Uwe Jäntsch (Bodensee, 1970) dal 1999 risiede a Piazza Garraffello, nel cuore della Vucciria a Palermo, divenendo tutt’uno con l’ambiente circostante.

Simbolo e simulacro suggellato dalla sua opera più nota, la Banca Nazion al centro della piazza sul decadente Palazzo Mazzarino, immortalata dai turisti e dagli stessi palermitani in gita (“I palermitani sono turisti nella loro città”, ha affermato lo stesso Uwe), con la scritta e la croce in rosso “Uwe ti ama” che senza dubbio sono l’elemento più riconoscibile.

IMG_20160529_171939

Banca Nazion di Uwe Jäntsch (ph. Luca Mangogna)

Nel corso di questi 17 anni, Uwe con la sua inseparabile compagna, Costanza Lanza di Scalea, ha vissuto e raccontato l’atmosfera della Vucciria, in un contesto di rapido decadimento che ha fatto trasformare l’antico mercato (ormai quasi completamente perduto) in luogo di abbandono diurno e di degrado notturno, la ben nota “movida” che lascia nel cuore del centro storico palermitano solo un ammasso di bottiglie rotte e abbandonate ai piedi della storica fontana del XVI secolo. Oltre alle consuete notizie di cronaca, fra una rissa e un accoltellamento, e lavoro per le pattuglie delle Forze dell’Ordine.

IMG_20160529_171805

Fontana di Piazza Garraffello con “sponsor” (ph. Luca Mangogna)

Un declino e una trasformazione che Uwe ha voluto raccontare in maniera definitiva con l’ultima sua opera: “La stanza di compensazione”.  Il titolo prende in prestito il nome dalle antiche stanze di compensazioni gestite delle varie banche centrali europee, dove ogni singolo istituto bancario viene chiamato a consolidare le rispettive posizioni creditorie e debitorie.

La stanza si trova proprio all’interno della Banca Nazion, quel Palazzo Mazzarino che sembra ormai giunto al termine della propria esistenza dopo oltre cinque secoli di vita e almeno 50 anni di abbandono.

L’esposizione sarà visitabile ogni giorno, a partire da oggi, 30 maggio 2016 sino al 26 giugno, e nella stanza potranno salire tre persone alla volta per una visita totale di circa sette minuti.

Le visite sono prenotabili nel Bancomat di Piazza Garraffello, dove Costanza accoglie gli avventori tutti i giorni, comprese le domeniche e i festivi, dalle 9 alle 19.

DSC08913

Costanza Lanza di Scalea nel Bancomat di Piazza Garraffello (ph. Luca Mangogna)

Ma cosa racconta “La stanza”?

“La stanza” è il compendio finale, il lascito definitivo che Uwe dona a Palermo in quasi vent’anni di vita vissuta. Lì è possibile ammirare quelle che l’artista austriaco ha definito le “Palermo Icone”, vetrocromie realizzate tutte nel 2016 che illustrano i personaggi che popolano la Vucciria e Piazza Garraffello.

DSC08900

Parete della Stanza di compensazione (ph. Luca Mangogna)

Icone classiche come “Lo stigghiolaro”, “Il droghiere”, “Il carnezziere”, “Il barbiere”, i fruttivendoli, più ricercate come “Il babbalucivendolo” o quasi scomparse come “Il riffatore”.

Ma accanto a queste figure antiche che vanno via via svanendo, si stagliano le icone che adesso al contrario vanno a moltiplicarsi e a espandersi. E sono icone negative come gli spacciatori e “L’indegno”, opere che illustrano come meglio non potrebbero il degrado irreversibile che vive la Vucciria di oggi, inghiottita dalla volgare movida dei tempi moderni, dove la storica fontana è solo un luogo dove sciacquarsi le mani, bagnarsi i capelli e abbandonare bottiglie e rifiuti di ogni genere e tipo.

L’opera che però sintetizza al meglio il lavoro di Uwe e la sua impressione sulla Palermo del XXI secolo è senz’altro “Apocalyptic Rider” (vernice su legno, 180 x 60 cm). Un quadro che è un piccolo Trionfo della Morte, dove notiamo, un cavallo bianco dell’apocalisse che si staglia fra i Quattro Canti di città, luogo simbolo di Palermo, in mezzo a 12 figure di donne danzanti, contemporanee baccanti di una prossima fine del mondo. Il cavallo è bianco come la cocaina, l’eroina e il cemento che hanno divorato l’antica città capitale del Regno di Sicilia.

apocalyptic rider

Apocalyptic Rider (vernice su legno, 180×60 cm, Uwe Jäntsch, 2016) ph. Luca Mangogna

“La stanza di compensazione” e “Apocalyptic Rider” rappresentano in estrema sintesi la trasformazione di una Palermo che nasconde la polvere sotto il tappeto, per crogiolarsi in un passato glorioso celebrato solo a parole nei salotti radical chic e, nei fatti, abbandonato da tutti.

 

 

 

 

 

 


L’austropalermitano

installazione di uwe a piazza garraffello

Sono ormai dodici anni che Uwe Jäntsch, quarantenne artista austriaco, vive a Palermo, città che è diventata al tempo stesso sua dimora, ma soprattutto suo laboratorio.  Dal momento del suo arrivo, infatti, ha operato sempre nel capoluogo e nelle zone più deteriorate della Sicilia, provocando e al tempo stesso recuperando artisticamente luoghi che deturpano il paesaggio e il territorio in maniera devastante.

Uwe,  in un certo senso, ha creato l’arte  dal degrado,  con interventi spesso grotteschi,  che sicuramente non lasciano indifferenti, per la loro incisività e il loro colpo d’occhio.  Fra gli interventi più noti è d’uopo ricordare quello sull’ Hotel Africa a Porto Empedocle o sul ponte di Blufi, nelle Madonie, ma la zona dove lui ha maggiormente operato è quella del centro storico di Palermo,  la Vucciria soprattutto e Piazza Garraffello in particolare. Lì nel 2006  fece una straordinaria opera di collage coi rifiuti raccattati in loco, chiamandola “La Cattedrale dei Rifiuti”, stupidamente rimossa dall’amministrazione palermitana dopo che era diventata pure un’attrazione per i turisti.

Ho avuto modo di intervistare Jäntsch qualche settimana fa per il Quotidiano di Sicilia e la lunga chiacchierata che è nata ha rivelato una volta di più la sua simpatia e la sua disponibilità. Abbiamo conversato del suo arrivo a Palermo e di come è stata trasformata la città durante questi anni, del suo lavoro e del suo rapporto con i palermitani.

“La prima volta che arrivai a Palermo e vidi la Vucciria dodici anni fa – ha detto Uwe –  mi sembrò come  di viaggiare nel tempo.  Personalmente  sono cresciuto nella società dei supermercati e del mercato globale, la cui unica variabile è data dai prezzi, privi di qualsivoglia  caratteristica distintiva. Una volta visitata la Vucciria tornai a vivere nel passato, ma era il presente quello che si presentava ai miei occhi: cartelli scritti a mano, nessuna pubblicità e prezzi che si contrattavano col singolo commerciante, una vera comunicazione diretta, senza automatismi. In queste situazioni solitamente si provano sensazioni contrastanti, o si amano o si odiano e io l’ho subito amata. Tutto era reale, non era un film e non era il passato, solo il presente, non era Africa, ma piena Europa. Questo mi ha spinto a restare e a cominciare a operare in questa zona culturale, perché un mercato di questo tipo è assolutamente cultura”.

E come si è trovato ad agire in questo ambiente? “Le mie provocazioni – continua Jäntsch – hanno funzionato sia in questa dimensione sia in altre, il mio vantaggio di lavorare in queste circostanze è stato quello di conoscere il dopo, quello che c’è e cresce dopo mercati del genere, è come se dal futuro fossi tornato dal passato, è questo mi ha avvantaggiato e spinto a lavorare in questa direzione. Quando feci la cattedrale di rifiuti, questa divenne un’attrazione per i turisti che si fermavano anche al mercato per comprare e dunque divenne al contempo una risorsa per comunità, come lo sono per esempio le manifestazioni spontanee musicali di piazza Garraffello, che si svolgono nei fine settimana senza alcun tipo di contributo, alimentando lo stesso un flusso di commercio e di gente nell’area. Purtroppo la cattedrale fu rimossa, forse per le proteste di alcuni palermitani stessi che mal hanno accettato l’installazione. Eppure molti commercianti mi ringraziavano perché portavo loro gente con il mio lavoro. Adesso sfortunatamente che non c’è più la cattedrale, si perde la cultura e si perde anche il momento culturale del mercato che a lei era legato, ma indipendentemente da questo la risposta di Palermo è quella di una dispersione di questo patrimonio: a piazza Garraffello ormai l’interesse è votato soltanto alla baldoria e al divertimento e io non lavoro più in strada come facevo prima, ma nel mio studio. Negli ultimi due anni purtroppo la situazione è questa, fors’anche una risposta legata al mondo globale. Il venerdì e il sabato sera a piazza Garraffello è piena di ragazzi anche minorenni che pensano solo al divertimento, dove nemmeno la scelta della musica è importante e comunque in nessun modo legata alla cultura, ma spesso anzi alla casualità. Al di là di ciò gli stessi poveri e anziani commercianti vengono danneggiati da questa baldoria notturna, visto che iniziano a lavorare molto presto la mattina e trovano i loro esercizi danneggiati da escrementi e rifiuti di ogni genere. Eppure Palermo sembra molto contenta adesso perché non ci sono più interventi del genere della mia “cattedrale” o comunque quando ero attivo ogni giorno in piazza Garraffello”.

Che rapporto ha instaurato con la cittadinanza? “Io amo i palermitani – ha continuato l’artista austriaco –  e  la mia arte in un certo senso lo dimostra. La mia scelta è stata quella di fare arte dentro il popolo, in un luogo come la Vucciria che è denso di comunicazione e in questo senso Palermo è un lusso, perché esiste molta più comunicazione di molti altri posti che sono chiusi in se stessi. Quando io faccio un’installazione i palermitani, di qualunque livello di istruzione o estrazione sociale essi siano, capiscono e avvertono l’intervento artistico, esiste insomma un alto livello recettivo e comunicativo che in altre città non esiste, perché Palermo comunque conserva una dimensione che esula dal mondo globalizzato, con il folklore e la spontaneità che resistono molto più che in altri posti, nonostante anche qui cominciano a svilupparsi sia i centri commerciali che la comunicazione indiretta. Io ho lavorato in mezzo la gente sino a due anni e mezzo fa, e nessuno ha mai toccato le mie installazioni ed è per me un vero grande onore. Quando è stata smantellata la “cattedrale” l’ordine è partito fuori dal centro storico, e in ogni caso gli interventi a danno del mio lavoro, non sono mai stati fatti dalla gente del posto. I palermitani hanno sempre avuto grande rispetto e hanno sempre apprezzato la mia arte e per un artista questo è fondamentale, d’altronde se non ci fosse stato questo rapporto non sarei rimasto qui per 12 anni. È anche una cosa piuttosto inusuale, perché solitamente l’artista lavora da solo, mentre io ho avuto il privilegio di lavorare per e con la gente di Palermo”.

Un privilegio non solo di Jäntsch, ma anche per i palermitani che possono vantare un personaggio così fra i loro concittadini, dato che ormai Uwe è di fatto molto più palermitano di tanti altri che lo sono soltanto a parole.

Uwe Jäntsch, il palermitano d’Austria.


Non è un altro stupido fashion blog, pt. 2

L’anoressia è un perfido male che attanaglia le adolescenti e le sempre più giovani ragazze che vengono colpite da questa piaga sono in costante aumento, mentre al contrario l’età media delle malate continua a scendere sino agli 11 o 12 anni.

Sfogliando le riviste di moda si assiste continuamente a spettacoli di donne che sembrano uscite dai lager, truccate e vestite per farle apparire come opere d’arte, quando non sono altro che esibizioni di uno stato di salute decisamente precario.

Ciononostante secondo Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia, la colpa dell’esplosione dell’anoressia risiede nei fashion blog e su facebook che sponsorizzano le tecniche più radicali di dimagrimento e fanno proseliti verso le giovani desiderose di vedere il loro corpo dimagrire a loro piacimento. Per questo ha promosso la campagna anti-ana sul suo sito, dove è possibile firmare per rimuovere questi siti e combattere l’anoressia pubblicizzata nel web.

Al di là delle debolezze delle argomentazioni proposte dalla Sozzani, basta sfogliare la sua rivista per trovarsi di fronte a vomitevoli dimostrazioni di palese anoressia, dove le modelle sono esposte continuamente come in una sconcertante galleria degli orrori. E lei appare sorridente con la sua folta e demodè capigliatura bionda nonostante i suoi abbondanti sessant’anni, come la più terribile della kapò del campo di concentramento che comanda.

Io mi rifiuto in maniera categorica di pubblicare altre di queste immagini, tanto le trovo rivoltanti, ma se fate un giro sul web e sul sito di Vogue Italia,  ne troverete molte altre e avrete la più lampante dimostrazione di quello a cui faccio riferimento.

Vero che i fashion blog  più biechi e alcuni gruppi o pagine di social network cavalcano l’onda dell’ossessivo dimagrimento, ma tutto nasce dalla moda e dalle riviste che promuovono questo squallido esercizio.

L’ipocrisia della Sozzani non fa altro che aumentare a dismisura il mio disgusto, perchè è evidente di quanto lei e il suo mondo siano totalmente fuori dalla realtà, accusando il web che non è altro che la cassa di risonanza più immediata di quanto vanno a predicare.

Quindi mi dispiace deluderla signora Sozzani, questo non è un altro stupido (e indifeso) fashion blog, e se vuole continuare la predica sia scevra da ogni ipocrisa e cominci a ripulire la sua rivista da questi orrori e se la prenda con i veri responsabili non con poche adolescenti che sono il prodotto della vostra politica.


E li chiamano disabili

Nel 1980, l’Oms (l’organizzazione mondiale della sanità) diramò un documentò definito International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps (ICIDH), ovvero che stabiliva le varie specifiche secondo le quali un essere umano, causa incidenti o contrazioni congenite, poteva essere definito un disabile, stante l’impossibilità di vivere normalmente per via di una o più menomazioni a livello fisico o mentale.

In Italia, sino al 2003, questo riconoscimento non veniva riconosciuto per diritto alle persone afflitte dalla sindrome di Down, le quali dovevano sottoporsi a una visita specialistica che ne accertasse l’eventuale handicap.

Questo accadeva sino all’emanazione della Legge 289/2002 del 1° gennaio 2003, dove nell’articolo 94,  comma tre si prevede che: “In considerazione del carattere specifico della disabilità intellettiva solo in parte stabile, definita ed evidente, e in particolare al fine di contribuire a prevenire la grave riduzione di autonomia di tali soggetti nella gestione delle necessità della vita quotidiana e i danni conseguenti, le persone con sindrome di Down, su richiesta corredata da presentazione del cariotipo, sono dichiarate, dalle competenti commissioni insediate presso le aziende sanitarie locali o dal proprio medico di base, in situazione di gravità ai sensi dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ed esentate da ulteriori successive visite e controlli”.

Tutto questo viene fatto per poter permettere di sopperire, alle famiglie e alle stesse persone colpite da questa grave sindrome, alle cure e alle spese sanitarie ed educative, nonostante il pesante handicap.

Mi domando però se la straordinaria storia di Giusi Spagnolo e della sua famiglia abbia avuto un così meraviglioso sviluppo per merito di queste leggi. Io, credo di no, perchè penso che il coraggio, la dedizione, la volontà sua e della sua famiglia non abbia eguali da nessun’altra parte del mondo.

Giusi, palermitana di 26 anni,  infatti è affetta da sindrome di Down, ma ciononostante ha terminato con pieno successo il suo percorso di studi, laureandosi alla facoltà di Lettere di Palermo in Beni demoetnoantropologici col punteggio di 105/110.

La sua storia è veramente un esempio di coraggio e dedizione: cominciò col primo esame, sostenuto in prova scritta con l’aiuto di un pc e con la perplessità degli insegnanti, che man mano l’hanno anche loro aiutata a essere, non solo come gli altri studenti, ma qualcosa di molto di più, una ragazza che oltrepassa le soglie dei propri limiti come pochi possono essere in grado di farlo, anche fra i cosiddetti abili.

La sua vittoria è anche una vittoria delle strutture, che sono state capace di supportarla e aiutarla, meritandosi pure il riconoscimento e il ringraziamento del padre della ragazza.

Eppure non è finita qui: Giusi sogna di fare l’insegnante e durante la sua esperienza di studentessa ha anche lavorato come tutor in una scuola elementare.

“Mi piace lavorare con i bambini – racconta – È stato bellissimo sentirmi chiamare “maestra”, spero un giorno di poterlo fare sul serio”.

Te lo auguriamo di tutto cuore, piccola grande Giusi.

E li chiamiano disabili.


United we stand, divided we fall

Uniti resistiamo, divisi cadiamo.

Prendo in prestito quest’antico motto inglese per unirmi in modo silenzioso alle rumorose e festose celebrazioni che oggi stanno dando vita in Italia al 150° anniversario dell’Unità, avvenuta il 17 marzo del 1861.

Allo stesso tempo si elevano i malumori su quanto ci sia effettivamente da festeggiare, in un momento poco felice per l’immagine della Penisola e in un periodo di crisi globale che affligge tutto il pianeta, senza dimenticare le divisioni che affiorano pure all’interno del nostro Paese, fra leghisti, nordisti, altoatesini, separatisti e chi più ne ha,  più ne metta.

Queste polemiche fanno riaffiorare nella mia mente un episodio che qualche tempo fa raccontò un giornalista in televisione (purtroppo non ricordo più chi sia stato).

Il giornalista raccontò che si trovava a New York, e chiacchierando con un taxista pakistano questi gli domandò, una volta saputa la sua nazionalità, quali fossero i nostri nemici, i nemici degli italiani. Ebbene lui colto dall’imbarazzo non seppe rispondere, quando riflettendo gli venne in mente, che noi italiani li abbiamo eccome i nemici, e sono i nostri vicini.

Sono i livornesi per i pisani, i laziali per i romanisti, i catanesi per i palermitani, i perugini per gli aretini e potrei continuare all’infinito per raccontare di rivalità fra vicini che poi si riflettono nella politica con comunisti contro fascisti, berlusconiani contro antiberlusconiani e nel calcio juventini contro tutti, milanisti contro interisti, sampdoriani contro genoani e mi fermo qui per evitare di dilungarmi in un noiosissimo elenco.

Le ragioni di questo vanno senza dubbio ricercate in secoli e secoli di divisioni fra piccoli e grandi stati, ducati e principati che non hanno fatto altro che incrementare le rivalità da campanile. Ma in Germania è stato lo stesso sino a poco più di vent’anni fa e non si respira certamente la stessa aria.

Eppure noi italiani, escluso l’aberrante momento unitario sotto la bandiera fascista, ci sentiamo veramente uniti in due momenti: di fronte le difficoltà quando siamo i primi a offrire il nostro aiuto solidale a chi è stato colpito da una calamità naturale o una catastrofe,  e quando si tratta di qualsivoglia manifestazione sportiva di alto livello, sia essa la Nazionale di calcio o le trepidazioni e le gioie per le sofferenze e le vittorie dei nostri atleti alle Olimpiadi.

Sport e dolore ci uniscono innanzitutto, dunque.

Ma potremmo anche parlare di uomini e opere che ci rendono orgogliosi di essere italiani, e qui l’elenco sarebbe lunghissimo a cominciare dagli artisti, ai musicisti, ai registi e gli scrittori che conferiscono lustro e gloria alla nostra nazione.

Però niente è più chiaro del concetto dell’essere italiani di quanto ha espresso Benigni durante la sua lectio magistralis nel corso del Festival di Sanremo, 51 minuti di storia, orgoglio e dignità italica.

La domanda più scontata che possiamo porci in conclusione è quella se questa Italia, devastata da approssimazione, corruzione, menefreghismo, crisi, sia quella che si sognava durante il Risorgimento.

La risposta non può che essere scontata, ma mi lascia lo spazio anche a una piccola conclusiva riflessione finale.

Oggi, infatti, è anche il giorno di San Patrizio, il giorno in cui in Irlanda e in città colme di emigrati irlandesi come a Boston o a New York, sfilano tutti vestiti di verde, uno dei tre colori che fa parte della nostra bandiera.

Ma il verde è anche il colore della speranza, quella che rimane accesa sul cambiamento o sul miglioramento delle nostre condizioni.

Che sia un verde anniversario per te e per noi, cara amatissima e odiatissima Italia.


Casi umani

É agli arresti domiciliari Luisa Pollaro, la madre della piccola Adelaide Ciotola, indagata con l’accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato, falso ideologico e falso materiale. Con lei sono finiti sotto inchiesta anche il marito, Vincenzo Ciotola, e un amico di famiglia.

Ai più probabilmente i nomi non diranno granché, ma questi sono i protagonisti di una delle più sconcertanti nefandezze alle quali non riusciamo ad abituarci.

La Pollaro, infatti, da mesi era riuscita a raggranellare un considerevole gruzzolo, ospite in televisione e in varie trasmissioni di ogni genere e canale, grazie alla raccolta fatta per la figlia, la quale, secondo quanto raccontavano le due, era affetta da una gravissima e rara malattia degenerativa, la sindrome del lobo medio.

Strappando lacrime a tutto spiano da Canale 5 a Rai Uno. Impressionanti le performance della piccola Adelaide che riusciva a commuovere gli altri ospiti presenti e milioni di spettatori a casa.

Ma il solerte lavoro della Iena Luigi Pelazza ha scoperchiato un disgustoso vaso di Pandora: la piccola gode di ottima salute e il tutto non era altro che una messinscena atta a spillare soldi agli inconsapevoli spettatori e alle celebrità che si prestavano nel fornire solidarietà alla bambina malata.

Una volta venuta fuori la verità, il mondo di facebook e dei social network si è scagliato contro la famiglia della vergogna a reclamare giustizia, ma ormai il danno è fatto e io mi mobiliterei piuttosto in un senso più radicale.

Il tristissimo retrogusto amaro di questa squallida vicenda mi porta infatti a fare principalmente due riflessioni.

La prima riguarda Adelaide, la bimba educata a dichiarare il falso, a recitare menzogne in televisione davanti alle telecamere e a un pubblico vastissimo. Che futuro potrà avere questa bimba? Che cosa ha fatto di male per meritare dei genitori simili? La cosa drammatica è che di questo sconcertante fatto, la vittima più indifesa pare essere proprio lei.

La seconda riguarda il tipo di trasmissioni che ha ospitato Adelaide e quella degenerata di madre, le cosiddette trasmissioni di casi umani.

Si è detto mille volte che è orrendo speculare ascolti su casi simili, sulla sofferenza della gente.

Ma alla luce di questi fatti non è altrettanto orrendo speculare sulla buona fede degli spettatori?

I soliti inutili enti come il Moige e l’Osservatorio per i Diritti dei Minori o l’Anti-Trust, la Vigilanza, continuano a non muovere un dito.

Beh, io il dito da muovere ce l’avrei, ma non sarebbe un gesto elegante.

Ma bando alle ciance, a cos’altro dobbiamo assistere per non vedere più in televisione trasmissioni del genere?

Intanto un gesto veramente elegante sarebbe quello di usare un dito (l’altro) per cambiare canale o spegnere la tv, in attesa che qualcuno di dovere intervenga finalmente con decisione.


Disservizio pubblico

Il problema del traffico, comune a tante grandi città, a Palermo raggiunge vette altissime, considerate anche le grandi differenze con città come Roma e Milano, per esempio, i cui hinterland e bacini d’utenza si installano su proporzioni vicine a dieci volte di più rispetto a quelli del capoluogo siculo.

Se si considera anche lo scarso livello di educazione che impera nelle strade italiane, dove pedoni e ciclisti rischiano la vita ogni giorno al pari di automobilisti e motociclisti, si constata ugualmente quanto sia bassa la qualità della vita e quanto stress porti una situazione del genere.

Ma il Comune di Palermo vede e provvede. Non contento di una situazione drammatica che riguarda il trasporto pubblico, fra una linea metropolitana che è da più di un anno ferma per lavori e una linea di trasporto di autobus che continua a peggiorare a vista d’occhio, ha varato un nuovo slogan che cambierà il corso della vita per chi si deve muovere e addentrare dentro la città: “Meno linee, più servizi”.

Questo slogan svela naturalmente il piano che il Comune ha stilato di concerto con l’Amat, l’ente che si occupa della gestione del servizio di trasporto pubblico a Palermo. Il piano prevede la soppressione di ben 36 (leggasi trentasei!) linee cittadine, lasciando scoperte innumerevoli zone della capitale palermitana, fra cui Mondello e i collegamenti con gli ospedali, obbligando gli utenti a prendere più autobus e  a fare sino a chilometri a piedi per raggiungere una zona servita da fermata.

Geniale, no? Un piano così geniale che fa il pari con quello degli anni scorsi, quando è stato aumentato il biglietto, sino a quasi più del 50%, e diminuito di conseguenza (com’è ovvio!) la durata di validità di questo da 90 a 60 minuti.

Inoltre, come segnalato dal volantino fatto circolare dai Cobas sabato scorso, l’Amat tiene a registro 5oo vetture quando il servizio è assicurato da 250, di cui 50 totalmente inefficienti.

Credo che ai vostri occhi cominci a farsi strada la verità, che è chiaramente quella di un’azienda al collasso probabilmente destinata al fallimento, con gestioni mirate soltanto a spillare soldi alla comunità, e un’enorme mole di corruzione che l’avvolge da decenni a questa parte.

Le vittime come sempre restano sempre gli inermi e onesti cittadini, privati di un servizio che spetta loro di diritto.

Come in tutte le società civili.

Dunque non la nostra.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: