Archivi tag: cinema italiano

Dillinger è vivo

La visione dell’ultimo, eccellente, film di Nanni Moretti, Habemus Papam, mi ha spinto a fare una serie di considerazioni che prescindono dal valore della pellicola, che già di per sè è molto alto per messa in scena, sceneggiatura, recitazione e ambientazione. Anzi è forse il film che certifica in maniera definitiva la nuova fase del regista romano, avviato a una totale e più completa maturazione e scevro di taluni condizionamenti che hanno segnato un certo periodo della sua carriera.

In particolare l’assenza del motivo politico, come già ne La stanza del figlio, ha messo in luce le migliori capacità di Moretti, più abile a tessere le trame di una commedia che non a districarsi in una dramma profondo e complicato come la perdita di un figlio adolescente.

Comunque la prima delle considerazioni non può che andare a celebrare lo straordinario Michel Piccoli, autore di prova insuperabile e maiuscola, piena di silenzi, sguardi e con una espressività tale che lascia gridare al miracolo. Un uomo lacerato dal dubbio e minato di tutte le sue certezze, che non lascia trasparire nulla se non la sua fragilità. Piccoli ha 85 anni e non è sembrato mai così vivo dai tempi di Dillinger è morto (1969), capolavoro di Ferreri, dove interpretava un borghese schiavo delle sue fissazioni e totalmente alienato. La carriera dell’attore francese non merita altre parole, tanta è densa di interpretazioni superbe e mirabili, ma questa prova è così sorprendente che lascia davvero a bocca aperta.

L’altra considerazione va estesa alla cosiddetta critica italiana. A scanso di equivoci non mi discosto dalla maggioranza che ha parlato – come me appunto – di un ottimo film, ma voglio porre l’accento su come sia stato accolto o realmente compreso.

Tutti infatti hanno parlato (forse ciarlato) di bellissima commedia che brani spassosi e che non si prende mai totalmente sul serio.

Sì, si tratta di una commedia.  Sì, ci sono brani veramente divertenti e spassosi. Ma è una commedia amarissima.

Non risparmia nessuno nel suo aspro sarcasmo. Dalla Chiesa e il suo obsoleto modo di stare chiusa dentro se stessa (la clausura di Moretti finito lì per caso è in tal senso emblematica, così come il cardinale che vuole giocare a “palla prigioniera”). Ai media e alla loro ridicola impreparazione (il cronista del tg2 che vuole intervistare i porporati che stanno per entrare in conclave, l’0pinionista che si impalla in tv), alla psicanalisi (con la Buy ossessionata dalla “sindrome di mancato accudimento”), allo stesso Moretti che si prende bellamente in giro (“dobbiamo ancora giocare le semifinali” dice ai cardinali che fuggono richiamati dall’imbranato addetto alle pubbliche relazioni del Vaticano), sino al mondo del teatro, raccontato in maniera tagliente come un universo ormai rimasto nel passato e preda di ossessioni (l’attore che impazzisce e recita tutti i ruoli di un dramma di Cechov).

Al tirare delle somme si ride sì, ma molto amaramente.

Gli unici momenti realmente concilianti (e dove si ride poco) sono quelli in cui si viene a contatto con la gente comune (la signora che offre il suo telefono a Piccoli, la commessa che vuole accompagnarlo a casa, il parroco di periferia) e il vero vincitore del film è il Papa che non riesce a essere Papa, certo della propria inadeguatezza in un ruolo nel quale non si riconosce.

Fors’anche perchè vivendo brevemente in mezzo la gente, si è accorto definitivamente di quanto il Papa resta effettivamente distante da loro.


Tu eri una malafemmina

Se n’è andata tragicamente quasi a seguire nel destino il suo celebre pseudonimo.

Maria Luisi Mangini, al secolo Dorian Gray, a 75 anni si è uccisa con un colpo di pistola nella sua villa del Trentino.

A molti giovani il nome e il viso non diranno ormai quasi più niente, dato che parliamo di un’attrice che è letteralmente scomparsa dalla scena da più di quarant’anni, ma molti di più drizzeranno le antenne nel venire ad apprendere che lei è stata la malafemmina per eccellenza, ovvero colei la quale ha incarnato la donna della discordia in “Totò, Peppino e la malafemmina”, destinataria della più famosa lettera del cinema nostrano e compagna sullo schermo del giovane Teddy Reno.

Anche lei, come e forse più della Schneider, era rimasta cristallizzata in un’epoca ormai lontana e passata, il decennio che segue il dopoguerra a inizio anni 50 e che è terminata con l’inizio della seconda metà degli anni 60, prima di lasciare spazio alle novità della contestazione studentesca e le ribellioni operaie dell’autunno caldo.

Dopo un inizio nel teatro di rivista a fianco di personaggi quali Macario, Bramieri,  Sordi e Vianello, scoprì il cinema a metà del decennio e divenne uno dei volti più noti e fatali del cinema e della commedia italiana del periodo, raggiungendo l’apice a fianco di Totò e Peppino, fino a diventare pure un’icona del cinema d’autore, chiamata da Fellini per le Notti di Cabiria.

Il suo volto, la sua biondezza accecante e la sua fisicità così altera e al tempo stesso provocante, le conferirono una notevole popolarità, ma il suo personaggio era al tempo stesso schivo e riservato, tanto che nelle cronache mondane, raramente si è fatto il suo nome, nonostante quel periodo fosse quello dei furori della Dolce Vita.

Talmente silenziosa e riservata che quando seppe di essere incinta, nel 1965, sparì letteralmente dalle scene senza farvi mai più ritorno, salvo poi riapparire improvvisamente al momento della sua tragica scomparsa.

Tragica almeno quanto misteriosa, forse tormentata da un passato che è rimasto fermo come nel ritratto di Dorian Gray, al quale evidentemente non doveva soltanto il nome d’arte.

E la sua immagine, come nel ritratto di Dorian Gray, resterà sempre quella della giovane e fatale bionda che fece perdere la testa a Teddy Reno e a molti altri giovani della sua generazione.

Addio Maria Luisa, vivrai per sempre come Dorian.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: